La denuncia delle ong

Gaza, la ricostruzione che non c’è

Gaza, la ricostruzione che non c’è
29 Aprile 2015 ore 14:21

A Gaza è allarme. La ricostruzione, a otto mesi di distanza dalle promesse dello stanziamento di 5,4 miliardi di dollari fatte dai vari Stati durante la Conferenza del Cairo, è a un punto morto. È dura la denuncia delle ong che operano nella Striscia, Oxfam in testa: «Chi ha promesso i soldi è sparito e la maggior parte dei fondi non è ancora disponibile». Pare infatti che solo il 26,8 percento dei fondi destinati alla ricostruzione sia stato sbloccato, e che molti dei progetti finanziati, non siano ancora iniziati a causa del blocco imposto da Israele nel 2007, che impedisce l’ingresso dei materiali da ricostruzione. Un terzo della popolazione durante quei 50 giorni di guerra costati la vita a 2200 palestinesi e 73 israeliani, con 19mila case distrutte e 160mila danneggiate, fu costretto ad abbandonare la propria abitazione. Ancora oggi 100mila persone non hanno un tetto sotto al quale vivere, e nessuna delle case distrutte è stata ricostruita. Queste persone hanno trascorso un inverno molto rigido e piovoso completamente all’addiaccio. Molti bambini sono morti per il freddo, anche perché non sono mai arrivati i fondi per la riparazione di oltre 81 strutture mediche e ospedali danneggiati.

 

 

L’embargo imposto da Israele. Il problema principale è dato dal fatto che il cemento che serve per la ricostruzione può entrare legalmente nella Striscia solo se autorizzato da Israele. Le Nazioni Unite, nell’ambito della tregua che ha messo fine alla guerra dell’estate scorsa, aveva assicurato il suo impegno a vigilare affinchè l’accordo venisse rispettato, ivi compreso l’ingresso del materiale per la ricostruzione. E già lo scorso febbraio I vertici di Onu e Lega Araba hanno lanciato un appello per spingere i donatori a rispettare gli accordi finanziari presi alla Conferenza del Cairo. Un embargo, quello dovuto al blocco imposto da Israele, che ha determinato nella Striscia una situazione di totale dipendenza. L’80 percento della popolazione riceve aiuti internazionali e il 63 percento dei giovani non ha lavoro. Il volume delle esportazioni da Gaza è meno del 2 percento del livello registrato prima del 2007, e il movimento di persone e beni tra Gaza e la Cisgiordania è di fatto inesistente.

 

 

20 anni per ricostruire. Anche il valico di Rafah, al confine con l’Egitto, è quasi sempre chiuso, rendendo praticamente impossibile cominciare un serio progetto di ricostruzione. Il ministro della Casa palestinese ha dichiarato che con questo ritmo ci vorranno 20 anni prima che la Striscia venga ricostruita. E considerando che l’operazione Protective Edge è stata la terza di ampia portata in sei anni i presupposti non sono buoni.

La denuncia delle ong teme una nuova guerra. Nel documento di denuncia che le ong hanno diffuso si avverte anche del pericolo di una nuova guerra, o comunque della ripresa del conflitto, se la comunità internazionale non affronterà seriamente la questione dell’embargo, principale causa di questa situazione di stallo. Inoltre, i negoziati si sono fermati al cessate il fuoco, senza prevedere una pace duratura. La tregua entrata in vigore, infatti, è solo temporanea e non ha evitato che altri attacchi negli ultimi mesi colpissero i civili: si sono verificati più di 400 “incidenti” di fuoco israeliano a Gaza e quattro missili sono stati sparati da Gaza verso Israele. «Tutte le parti dovrebbero riprendere immediatamente i negoziati per un cessate il fuoco di lungo termine che venga incontro alle esigenze di una ricostruzione sostenibile, affronti le cause di fondo del conflitto e garantisca sicurezza duratura sia agli israeliani che ai palestinesi», si legge nel documento, redatto dalle ong sulla base dei dati del rapporto prodotto dall’Association of International Development Agencies (AIDA). E ancora: «Israele deve rimuovere il blocco e riaprire tutti i valichi da e verso Gaza, dando priorità alla libera circolazione delle merci quale requisito indispensabile per rispondere ai bisogni umanitari e garantire una ripresa e uno sviluppo economico durevoli».

 

 

L’appello alla Comunità Internazionale. Le 46 ong firmatarie del documento si rivolgono anche alla Comunità Internazionale, avanzando specifiche richieste e raccomandazioni che spezzino la spirale della violenza e distruzione in corso. Oltre all’immediato invio degli aiuti promessi le ong chiedono che il mondo sostenga lo sviluppo di un governo palestinese unito, poiché nella fase di ricostruzione la leadership palestinese è apparsa a volte inefficace, non coordinata e ulteriormente ostacolata dalle restrizioni israeliane al libero movimento per i rappresentanti del governo. La separazione di Gaza dalla Cisgiordania ha aggravato la già problematica divisione tra Fatah e Hamas, con un enorme impatto negativo sulla fornitura di aiuti e servizi a Gaza.

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