Cronaca
Dopo il colpo di Stato dello scorso settembre

Una polveriera chiamata Yemen La partita a scacchi tra sunniti e Iran

Una polveriera chiamata Yemen La partita a scacchi tra sunniti e Iran
Cronaca 27 Marzo 2015 ore 15:06

Yemen sempre più nel caos. Nella notte tra mercoledì e giovedì sono iniziati i raid aerei di una coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita, a cui partecipano una decina di altri Stati della regione fra cui Egitto e Marocco. Finora i raid aerei notturni contro l’aeroporto della capitale Sana’a e la vicina base militare di Dulaimi hanno indebolito la contraerea delle forze Houthi, gruppo ribelle sciita che si ipotizza sia sostenuto direttamente dall'Iran. In tutto il Paese gli scontri tra ribelli e lealisti si moltiplicano. Il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale Abdo Rabbo Mansour Hadi (sunnita), nella sera di mercoledì è fuggito. Prima è riparato nel sud del Paese, poi è andato in Oman e ora pare si trovi in Arabia Saudita. La sua meta finale dovrebbe però essere l’Egitto, dove nel fine settimana si svolgerà un vertice della Lega Araba.

I numeri. Riyadh ha fatto sapere che all’operazione militare partecipano 100 aerei da guerra e 150mila soldati. 12 navi egiziane sono state schierate nel golfo di Aden per impedire qualsiasi chiusura dello stretto Bab Al Mandab, che si trova nei pressi del Mar Rosso e attraverso cui passano le navi che utilizzano il Canale di Suez per passare dall'Asia all'Europa.

La composizione della coalizione. All’interno della coalizione, a sostenere i sauditi ci sono: Egitto, Giordania, Sudan, Pakistan, Bahrain, Kuwait, Qatar e Marocco per garantire il supporto militare. Alcuni Stati hanno promesso l’invio di truppe di terra (Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan), altri invece forniranno aerei da combattimento (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar, Giordania, Marocco e Sudan). Gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti nel conflitto ma forniscono un sostegno logistico e di intelligence, ponendosi nell’ambivalente situazione di appoggiare l’Iran nella lotta all’Isis ma allo stesso tempo combatterlo in Yemen.

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Gli obbiettivi degli attacchi. L’obiettivo dichiarato è quello di annientare il tentativo di presa del potere dei ribelli Houthi e ristabilire l’autorità del Governo. Non sono pochi gli analisti che, però, vedono dietro l’attacco un chiaro messaggio a Teheran proprio nei giorni in cui le trattative sul programma nucleare iraniano sono sul punto di produrre un accordo internazionale che, non appena verrà firmato, di fatto renderà la Repubblica Islamica una potenza regionale riconosciuta.

Chi sta con chi. Ed è proprio la Lega Araba a ribadire il sostegno alle operazioni armate guidata da Riyad: «Una campagna iniziata dopo il fallimento di tutti i tentativi di fermare gli Houthi e il loro colpo di Stato», dice Nabil al Araby, segretario generale dell’organizzazione. Contro l’azione militare si sono invece espressi il governo iracheno, quello iraniano e Hezbollah, principale alleato di Teheran in Libano. «Un intervento armato, specialmente se condotto da Paesi terzi, non porterà ad alcun risultato che non sia il massacro della popolazione dello Yemen», ha denunciato il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif. Contrario all’azione anche il presidente russo Vladimir Putin: durante un colloqui telefonico con il presidente Hassan Rouhani, ha espresso la sua preoccupazione e la sua contrarietà all’attacco in Yemen, invocando il cessate il fuoco e uno sforzo delle Nazioni Unite per arrivare a una soluzione pacifica del conflitto.

Turchia e Iran. Di parere opposto a Putin è il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, che ha accusato l'Iran di «cercare di dominare» il Medio Oriente. Il premier di Ankara ha detto che la crescita dell'influenza di Teheran «comincia a darci fastidio. A noi, all'Arabia Saudita e ai paesi del Golfo. Non è tollerabile, e l'Iran deve rendersene conto». Anche i media israeliani hanno voluto dire la loro in merito all’attacco. Da più parti i canali tv israeliani hanno avvertito che lo Yemen rappresenta una minaccia per Israele adesso che i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran sciita, hanno preso il potere. Un appello all’Onu, è arrivato anche dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati del Consiglio di cooperazione del Golfo. Hanno chiesto che in Consiglio di Sicurezza Nazioni Unite emetta una risoluzione che imponga un embargo alle forniture di armi ai combattenti Houthi in Yemen.

Le cause che hanno portato ai raid. L’antefatto che ha scatenato le violenze settarie è stato il plurimo attacco suicida in alcune moschee della capitale Sana’a, in cui sono rimaste uccise almeno 140 persone e altre 300 sono rimaste ferite. Entrambe le moschee erano luogo di preghiera per la setta minoritaria sciita degli Zaidi, seguita dal movimento ribelle Houthi che di recente è diventato la fazione più potente del Paese. Almeno uno dei maggiori leader religiosi degli Houthi è rimasto ucciso nell'attacco. Pare che la firma sugli attentati sia quella dell’Isis.

Altre crisi in passato. Gli attacchi sono avvenuti in un momento molto delicato per lo Yemen. Il Paese, infatti, gode di una posizione strategica in una delle aree più difficili del mondo. Spesso ha attraversato momenti di instabilità e guerre intestine, ma la crisi degli ultimi mesi è una delle più gravi mai registrate. A settembre i ribelli Houthi, sostenuti dall'Iran, avevano attaccato la capitale e preso il controllo di edifici governativi, per poi sciogliere, a febbraio, il Parlamento. A questa situazione si deve aggiungere la minaccia legata all'Isis. Gli jihadisti del Califfo, infatti, da mesi stanno combattendo nel Paese sia per liberarlo dagli sciiti sia per prendere il posto di Al Qaeda e controllare al suo posto le zone nel sud est dello Yemen.

Le conseguenze. La prima conseguenza dei raid è stata l’innalzamento del prezzo del petrolio, tanto che le quotazioni del Brent, il greggio di riferimento europeo, si sono impennate di oltre il 5 percento arrivando a sfiorare 60 dollari al barile. Sebbene lo Yemen non sia tra i principali produttori al mondo di greggio, le sue acque territoriali sono percorse ogni giorno da decine di petroliere che arrivano da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq. Per lo stretto di Bab Al Mandab nel 2013 sono transitati quasi 4 milioni di barili al giorno. L’intervento militare fa temere per la sicurezza dei carichi di petrolio mediorientale.

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