La recensione

“Everything Everywhere All at Once”, sublime delirio

Il film di Daniel Kwan e Daniel Scheinert è un numero funambolico di montaggio, una danza assurda

“Everything Everywhere All at Once”, sublime delirio
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Di Fabio Busi

“Everything Everywhere All at Once” di Daniel Kwan e  Daniel Scheinert è un numero funambolico di montaggio. Infiniti universi che si raggrumano nella frenesia dell’azione, nelle lotte e nei duelli sempre un po’ assurdi, dal sapore orientaleggiante. Grappoli di realtà più o meno vicine, sgranate a seconda delle differenti “sliding doors” che bisecano i destini, ogni volta che compiamo una scelta. Per ogni bivio dell'esistenza, un differente mondo si stacca e prosegue la sua traiettoria, allontanandosi tanto o poco da noi.

La trovata è perfetta per innalzare i virtuosismi registici all’ennesima potenza. Perché c’è una realtà che primeggia, l'universo Alfa, e da questo i protagonisti imparano a proiettarsi negli altri, per assorbire conoscenze e abilità dai loro alter-ego e sfruttarle poi in combattimento. Come nei momenti migliori della saga di Matrix, ma tutto dieci volte più  frenetico.

Il film appare come un ardimentoso esercizio di stile, un mostro voracissimo che ingoia ogni cosa per rigettarla poi in forma di cinema post-tutto, una visione profondamente ironica e desemantizzata di questa arte, una versione surreale e onnivora, che va dal kung fu allo slapstick un po’ trash (ad esempio, per collegare dimensioni bisogna compiere gesti come farsi la pipì addosso o mangiare il burro cacao), dalla fantascienza al ritratto sociale, alla storia d’amore e di una famiglia alle prese con l'agenzia dell’entrate.

Gesti, azioni, abilità si frullano in una lotta furibonda, che sfrutta qualsiasi gesto e azione come mossa di combattimento: per questo viene meno la semantica, perché tutto è frainteso, traslato. Come una danza assurda.

All'estremo di questa torsione, le decine di universi intersecati dalla vicenda si mescolano senza più una chiara distinzione, come se le realtà, alla fine, non proseguissero più in modo separato, ma fossero ormai intrecciate. Il rischio forte è quello di perdere il focus sulla storia, complice anche un copione che non brilla per nitore, ma al contrario affastella dialoghi a volte ripetitivi, a volte confusi.

Scatole cinesi, virtuosismi estetici, ma in fondo l’unica questione veramente importante, che valica lo spazio-tempo, riguarda il rapporto conflittuale tra una madre inflessibile e una figlia indolente. Questa battaglia, che sconquassa tutti gli universi possibili, si riduce infine a una dicotomia lineare, essenziale, e per questo più difficile di tutte: “Essere o non essere, questa è la domanda”. La scelta di una figlia tra abbracciare la vita o spedirla in un buco nero.

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