L'intervista

«Il tempo è diventato un’ossessione: e se avessimo davvero un’ora in più al giorno?»

Luca Tiraboschi presenta il suo nuovo romanzo “Il ladro del tempo”. Dall’ispirazione nata parlando con Berlusconi alla riflessione sui social, fino alla politica bergamasca: «Oggi molti credono di guadagnare tempo, invece lo stanno perdendo»

«Il tempo è diventato un’ossessione: e se avessimo davvero un’ora in più al giorno?»

Di lui si è parlato molto prima dell’ultima tornata elettorale per scegliere il nuovo sindaco di Bergamo. Ma il centrodestra locale ha rifiutato la sua candidatura. Architetto, scrittore ed ex dirigente Mediaset, dove ha lavorato dal 1990 al 2019 arrivando a dirigere Italia 1 negli anni di massimo successo della rete, Luca Tiraboschi è tornato a vivere in città dopo quindici anni trascorsi a Lugano. Venerdì 5 giugno alle 18 presenterà alla libreria Ubik di Borgo Santa Caterina il suo quarto romanzo, “Il ladro del tempo. La XXV ora” (Guida Editori), dedicato ai figli Giacomo e Margherita. Un libro che mescola thriller, fantascienza e riflessione filosofica attorno a una domanda semplice e universale: cosa faremmo se avessimo davvero un’ora in più ogni giorno?

Da dove nasce l’idea del romanzo?

«È il risultato di una lunga sedimentazione di ricordi e suggestioni. Una delle origini risale ad alcune conversazioni che ebbi con Silvio Berlusconi, sia quando era presidente del Consiglio sia come imprenditore. Si lamentava spesso del fatto di non avere abbastanza tempo per realizzare tutto ciò che aveva in mente. In particolare detestava i mesi di agosto e dicembre, che considerava improduttivi. Un giorno gli proposi scherzosamente una soluzione: lavorare tutto l’anno, compresi agosto e dicembre, ma con una settimana diversa, alternando giorni di lavoro e giorni di pausa. Naturalmente era una provocazione, però quell’idea di recuperare tempo attraverso un artificio mi è rimasta impressa. A questa si è aggiunta un’altra suggestione, nata nei circoli di tennis che frequento: sui campi in terra battuta c’è scritto che le ore durano 55 minuti, perché gli ultimi cinque servono per sistemare il campo. Due idee apparentemente lontane che, messe insieme, sono diventate il romanzo».

E nel libro questo artificio prende la forma della “venticinquesima ora”.

«Esatto. Un misterioso personaggio, il Numero Uno, riesce a creare un’ora aggiuntiva ogni giorno. Durante quell’ora il mondo si ferma completamente: tutto si blocca, come in una fotografia congelata. Solo lui continua a vivere e a muoversi. È un tempo che esiste soltanto per lui, una libertà assoluta sottratta alle regole comuni. In quell’ora può fare tutto ciò che normalmente non riuscirebbe a fare. È il sogno che in fondo coltiviamo un po’ tutti: avere finalmente del tempo che appartenga solo a noi».

Nel romanzo non ci sono riferimenti geografici precisi e nemmeno i personaggi hanno veri nomi. È una scelta voluta?

«Assolutamente sì. Ho voluto lasciare tutto indefinito perché il protagonista della storia non è lo spazio, ma il tempo. Mi piace definire questo libro un “thriller architettonico del tempo”. Il tempo non è soltanto una misura cronologica: diventa un personaggio vero e proprio, quasi un gigante antropomorfo che combatte contro il Numero Uno, deciso a piegarne le leggi. Anche i personaggi sono ridotti alla loro essenza: il Numero Uno, il Bambino, Lei. In questo modo il lettore può identificarsi più facilmente e riempire gli spazi vuoti con la propria immaginazione».

Il tema del tempo sembra particolarmente attuale nell’epoca dei social e dei video brevissimi.

«Lo è moltissimo. Oggi c’è una grande illusione collettiva: quella di credere di guadagnare tempo. I ragazzi passano ore a guardare contenuti di pochi secondi, convinti che la brevità equivalga all’efficienza. In realtà accade il contrario. Quando io ero ragazzo vivevo la stessa realtà dei miei genitori. Volevo cambiarla, contestarla, rivoluzionarla, ma era la stessa realtà. Oggi molti adolescenti vivono dentro una dimensione artificiale, costruita dagli algoritmi. Credono di stare consumando contenuti, ma spesso si tratta del contrario: è il vuoto travestito da contenuto. Il breve diventa lungo. Dieci secondi alla volta finiscono per trasformarsi in ore intere».

Anche la cultura sembra aver perso durata.

«Penso alla musica. Prendiamo “Il mare d’inverno” di Enrico Ruggeri: è una canzone che esiste da decenni e che probabilmente ascolteremo ancora tra molti anni. Oggi, invece, molti fenomeni musicali durano poche settimane. Vengono sostituiti immediatamente da qualcos’altro. Vivono l’istante, ma non il tempo. Ed è una differenza enorme».

Negli ultimi anni il suo nome era circolato anche per una possibile candidatura a sindaco di Bergamo. C’è ancora spazio per la politica?

«In quell’occasione avevo il sostegno dei vertici nazionali del centrodestra. L’idea era quella di proporre una continuità manageriale rispetto all’esperienza di Giorgio Gori, ma da una prospettiva politica diversa. Ritenevo e ritengo che una città complessa come Bergamo abbia bisogno anche di competenze manageriali. Poi la candidatura si è fermata per scelte fatte a livello locale: il centrodestra in città non è esattamente illuminato, visto che negli ultimi anni non ne ha imbroccata una. Eppure sono ancora tutti al loro posto. Insomma, è andata così. Oggi sono concentrato soprattutto sui miei progetti e sulla scrittura».

Che significato ha questo romanzo per lei?

«È un libro molto importante, anche sul piano personale. Arriva vent’anni dopo il mio precedente romanzo e, sinceramente, pensavo di non scriverne più. La scrittura narrativa richiede un coinvolgimento emotivo enorme. Ma dopo tanto tempo ho sentito il bisogno di tornare a raccontare una storia che contenesse alcune delle mie ossessioni: il senso di colpa, la paura di non riuscire a fare tutto, l’angoscia del tempo che passa. C’è anche una base scientifica, legata ad alcuni esperimenti sul tempo che prendono spunto da Einstein e da studi successivi. Poi naturalmente interviene la componente fantastica. In fondo questo romanzo è stato anche un modo per fare pace con alcune inquietudini personali».

Se davvero avessimo tutti un’ora in più al giorno, cosa accadrebbe?

«È la domanda che sta al centro del libro. Useremmo quell’ora per crescere, costruire, studiare, amare, risolvere problemi? Oppure finiremmo per sprecarla come facciamo spesso con il tempo che già abbiamo? Non lo so. Ma credo che valga la pena chiederselo».