900 dipendenti a rischio

Chi sta mettendo in ginocchio la Boost? Retroscena della crisi di una grande azienda

"Il Fatto Quotidiano" accusa il titolare di coinvolgimento con Di Rubba per i 49 milioni della Lega. Tutti i documenti smentiscono, ma la banca ha negato gli aiuti per il rilancio

Chi sta mettendo in ginocchio la Boost? Retroscena della crisi di una grande azienda
Economia 24 Luglio 2021 ore 09:25

di Luigi de Martino

Questa è una storia vera, sebbene sembri incredibile. Protagonisti sono un giornale, tre banche e un imprenditore. Questa è una storia che ci fa capire quanto sia importante un’informazione corretta, quanto siano necessari gli istituti di credito e che cosa significhi non avere più le nostre banche bergamasche.

Marzio Carrara è un imprenditore stimato, di Bergamo. Era proprietario della Cpz, un’apprezzata azienda del settore tipografico ereditata dal padre. A un certo punto, nel 2018, fece il gran colpo: con altri due soci acquistò il colosso, le Arti Grafiche, la storica azienda bergamasca che in quel periodo era di proprietà di un fondo tedesco, il Bavaria. Comprò le Arti Grafiche e poi le rivendette a un altro grande gruppo bergamasco affermato nel settore tipografico e della stampa.

Da Arti Grafiche a Lediberg

Il guadagno fu notevole: acquistata a 5,5 milioni di euro, Carrara la rivendette a 29. L’imprenditore possedeva il 45 per cento delle Arti Grafiche, il suo consulente e direttore finanziario, Alberto Di Rubba, il 6 per cento, e un terzo socio il restante. Con quello che aveva guadagnato, Carrara acquistò un’altra storica azienda bergamasca, la Lediberg di San Paolo d’Argon, leader mondiale nella produzione di agende. La Lediberg era di proprietà di un fondo libanese che aveva il conto a Curacao, isola caraibica olandese e paradiso fiscale. Lediberg, Cpz e Johnson (altra azienda acquistata in precedenza dall’imprenditore) si fusero nel 2019: ne è nata la Boost, una grande realtà da 900 dipendenti e 150 milioni di fatturato. Un’operazione lungimirante. Se non fosse stato per il Covid, esploso pochi mesi dopo: la produzione è stata messa in ginocchio. Tutti hanno risparmiato su tutto, anche sulle agende. E nonostante il 2021 sia ripartito forte e offra un orizzonte roseo per l’attività dell’azienda, i danni economici causati dalla pandemia hanno lasciato strascichi importanti.

L’anno orribile del Covid

A dicembre 2020, Carrara per superare il difficile momento finanziario, dopo essersi rivolto senza esito a una società di consulenza svizzera, ha chiesto aiuto a un consulente di Bergamo. Insieme hanno deciso che c’era bisogno di un nuovo piano industriale: hanno affidato l’analisi alla Bain & Company, una delle società più apprezzate nel mondo per questo tipo di studi. La Bain ha fatto il suo mestiere e alla fine ha prodotto un piano industriale in cui si evinceva che, per procedere al rilancio, servivano 40 milioni di euro di credito. Una cifra abbordabile per una ditta che fattura 150 milioni di euro. Come una famiglia che incassa 30 mila euro in un anno e che, a causa di imprevisti, deve chiedere un prestito di 8 mila euro. Niente di impossibile.

Due banche più una

Carrara si è rivolto alla Banca Popolare di Sondrio e alla Bpm (ex Credito Bergamasco) che già lavoravano con le sue imprese e che avrebbero avuto tutto l’interesse a risanare l’azienda. Ha chiesto anche il sostegno di Intesa Sanpaolo, che aveva appena concluso l’operazione di acquisizione di Ubi e si era detta paladina del territorio bergamasco: i dirigenti del colosso bancario avevano chiaramente affermato che non avrebbero fatto rimpiangere Ubi e che sarebbero stati vicini agli imprenditori di casa nostra (bisogna considerare che, nel 2020, anno di grande crisi, Intesa ha portato a casa tre miliardi di euro di utili). La Boost, d’accordo anche con le altre banche, ha chiesto a Intesa un prestito di 10 milioni di euro; Popolare di Sondrio e a Bpm avrebbero versato i restanti 30. Anche Confindustria Bergamo e pure i sindacati sono scesi in campo: l’eventuale chiusura della Boost avrebbe lasciato senza lavoro ben 900 persone, novecento famiglie. Una prospettiva inaccettabile, soprattutto considerando che la Boost è una buona azienda e che dispone di un efficiente piano di rilancio.

Prestiti garantiti dallo Stato

Da notare un’altra cosa: per via delle legge di aiuto alle imprese dopo la tempesta del Covid, il credito delle banche alla Boost sarebbe stato garantito dallo Stato attraverso Sace (società della Cassa depositi e prestiti, cioè dello Stato) al novanta per cento. Ma alla fine, e ciononostante, Intesa ha deciso di non metterci un euro. Banca Popolare di Sondrio e il Banco Bpm hanno invece ritenuto di sostenere comunque la Boost. Il piano industriale è stato rivisto e il fabbisogno ridotto a una trentina di milioni. Banca Popolare di Sondrio ha deliberato il finanziamento di venti milioni, mentre Bpm ha avviato le pratiche per un finanziamento di 12 milioni. Tutto sembrava a posto.

L’inchiesta sui fondi della Lega

Stava però per arrivare una nuova tegola. Il socio e direttore finanziario di Carrara, Alberto Di Rubba, era anche revisore contabile della Lega ed è stato investito in pieno dall’inchiesta sulla gestione dei fondi nell’ambito della vicenda Lombardia Film Commission (per la quale è stato condannato in abbreviato a cinque anni). Sulla stampa sono cominciati ad apparire articoli che associavano il nome di Carrara a quello di Di Rubba. Effettivamente i due si conoscevano bene, ma Carrara con la vicenda dei fondi della Lega non c’entrava nulla, al punto che non è mai stato sentito nemmeno come testimone. (...)

Continua a leggere su PrimaBergamo in edicola fino al 5 agosto, oppure in versione digitale cliccando QUI