Proposta da cinque miliardi

Gli azionisti storici di Ubi stroncano l’offerta di Intesa: «Ostile e inaccettabile»

Gli azionisti storici di Ubi stroncano l’offerta di Intesa: «Ostile e inaccettabile»
20 Febbraio 2020 ore 16:43

«Quella di Intesa è un’offerta ostile e inaccettabile»: è la sentenza dei soci Ubi riuniti nel gruppo Car (Comitato azionisti di riferimento), che spengono ogni speranza del gruppo Intesa di contare sul sostegno degli azionisti storici per la maxi operazione con la quale il gruppo torinese vorrebbe acquisire l’ex popolare di Bergamo e Brescia. Al Car aderiscono Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo che detiene il 5,91% delle azioni Ubi, la Fondazione Banca del Monte di Lombardia con il 3,95% e i cinque grossi azionisti bergamaschi: la Polifin della famiglia Bosatelli (2,85%), la Next Investment Srl che fa capo alla famiglia Bombassei (1,005%), P4P Int e la famiglia Pilenga (1,005%), Radici Group e la famiglia Gianni Radici (1,044%), Scame Spa e la famiglia Andreoletti (1,011%). A questi si aggiunge la famiglia Gussalli Beretta di Brescia con l’1 per cento. Si tratta dei soci storici di Ubi, che hanno murato l’offerta innanzitutto perché non congrua, secondo loro, al valore effettivo di Ubi Banca, e in secondo luogo per l’incompatibilità dell’acquisizione con la vocazione territoriale di Ubi. L’offerta che Intesa ha fatto recapitare sulle scrivanie dell’ex popolare e che molto sta facendo discutere gli azionisti è di cinque miliardi di euro. Non negoziabili, come ribadito da Carlo Messina, ad di Intesa.

Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa

La mossa è davvero “ostile”, visto che così si definisce in gergo specialistico un’offerta che viene presentata senza essere stata prima concordata con il destinatario dell’offerta, esattamente come ha fatto Intesa in questo caso. A tal proposito, Carlo Messina ha precisato che non c’erano alternative a questa modalità. L’operazione, per come è stata presentata dal Gruppo Intesa, dovrebbe essere un investimento sicuro in grado di portare benefici a entrambi i gruppi e all’intero mercato finanziario italiano. Un investimento che, peraltro, rappresenterebbe un passo orientato ad assecondare la linea prevalente in questo momento nelle indicazioni che le realtà bancarie ricevono dalla Bce, ovvero di creare “campioni” nazionali in grado di competere con i colossi americani o cinesi.

Intesa contava sul consenso degli azionisti di Ubi soprattutto perché il valore di scambio sarebbe stato molto vantaggioso per loro: l’offerta prevede infatti la consegna di 1,7 azioni Intesa ogni azione Ubi, e alla luce delle prospettive di dividendo annunciate dall’ad  Messina, i dividendi cumulati nel triennio da distribuire agli azionisti Ubi raddoppierebbero a 1,2 miliardi.

Nel frattempo, l’operazione (che ha ricevuto il benestare del presidente di Mediolanum, Ennio Doris) è stata ben accolta sul mercato finanziario, dove entrambe le banche hanno visto aumentare la loro quotazione: fatto tutt’altro che scontato, perché di solito – come spiega Il Sole 24 Ore negli articoli dedicati alla vicenda – chi viene comprato sale in Borsa, ma chi compra tende a scendere. E invece anche la stessa aspirante acquirente Intesa ha visto aumentare il suo valore del quattro per cento, mentre Ubi ha registrato un aumento del 30 per cento.

In attesa che l’offerta venga depositata in Consob (il 7 marzo), oltre all’opposizione del Car è arrivata anche la cauta risposta dell’ad Ubi Victor Massiah, che ha inviato una lettera ai dipendenti invitandoli a ridimensionare la notizia, sottolineando come la fumata bianca per questa operazione sia molto lontana e per nulla scontata.

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