Itinerari per l'estate

Alla Forcella del Sassolungo L’unico posto dove sperar che piova

Alla Forcella del Sassolungo L’unico posto dove sperar che piova
Eventi 19 Luglio 2015 ore 16:30

La cosa migliore sarebbe che vi capitasse una giornata di pioggia, per esempio in ottobre. Perché allora sareste perfettamente soli al mondo e vivreste un’esperienza davvero unica (o comunque poco frequentata). Però va bene anche se c’è il sole. Vi stiamo portando al rifugio Toni Demetz, nel cuore del Sassolungo. Meglio: sulla forcella tra il Sassolungo e le Cinque Dita.

 

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Chiunque percorra la strada che va dalla Val Gardena al Passo Sella lo vede, sulla destra, in cima al ghiaione, al termine della cabinovia. Sulla sinistra per chi proceda in senso inverso, ovvio. Ma i mezzi meccanici vanno bene per chi dai rifugi parte per andare più in alto, per arrampicare. Per quelli che vogliono solo arrivarci, le gambe sono molto più produttive di emozioni. In questo caso, ad esempio, vi proponiamo di arrivare al Demetz dall’altra parte rispetto a quella delle cabine, cioè dal versante dell’altopiano di Siusi. Che è tutta un’altra storia: per un lungo tratto vi sembrerà di essere capitati sulla Luna.

Si fa così. Prima di tutto si deve arrivare a Compatsch, con la cabinovia che parte da Siusi. E già vi accorgerete di essere entrati in una pubblicità che avrete visto mille volte senza sapere dove l’avessero girata o in una cartolina delle sette meraviglie del mondo. Davanti a voi avrete, sulla sinistra il Sasso Lungo, al centro le Cinque Dita, sulla destra il meraviglioso Sasso Piatto assolato. Voi dovete andare là dentro, nella forcella tra i primi due.

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A questo punto dovrete scegliere come procedere. Se non potete, o comunque non avete intenzione di correre, vi suggeriamo di prendere la navetta per Saltria, che è una località ai piedi della cattedrale. Da qui raggiungete (sono poche centinaia di metri) la base della seggiovia Florian, che vi porta in quota verso Zallinger. Una volta arrivati a destinazione prendete, sulla sinistra, il sentiero che porta al rifugio Vicenza. Vi parrà che sia stato inutile salire fin lì, visto che poi dovrete scendere, però alcuni preferiscono questa soluzione perché si trovano prima a contatto con la roccia. Altri – noi siamo fra quelli – trovano più gradevole andare a piedi direttamente al Vicenza, perché la strada è lunga ma molto, molto bella: nel bosco prima e tra grandi prati fioriti di rododendri dopo.

 

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Saremmo però cattivissimi se non vi avvertissimo che, in entrambi i casi, l’ultimo tratto di questa prima parte del cammino, quello sotto il rifugio Vicenza che ad un certo punto avrete cominciato a intravedere, risulta piuttosto erto. Non è assolutamente difficile, nel senso che non ci sono baratri o passaggi che esigano l’uso coordinato di mani e piedi: è un bel sentierone largo che, però – questo sì – tira forte. A noi è capitato più volte di venir superati da personaggi che procedevano spediti in salita trasportando bambini seduti sulla cima di zaini che avremmo fatto fatica a metterci in spalla anche vuoti – e questo è uno degli aspetti più infelici dell’intera vicenda. Però, se uno va per la sua strada e non si lascia intimorire, prima o poi al Vicenza ci arriva. E si accorge che si tratta di un bel rifugio, molto accogliente e anche impreziosito da un certo umorismo dei piccoli corvi neri che non disdegnano di condividere con gli ospiti ai tavoli parte delle meravigliose torte locali. Viene in mente il povero Lazzaro al pranzo del ricco epulone.

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Ritemprati e rifocillati, a questo punto si può decidere di affrontare l’ultimo tratto di strada che quelli con lo zaino affardellato (vedi sopra) percorrono in un’ora e mezza, gli altri in un tempo che può tranquillamente superare le due. Che però possono anche diventare tre se uno, come è capitato a noi, a un certo punto decide che di arrivare al Demetz non gli importa un fico secco perché qui dov’è, in questo ambiente lunare, al fondo di un golfo marino, al centro di una corona di cime che pare posata sul cranio di un gigante sommerso, qui dov’è, dicevamo, sta proprio da Dio. Se anche al rifugio si è dimenticato di prendere l’acqua, la trova che sgorga da una roccia riconoscibile dalle erbette nei dintorni e dalla lucentezza della pietra. Se si dimentica anche di aver sete allora vuol dire che questo è esattamente il posto che ha sognato per anni e che non immaginava nemmeno che potesse esistere.

È come trovarsi al centro di un tulipano di rocce. E si capisce quanta ragione avesse Reinhold Messner – il primo uomo ad aver scalato tutti gli ottomila del pianeta – quando diceva che le Dolomiti sono le più belle montagne al mondo, perché è vero che ci sono altre montagne altrettanto belle, diciamo, sull’Himalaya, ma: per prima cosa sono inferiori di numero e, secondo, bisogna andarle a cercare oltre i quattromila metri. Qui, invece, sono alla portata di tutti.

 

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E dunque non crediamo davvero di esagerare se pensiamo al posto in cui vi abbiamo portati come ad un posto quasi unico. Se decidete di non proseguire sul sentiero, infatti, potrete spostarvi di qua e di là sul fondo dell’enorme coppa, ottenendo prospettive sempre varie e improvvise che vi tolgono persino la voglia di tornare indietro. E un’altra cosa permettete di dire (o di ripetere) a chi vi sta portando lassù: pregate che il tempo cambi improvvisamente. Non si dice che debba proprio mettersi a piovere – che sarebbe il massimo – ma che almeno per un’oretta salga su la nebbia dal vallone per cui siete saliti. Allora vedreste quelle immense pareti a picco comparire e scomparire tra gli stracci delle nuvole, il rifugio, in basso, ammiccare di rosso e di bianco, l’altopiano erboso – in lontananza – illuminarsi di sole per poi spegnersi in un verdone cupo. Se poi anche l’acqua decide di collaborare alla vostra felicità lavando la roccia, allora – nei momenti di maggiore visibilità – tutto luccica fino a quando il sole non torna a far risplendere l’universo primordiale.

 

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Tutto ciò, si è detto, se decidete di fermarvi a un certo punto e di raggiungere il Demetz la volta prossima.

Se, invece, pensate malinconicamente che questa sarà l’unica e sola occasione per voi di salire alla Forcella, allora sappiate che l’ultimo tratto di sentiero è un po’ più arduo del già percorso, ma che la Hütte (come lo chiamano qui, il rifugio), vi apparirà davanti quando meno ve l’aspettate. E la vista sul gruppo del Sella, dall’altro lato del passo, è davvero magnifica. A questo punto sta a voi: tornar giù prima di notte o fermarsi a dormire lì. Se avete portato lo spazzolino vi conviene decisamente la seconda opzione: scendere alle prime luci del giorno, col sole che raggia tra le rocce alle vostre spalle (o di fianco, dipende da come gira il sentiero) è una di quelle magie che nemmeno il mago Silvan riesce a immaginarsi.

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