Due mostre, a Londra e Lugano

“Piumari” e divinità femminili Le opere di Mariella Bettineschi

“Piumari” e divinità femminili Le opere di Mariella Bettineschi
09 Ottobre 2014 ore 13:00

Tra gli artisti bergamaschi c’è una donna energica, vitale, dallo sguardo profondo e curioso. Il suo percorso, dagli anni Ottanta all’Era successiva, viene raccontato in questi giorni in due esposizioni di livello internazionale, una a Londra, che inaugura il 16 ottobre, e una a Lugano, aperta dal 13 settembre. Nelle mostre, fotografie, dipinti, installazioni site specific sono esempi di un lavoro che si modifica continuamente pur seguendo un sottile fil rouge. Che si dipana tra materia, spazio e tempo. Un’evoluzione continua, rivolta con sicurezza ad un universo nuovo, diverso e “successivo”.

L’esposizione londinese. A Londra, la mostra ospitata dalla galleria Megan Piper, accoglie alcune opere realizzate fra il 1980 e il 1986 e si colloca nella cornice di Frizie Art Fair, importantissimo appuntamento dedicato all’arte contemporanea. I lavori presentati a Londra sono espressione della ricerca artistica e materica dell’artista: pitture e disegni impalpabili, trascritti in oro su cuscinetti di organza; Piumari che rievocano la poesia dei ricordi conservati in un cassetto; i Tesori, echi e reperti di un momento lontano. Semplice carta trasformata in metallo, bronzo, leghe dalla provenienza misteriosa, che testimoniano le incredibili capacità di elaborazione materica della Bettineschi.

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La mostra svizzera. A Lugano, alla galleria Nellimya: light art exhibition, è visitabile, fino alla fine di ottobre, la piccola raccolta antologica Un arcipelago mobile, che va dai Piumari del 1981 all’Era Successiva degli anni Duemila (per la precisione, 2008-2013). Le opere dell’Era Successiva sono dedicate alla crisi economica e sociale che attanaglia tutto il Novecento; una serie di fotografie, montate su pannello e specchio, dove appaiono paesaggi che sottendono presenze e divinità femminili dai quattro occhi; sono per lo più icone rituali, che riattualizzano l’antica tradizione delle divinità preistoriche e svelano al mondo una strada diversa.

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Un passo indietro, la nascita di un percorso. Le due mostre sono solo l’ultimo tassello di un lungo percorso artistico. Mariella Bettineschi ha iniziato la sua convincente carriera in ambito accademico, prima con la Carrara di Bergamo, poi con Brera. Dopo il diploma arrivano subito le prime mostre, e poi una crisi la immobilizza anni. Inizia così un lungo periodo di ricerca strettamente personale che si conclude con un incontro, quello fra Mariella e Patrizia Serra, giovane curatrice che ammira e guida il “nuovo” lavoro dell’artista bergamasca.

 

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Milano, Roma, Berlino, New York. Negli anni Ottanta, la Bettineschi conosce Achille Bonito Oliva (che cura due monografie del suo lavoro), partecipa alla 43esima Biennale di Venezia e costruisce un promettente percorso che la colloca, senza mai rinchiuderla, nell’arte della transavanguardia italiana. Con la stessa libertà intellettuale conosce e frequenta un mondo dell’arte vibrante e artisti di livello internazionale. Gli incontri sono per la Bettineschi come nodi di giunture, ponti che collegano ciò che è stato con ciò che sarà.    Dai contatti umani, cercati o fortuiti, nasce buona parte della sua carriera, che dall’Italia si sposta a Berlino. Dall’89 al ’95, infatti, la Bettineschi lavora in uno studio nel cuore dell’Europa; da lì il lavoro diviene internazionale. Grazie alla serie Voyager – il complesso percorso iniziatico di una ragazza che diventa adulta creando mappe, mezzi di trasporto, macchine e guide interstellari – l’artista sbarca negli Stati Uniti, da New York a Philadelphia, da Detroit a Los Angeles, da Chicago a San Francisco.

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