In mostra fino al 31 gennaio 2016

Cinque capolavori di Monet che valgono un viaggio a Torino

Cinque capolavori di Monet che valgono un viaggio a Torino
10 Dicembre 2015 ore 08:00

Il sodalizio, inaugurato nel 2012, fra la GAM di Torino e il Musée d’Orsay di Parigi ha dato vita ancora una volta a una mostra di grande interesse, quest’anno dedicata a Monet (1840-1926). Fino al 31 gennaio si potranno ammirare una quarantina di quadri provenienti dal museo francese che raccontano la storia di uno dei maestri dell’impressionismo.

 

 

Un pittore rivoluzionario. Nell’aprile del 1880 un giornalista, tale Émile Taboreux, chiese a Monet di vedere l’atelier in cui lavorava e lui, risoluto, indicando la Senna e la campagna rispose: “Voilà mon atelier”. In un gesto e in una frase aveva condensato l’essenza del suo fare artistico, tutta la verità e il senso del suo metodo che fondeva inscindibilmente vita e opera. Il suo laboratorio era là, al di fuori di quattro pareti, ovunque potesse dipingere la realtà, la natura, la vita, gli uomini, le acque, i cieli; ovunque potesse raccogliere soggetti, motivi, panorami.

Portando con sé pennelli e colori, cavalletti e tele, si posizionava in un prato o sulle sponde di un fiume e cominciava a catturare luci, ombre e sfumature. A così stretto contatto con ciò che ritraeva, coglieva ogni cosa che colpiva non solo gli occhi, ma l’intero corpo e i suoi sensi, ciò che lo sfiorava e lo avvolgeva: l’umidità delle nebbie, l’odore del mare, il freddo invernale; il tepore del sole, il profumo dei fiori, il ronzio degli insetti.

 

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L’impressionismo. In un atelier mutevole come il mondo circostante, la sua pittura poteva solo cercare di intrappolare l’instabile e l’effimero, di cristallizzare una sensazione, un’impressione. Il sole nascente sorpreso a Le Havre nel 1872, come rimarca il titolo dell’opera – Impression, soleil levant –, è proprio questo, un’impressione restituita adottando criteri assai lontani da quelli con i quali si era soliti concepire una veduta di quel tipo. La libertà espressiva, i contorni incerti e i tratti indefiniti avevano fatto accapponare la pelle al critico Leroy che nel 1874, di fronte ai quadri esposti nello studio del fotografo Nadar, coniò l’appellativo “impressionisti” per schernire tutti quei pittori che, secondo lui, dipingevano in maniera approssimativa. Suo malgrado, la definizione avrebbe però identificato un gruppo di grandi artisti destinati a influenzare l’intero Novecento.

La mostra e cinque capolavori (fra i tanti). Il percorso espositivo è stato pensato per rendere conto degli sviluppi stilistici e operativi di Monet, rappresentati al meglio da questi cinque capolavori:

 

1) Le déjeuner sur l’herbe (1865-1866)

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L’opera esposta, unitamente a una seconda conservata al museo d’Orsay, rappresenta l’unica memoria della monumentale Colazione sull’erba di Monet – mai portata a termine e per questo sezionata in tre frammenti – che secondo i progetti iniziali doveva misurare più di quattro metri per sei. Un omaggio e, allo stesso tempo, una sfida a Manet: nel tentativo di superare il suo realismo, qui comincia a sbocciare un concetto nuovo dello spazio e del rapporto spettatore-pittura. Luci e ombre si alternano e danzano sinuosamente sugli abiti dei giovani borghesi modellandone le forme e abbozzando stilemi che diventeranno tipici del pittore francese.

 

2) Argenteuil (1875)

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Per la realizzazione di questo quadro è assai probabile che Monet si sia sistemato nel suo battello utilizzato come studio. È un momento di quiete e di armonia restituito grazie a una tavolozza ricca di tinte sfumate. I colori del paese e delle colline sullo sfondo sembrano diluirsi in una leggera foschia mentre l’acqua riprende le variazioni cromatiche del cielo. Il modo in cui il pittore stende le tempere a olio cambia rispetto al passato: se da un lato la pennellata si fa più densa e materica nelle zone luminose, dall’altro la natura è restituita con uno stile spumeggiante e gioioso e attraverso un tratto più lungo e filamentoso.

 

3) La Rue Montorgueil à Paris. Fête du 30 juin 1878

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Fin dagli anni della sua formazione Monet è sempre stato attratto da Parigi, soprattutto per ciò che la capitale rappresenta visivamente nel suo complesso tessuto urbano. Realizzato il 30 giugno 1878 in occasione della festa “della pace e del lavoro” – una delle celebrazioni organizzate per la terza Esposizione Universale di Parigi -, il quadro mostra una veduta osservata da una certa distanza: il pittore non si mischia alla folla ma si limita a osservarla da una finestra, agendo quasi come un moderno fotoreporter. L’estetica impressionista, con le sue molteplici piccole pennellate di colore, descrive bene l’animazione della folla e lo sventolio delle bandiere: la composizione è una fantasia di colori in movimento dove i rossi, i bianchi e i blu della Francia riempiono con il loro sfarzo cromatico tutta la tela.

 

4) Essai de figure en plein-air: Femme à l’ombrelle tournée vers la droite – 1886

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Si tratta di un magnifico dipinto a olio, di cui esistono la versione girata verso destra e quella verso sinistra, dove il soggetto – una donna con un parasole in un campo, nel mezzo di una giornata ventosa – è Suzanne Hoschedé, figlia di Alice Hoschedé, modella preferita del pittore. In questo dipinto Monet trascura volutamente l’industrialismo galoppante di quel periodo per inebriarsi del fascino bucolico di una passeggiata in campagna. La tonalità prevalente è chiara e splendente, ma, osservando attentamente, il prato è costituito da una vasta gamma di colori: gialli, rosa, viola e verdi, come se vi si potessero vedere separatamente quelle notazioni cromatiche che la mente registra e restituisce in un’unica impressione di colore omogeneo.

 

5) La cathédrale de Rouen. Le portail, temps gris (1892)

La cathédrale de Rouen. Le portail et la tour Saint-Romain, plein soleil (1893)

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Entrambe le tele sono solo due esempi di un gruppo composto da ben trentuno dipinti. In un ciclo cominciato nel 1892 e terminato due anni dopo, Monet si è preoccupato di raffigurare la cattedrale di Rouen nelle più diverse situazioni di luce solare – all’alba, a mezzogiorno, al tramonto – determinate dalle condizioni atmosferiche (sereno o nuvoloso), dall’ora del giorno e dalla stagione. Alla variabile atmosferica si aggiunge poi quella delle diverse angolazioni da cui è vista la facciata che, catturata nei suoi infiniti cambiamenti attraverso un’ampia gamma cromatica, non appare mai uguale: a volte è luminosa e corrosa dai gialli intensi, a volte cupa (se non addirittura spettrale) e dominata dai grigi.

 

 

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