ora vendono in tutto il mondo

I due giovani galleristi milionari Un successo creato su Instagram

I due giovani galleristi milionari Un successo creato su Instagram
Eventi 10 Febbraio 2016 ore 11:00

I social network sono comunemente intesi come un luogo dove passare il proprio tempo libero, condividere le fotografie delle vacanze con gli amici, magari contattare qualche parente lontano. C’è chi però ha imparato ad usare questi strumenti in una maniera decisamente più produttiva, costruendo veri e propri business che a volte possono fruttare anche milioni di dollari. È il caso di due ragazzi di Londra, Jonny Burt e Joe Kennedy, che sono stati intervistati, tra gli altri, da Business Insider UK.

La storia. Jonny e Joe si sono laureati a 23 anni e poco dopo hanno deciso di aprire una galleria d’arte. Il primo problema che hanno dovuto affrontare è stato ovviamente il locale: un’attività del genere ha bisogno di spazi molto ampi e Londra è famosa per gli affitti proibitivi. La loro galleria “fisica” però era solo un punto di partenza, nel frattempo infatti i due neo-imprenditori hanno deciso di sfruttare a pieno le potenzialità di Instagram, il social delle immagini per eccellenza. Nel giro di tre anni hanno sviluppato una rete online di giovani compratori provenienti da tutto il mondo, Hong Kong, Stati Uniti, Medio Oriente, ed ora possono permettersi una galleria di quasi 400 metri quadrati a Soho, uno dei quartieri più eleganti di Londra. Il loro profilo Instagram, The Unit London ha oltre 50mila followers e ora i due giovani vogliono sfruttare la loro clientela per trovare contatti nelle più grandi gallerie d’arte al mondo.

 

 

Il principale ostacolo al momento è superare lo scetticismo e lo snobismo di un ambiente che forse non si è ancora adattato alle nuove tecnologie. «Molti musei e gallerie d’arte – ha spiegato Joe Kennedy a Business Insider – pensano ancora che i social media siano un gioco per ragazzini che vogliono pubblicare le foto della loro colazione. Non li prendono sul serio come strumento commerciale».

La prima mostra di Instagram. I due giovani imprenditori invece danno il giusto valore a questo strumento e sono stati in grado di sfruttarlo per creare qualcosa che finora nessuno aveva mai fatto. Il loro ultimo show, definito La prima mostra d’arte di Instagram”, ha riunito più di sessanta artisti da tutto il mondo e tutti hanno costruito la propria reputazione tramite Instagram, grazie ai loro profili e alla collaborazione con altri artisti come loro che si sono fatti largo su questa piattaforma. Le opere mostrate vengono trattate sia come opere d’arte che come veri e propri prodotti di vendita, perciò ogni pezzo che proviene da Instagram ha un proprio codice QR, che rimanda a tutte le informazioni sull’opera e sull’artista, per avere un’esperienza completa.

Burt e Joe non hanno timore d’ammettere che un elemento fondamentale per il loro successo è stata la capacità di stringere collaborazioni e di farsi conoscere nel mondo dei social. Il loro pubblico potenziale al momento è davvero vasto, si tratta di centinaia di migliaia di follower, considerando anche tutti i seguaci degli artisti che si sono uniti a questa rete, e forse anche per questo motivo diversi vip hanno dato il loro pieno appoggio, come Jude Law, Jean Paul Gautier e Bob Geldof.

 

 

La crescita. Agli inizi del loro business, i due ragazzi non avevano contatti su cui contare, non conoscevano giornalisti e non avevano molti soldi da investire. Durante i primi mesi gli affari non andavano molto bene e avevano iniziato a perdere denaro, vedendosi così costretti a provare qualcosa di diverso per sbarcare il lunario. Poi questo nuovo originalissimo marketing è venuto in loro soccorso: «La maggior parte delle gallerie d’arte – ha spiegato Kennedy – hanno delle strategie di marketing che sono basate sulle newsletter e sulle pubblicità sui giornali che trattano d’arte, ma normalmente un giovane non compra un giornale che parla d’arte. I giovani sono tutti sui social media, sono tutti su Instagram o Facebook».

Hanno quindi avviato una strategia piuttosto aggressiva, concordando di promuovere i singoli artisti sia nel loro piccolo negozio che su Instagram. E – appunto – ha funzionato: ora possono contare su un pubblico potenziale che è quasi inaudito per il mondo dell’arte e circa la metà delle loro opere sono vendute online. La reputazione sia della galleria che degli artisti è rapidamente aumentata e compratori da tutto il mondo hanno iniziato a interessarsi alle opere che avevano sponsorizzato. «I compratori vengono da tutto il mondo: Medio Oriente, Stati Uniti, molti da Hong Kong e ovviamente ci sono anche tanti giovani collezionisti inglesi». Così, Jonny e Joe hanno guadagnato quasi un milione e mezzo di dollari e le proiezioni per il terzo anno sembrano anticipare un raddoppio del loro volume d’affari.

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Il lavoro è davvero molto, tanto che i due imprenditori hanno rivelato di passare gran parte delle loro giornate all’interno della galleria, ma al volontà è quella di continuare ad espandersi ed a migliorare il servizio. «Il piano – ha continuato Kennedy – è di aprire un bar al piano di sotto. Se questo accadrà, probabilmente non riusciremo mai più ad uscire di qui. Probabilmente dormiremo qui. Abbiamo anche in programma di andare Oltreoceano, stiamo considerando di trasformare The Unit in un franchise internazionale. Un paio di artisti in Hong Kong, ad esempio, potrebbero organizzare una galleria Unit sul loro territorio. Credo sarebbe una novità assoluta: un fanchise nel mondo della moda».

Anche se… Jonny però alla fine ci tiene a specificare una cosa: «Non credo che ci siano altre applicazioni che possono essere così potenti come Instagram per quello che facciamo. È perfetto proprio perché non tratta solo di arte. È importante però avere anche uno spazio fisico. L’arte è molto tattile. App come Instagram sono principalmente uno strumento di marketing, ma non possono sostituire del tutto lo spazio fisico. I collezionisti non sarebbero soddisfatti di vedere un’opera soltanto online, l’arte va apprezzata dal vivo. I social media non sostituiranno mai le gallerie d’arte, anche se le possono supportare».

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