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Il film da vedere nel weekend Il permesso, bella regia di Amendola

Il film da vedere nel weekend Il permesso, bella regia di Amendola
01 Aprile 2017 ore 07:00

Regia: Claudio Amendola.
Con: Luca Argentero, Claudio Amendola, Giacomo Ferrara, Valentina Bellè, Antonino Iuorio, Valentina Sperlì, Ivan Franek, Alessandra Roca, Simone Liberati, Massimo De Santis, Silvia Degrandi, Stefano Rabatti, Andrea Carpenzano.
Dove vederlo a Bergamo e provincia: qui.

 

Il nome di Claudio Amendola è da tempo stabilmente associato a un cinema di poche pretese, quasi di serie B, che piace al pubblico generalista per il suo saper far ridere senza difficoltà. Da qualche tempo a questa parte però, come a manifestazione di un desiderio di riscatto dopo la sedimentazione del suo ruolo attoriale da protagonista nella serie tv I Cesaroni, Amendola pare voler imboccare la strada di un cinema più impegnato, o comunque maggiormente legato a una dimensione autoriale e a una ricerca filmica che non si esaurisca nella battuta di spirito o nella situazione ridicola alla Boldi e de Sica.

Ne è prova, ad esempio, l’ottima performance attoriale di Suburra, film dalle forti ambizioni che risulta quasi completamente ancorato alla prova dello stesso Amendola. A ciò si somma il desiderio di cimentarsi anche nella direzione di un film: dopo il già discreto La mossa del pinguino (2014), Amendola torna alla regia con Il permesso, film che pur non consacrandolo come uno degli autori di punta del nostro cinema, ne conferma quantomeno l’abilità come regista.

 

 

Protagonisti della pellicola, in cui predominano sin dai primi minuti dei toni da noir contemporaneo che paiono mutuati proprio dal cinema di Sollima, un gruppo di detenuti del carcere di Civitavecchia, appena uscito con un permesso di due giorni. Ognuno dei quattro protagonisti ha un’età diversa ed è in carcere per aver compiuto reati diversi (duplice omicidio, traffico di stupefacenti, rapina e perfino un individuo che apprendiamo essere in realtà innocente). Nel corso di queste due giornate ciascuno dei protagonisti cercherà di compiere un percorso interiore se non proprio di redenzione almeno di parziale ricongiungimento a quei legami affettivi e a quelle realtà di cui la dimensione carceraria li ha privati.

A vedere in sequenza i due film diretti da Amendola sembra di aver compiuto un percorso accidentato nella produzione di un autore indeciso, oppure di trovarsi di fronte a due film realizzati da persone diverse (non solo più mature o arricchite artisticamente, è proprio la cifra stilistica del film ad essere mutata). È probabile che a essere intervenuta qui sia stata anche l’evoluzione della sua carriera attoriale, che ha iniziato a frequentare autori e registi diversi da quelli che erano i suoi riferimenti di un tempo. In particolare si vede non solo l’influenza di Sollima ma, per la sceneggiatura, il piglio assolutamente riconoscibile di Giancarlo de Cataldo.

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Amendola, aiutato evidentemente da un team esperto, riesce nella non facile impresa di raccontare senza banalità, qualunquismi o facili inclinazioni alla commozione le storie – quanto mai reali e concrete – di quattro individui che lasciano un luogo di reclusione per tentare di ritessere relazioni strappate e di colmare i vuoti del non detto e del non fatto. Il suo è un film assolutamente legato alla realtà che racconta, che Amendola dimostra non solo di conoscere ma anche e soprattutto di saper ricostruire con intelligenza.

Ne emerge, complessivamente, un film più che valido sia sotto il profilo della ricerca e dell’ispirazione cinematografica che sotto quello della narrazione. Un prodotto da valorizzare, soprattutto considerando che si tratta di un titolo che ad Amendola gioverebbe molto, per scrostarsi la sua patina di sciocca ironia.

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