Da San Paolo allo yoga

“Il regno” di Émmanuel Carrère Che bello se lo leggessero tutti

“Il regno” di Émmanuel Carrère Che bello se lo leggessero tutti
15 Aprile 2015 ore 11:56

La cosa bella sarebbe che lo leggessero tutti, così che poi se ne parla. Ma non succederà. Peccato. Perché le quattrocento e passa pagine di Il Regno di Émmanuel Carrère – romanzo uscito un mese e mezzo fa – sono tanti libri che si incontrano, dialogano l’uno con l’altro, uno più bello dell’altro, e insegnano con leggerezza un sacco di cose a chiunque. Cose belle e importanti.

Quello che occupa la gran parte della narrazione, almeno da un punto di vista quantitativo, è la ricostruzione del Nuovo Testamento attraverso le peripezie dell’ebreo Saulo e del medico macedone Luca – san Paolo e san Luca nella tradizione. L’operazione si conclude con un’ipotesi molto interessante che riguarda la composizione dell’Apocalisse. Detta così sembra una cosa un po’ pesante, ma non lo è. Carrère, che è uno storico oltre che un romanziere, è estremamente meticoloso nella fedeltà alle fonti, distingue sempre quel che è certo da quello che immagina lui o hanno pensato altri non sempre altrettanto precisi nei loro riferimenti, e riesce a produrre un quadro molto vivace e molto verosimile delle vicende che racconta. Si capisce perfettamente che per lui tutto si può pensare delle storie narrate nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli, meno che siano frutto di invenzione. Ma non pensate ai soliti libri divulgativi sugli eroi del passato e men che meno a Dan Brown, citato di sfuggita per indicare come non si deve scrivere. Pensate piuttosto al diario di un giornalista serio e un po’ impertinente al seguito di un personaggio interessante al quale vuol bene.

 

 

Intrecciata al precedente c’è l’autobiografia dell’autore, col suo passaggio attraverso il cattolicesimo e il successivo distacco, il primo matrimonio e poi la vita con Helène – la sua attuale compagna -, le letture, gli altri libri, la casa a Patmos. L’amicizia con Hervé. È una vita che ha passato momenti cupi, ma al momento quello che ne emerge è la felicità per la consapevolezza che ha prodotto e che permette allo storico e al filologo di capire meglio le vicende degli apostoli e dei loro gruppetti sparsi fra Gerusalemme, la Macedonia, la Siria e Roma. È stata una vita piena di letture, di incontri di lavoro, di rapporti importanti con persone che nella loro varietà hanno lasciato un segno indelebile in questo vorace ascoltatore di racconti.

Dalla biografia viene fuori anche il grande arazzo della cultura francese del secolo scorso, che sfocia in una disincantata messa a fuoco di quel che stava accadendo nei sette anni che il libro si è preso per diventare quel che è. Se anche le vicende antiche – e soprattutto quelle che portarono alla redazione del vangelo di Luca – occupano il primo piano, la Francia sullo sfondo non perde affatto di vivacità. Da Péguy a Houellebecq ci son dentro tutti, con puntate alla grande letteratura del passato. Racine e Pascal per tutti. Ma ci sono anche il cinema e le serie televisive americane. E lo yoga.

 

 

Poi c’è, come fossero tanti puntini luminosi sparsi per le pagine, il libro che fa vedere come si impara a leggere e che cosa serve per portare sempre più avanti l’avventura dell’incontro con un testo. Carrère non fa mai una lezione – nemmeno una lezioncina -ina -ina – eppure vien proprio da dire: ecco come si fa a leggere davvero un testo! Cosa ci vuole per decidere di tenerselo sul tavolo, come bisogna trattarlo per non deluderlo con letture superficiali, il rispetto che gli è dovuto, i raggiri gentili necessari per costringerlo a confessarsi, la rete di libri amici che aiutano a collocarlo nel tempo.

E infine c’è il grande libro sul senso e sull’artigianalità della scrittura. Il Regno è infatti, dalla prima parola all’ultima, un grande testo che parla di sé e della propria storia attraverso la vita e la storia degli altri. Viceversa, dalla prima parola all’ultima, si capisce benissimo che per Carrère scrivere sia il modo che gli è dato per entrare in sintonia col mondo intero.

Quando, nelle ultime pagine, raccontando l’episodio della lavanda dei piedi nel vangelo di Giovanni e nella comunità di Jean Vanier presso cui è andato a vivere il giovedì santo, scrive che il Regno dei cieli non va cercato al di là della realtà, ma è «la realtà della realtà», si ha l’impressione che lo scrittore abbia percepito in un attimo che tutto il cammino della vita e della composizione di questo e degli altri suoi libri non gli sia servito ad altro che ad approdare a questa percezione strana. Il cielo non è al di là delle cose, è la loro profondità. Tanto più strana, questa illuminazione, per il fatto che alla comunità di Jean Vanier Carrère è arrivato su sollecitazione di una signora che aveva letto i suoi libri precedenti.

Rileggendo mi rendo conto che questa presentazione, oltre ad essere scritta maluccio, non rende affatto l’idea che mi ha spinto a iniziarla. Ma non fa niente. Il libro c’è. Magari a qualcuno viene comunque voglia di leggerlo. L’importante è appunto questo.

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