Ora una mostra fotografica

La coppia di Casnigo che ha girato tutto il Sudamerica in pullman

La coppia di Casnigo che ha girato tutto il Sudamerica in pullman
18 Dicembre 2018 ore 06:00

“Un Viaggio per due”, che ha visto protagonisti due giovani seriani, Nadia Rossi ed Emiliano Perani. Qualche settimana fa, la Biblioteca di Albino ha ospitato la mostra dedicata al progetto. L’esposizione fotografica è il racconto per immagini di un viaggio “on the road” di 17 mila chilometri tra Argentina, Cile, Bolivia, Perù ed Ecuador, viaggiando con mezzi pubblici tra turismo e volontariato. Venerdì 7 dicembre alle 21 hanno raccontato la propria esperienza al Teatro dell’Oratorio di Casnigo, paese di residenza di entrambi, dove in due distinte cornici è anche allestita la mostra sino al 22 dicembre (info QUI). Nadia ed Emiliano sono una coppia di giovani, rispettivamente di 28 e 35 anni. Nadia è insegnante di inglese e musicista, Emiliano grafico pubblicitario e fotografo. Amano la montagna e la natura in generale, esplorare luoghi, persone, culture e realtà sociali. Li abbiamo incontrati per comprendere spirito e genesi del loro viaggio.

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Cosa vi ha spinto alla decisione di viaggiare?
«Un sogno nel cassetto: quello di lasciare per un lungo periodo la nostra terra, il nostro lavoro e le abitudini quotidiane per scoprire qualcosa di nuovo, in modo autonomo e senza ricorrere a viaggi organizzati. Prima di questo “grande viaggio” avevamo avuto già alcune esperienze minori, soprattutto effettuate su un piccolo furgoncino camperizzato: nel 2015 la Francia del nord, nel 2016 la Grecia e nel 2017 la Germania. Una scoperta dell’Europa “on the road” e lontano dalle comodità degli alberghi e dei ristoranti che forse è servita da ottimo test».

Quest’anno, poi, il viaggio in America Latina. Perché in questo continente?
«Qui la colpa è mia – afferma Nadia -, perché fin da bambina avevo il sogno di ripercorrere i passi che i miei genitori avevano percorso ormai più di trent’anni fa in Ecuador e in Perù. Emiliano era invece più incuriosito dalla Patagonia e dalla Terra del Fuoco… E così abbiamo ben pensato di unire il tutto. Abbiamo attraversato cinque Stati in 198 giorni, più di 15 mila km, tutto con i mezzi pubblici. Siamo atterrati a Buenos Aires e da lì siamo scesi fino a Ushuaia, la città “alla fine del mondo”. Da qui siamo risaliti, un po’ in Cile e un po’ in Argentina, passando poi in Bolivia e continuando verso nord, visitando il Perù e arrivando infine in Ecuador, sulla latitudine 00° 00’ 00’’».

Come vi siete guadagnati da vivere?
«Per circa un anno e mezzo in Italia abbiamo cercato di risparmiare il più possibile, in modo da partire con una certa sicurezza. Poi abbiamo cercato scambi di lavoro “alla pari”: abbiamo lavorato in una fattoria di Puerto Natales (Cile) o in un hotel costruito con container navali a Valparaiso (Cile), ottenendo in cambio vitto, alloggio e lezioni di spagnolo. Abbiamo poi svolto periodi di volontariato con associazioni italiane operanti laggiù, come Yanapakuna a Potosì (Bolivia) e Operazione Mato Grosso in Perù. Abbiamo anche trovato conoscenti alla lontana e “amici di amici” che ci hanno spalancato le porte e il cuore. Su sei mesi e mezzo di viaggio, per circa tre abbiamo lavorato e fatto volontariato».

Quali realtà avete incontrato?
«Le più disparate, a cominciare dalla missione delle Orsoline di Gandino, che ci hanno ospitato nei primi giorni in un sobborgo di Buenos Aires. Ma anche la fattoria autosostenibile di Karen e Ricardo, sui fiordi cileni, con un gregge di più di 700 pecore, oppure la diocesi di Riberalta (Bolivia) dove ci ha accolto il vescovo mons. Eugenio Coter, nativo di Semonte. E ancora: le missioni peruviane dell’Operazione Mato Grosso a Santa Maria (Cuzco), a San Luis e a Shilla, con i loro più svariati impegni di assistenza e aiuto alle persone bisognose. Per il Mato Grosso abbiamo effettuato due settimane di lavoro-volontariato al Rifugio Ishinca (4350 mt) sulla Cordigliera Blanca. In Ecuador abbiamo incontrato i Padri Salesiani, vivendo nella missione di Wasak’Entsa, nel cuore della foresta amazzonica. Ci siamo goduti ogni singolo giorno. Generalmente abbiamo alternato settimane di spostamento e di turismo un po’ più “canonico” a settimane in cui appunto ci siamo fermati nelle varie realtà. Ci siamo sempre spostati in autobus, anche per tratte molto lunghe (per raggiungere la città più australe del mondo in Argentina ci siamo sorbiti 36 ore di bus) e abbiamo sempre dormito in ostelli economici, preferendo investire i soldi in escursioni naturalistiche o ingressi ad alcune meraviglie imperdibili, come Machu Pichu, il Salar de Uyuni o il ghiacciaio del Perito Moreno».

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Quali le difficoltà e quali le esperienze positive?
«Difficoltà, a conti fatti, ben poche. Forse la difficoltà mentale di svegliarsi la mattina e dover sempre rimboccarsi le maniche e prendere delle decisioni: dove andare, come andarci, dove dormire… Ma d’altra parte questo è anche l’aspetto del viaggio che lo rende sempre intrigante. Esperienze positive tantissime, per non dire tutte. Al primo posto senz’altro gli incontri con la gente e tutto ciò che ne consegue, dall’imparare una nuova lingua, al conoscere storie di grande umanità, fino a intravedere le facce più nascoste della società di questi paesi. Attraverso il nostro blog (QUI, ndr) abbiamo raccontato le nostre avventure e pubblicato le fotografie di Emiliano. Poi grazie alle nuove app di messaggistica non era difficile avere anche qualche contatto telefonico».

Cosa vi ha trasmesso questo viaggio?
«L’allegria di poter vivere il “qui e ora”, il potersi godere ogni giornata intensamente senza dover pensare troppo. E poi la consapevolezza che c’è tantissima gente, anche dall’altra parte del mondo, pronta ad aiutarti, ad aprirti le porte della propria casa e a dedicarti del tempo. I pericoli sono sempre meno di quelli che ti raccontano il sentire comune o i pregiudizi. Noi europei siamo molto fortunati: possiamo viaggiare senza grossi impedimenti economici o burocratici. Approfittiamone».

Avete un sogno nel cassetto?
«Oltre a quello di ripartire? Sì, completare il nostro viaggio con la pubblicazione di un libro fotografico e narrativo, che possa documentare o consigliare futuri viaggiatori. Un libro solidale, con il cui ricavato si possano ringraziare tutte quelle associazioni che ci hanno aperto le porte».

Com’è tornare alla realtà?
«Abbastanza difficile. Ancora più che partire. Purtroppo la furia e la frenesia dei ritmi occidentali rischiano di farti dimenticare la bellezza del “qui e ora”. Manca un po’ il senso di libertà, del poter vivere con poco, dell’avere tempo per gli incontri, per le scoperte, per l’impegno gratuito… Ci si sente un po’ incastrati. Dall’altra parte però c’è l’energia positiva accumulata in questi mesi, che si ha voglia di reinvestire sul nostro territorio e da cui speriamo possano nascere nuove idee e nuovi progetti».

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