L'intervista

La voce dell’Alan Parsons Project è diventato un abituè di Bergamo

La voce dell’Alan Parsons Project è diventato un abituè di Bergamo
31 Ottobre 2018 ore 12:33

Vuoi vedere che Lenny Zakatek finirà col trasferirsi a Bergamo? Magari sul Lago d’Iseo come Morris Albert, quello di Feelings, che ogni due per tre è a Predore dove va a trovare la figlia. «Confesso che l’idea non mi dispiacerebbe – dichiara il cantante – ma prima devo darmi da fare per mettere assieme un bel gruzzolo. Poi chiederò al mio amico Massimo Numa di portarmi a vedere i dintorni della vostra città. L’idea di una casa al lago… beh, davvero sarebbe fantastico, anche perché ormai sento Bergamo come una seconda casa». Lenny Zakatek è un signore elegante e dai modi raffinati di 71 anni, due figli che fanno il mestiere di papà, pelato, simpatico, una lunga storia da raccontare. È stato il cantante di Alan Parsons Project forse nel periodo migliore di questo gruppo messo assieme da uno dei più talentuosi tecnici del suono della storia: Beatles, Pink Floyd, Al Stewart, John Miles. Dalle nostre parti c’è già stato. Si è esibito con la Skeye band al Lazzaretto il ventun giugno scorso. Sul palco il vulcanico chitarrista bergamasco, produttore e ideatore di gruppi tributo Massimo Numa, i 37 strumentisti della Gavazzeni Symphony Orchestra diretta dal maestro Brena e i dodici vocalisti dell’Opera Choir. E, come aveva promesso, lo rivedremo giovedì primo novembre, con la medesima formazione al Palacreberg. «Quando ho cantato a Bergamo l’estate scorsa – puntualizza Lenny – mi sono sentito come quando ho debuttato sul palco a 4 anni. Poi, andando avanti con il concerto, ho idealmente rivisto il percorso della mia carriera artistica. È stata un’esperienza notevole per me, perché a un certo punto mi sono chiesto: qui mi sento come fossi a Londra. Una sensazione dettata dal valore dei musicisti con i quali abbiamo provato per due settimane con rigore e applicazione. Dalla capacità dei tecnici di dare il suono migliore alla musica, dalla simpatia e dalla capacità di trasmettere entusiasmo e coinvolgimento di Massimo. E soprattutto dal calore del pubblico. Massimo mi aveva parlato della competenza della gente di qua. Ma non credevo fosse così “up to date” sulle musiche di Alan Parsons».

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Il progetto degli Skyeye è nato qualche anno fa proprio in Italia quando Lenny ha incontrato Massimo Numa a Torino durante un Alan Parsons Day. «Difficile poter resistere a uno come Massimo – continua il cantante -. Quando mi ha parlato di che cosa aveva in mente, in un primo momento, ho pensato: questo è matto. Poi, vedendo che la cosa andava avanti, ho incominciato a crederci sempre di più. Ora il progetto è avviato e ha prospettive molto incoraggianti a livello internazionale. Per me è anche un modo intenso e sincero di rendere omaggio a un mio grande amico, il co-autore di Alan Parsons, Eric Woolfson, che qualche anno fa ha perso la sua battaglia contro un brutto male…». Tutte le volte che ricorda Woolfson, Lenny si emoziona sino a commuoversi, come è accaduto anche nella sua prima uscita bergamasca. »Vede – continua l’artista nato a Karachi, nell’India britannica – ero molto amico di Eric con cui condividevo il concetto stesso di fare musica. Per me cantare è una missione in cui convivono corpo e anima ed Eric la pensava esattamente come me. La sua mancanza è molto forte per me. Ma il suo ricordo è anche uno dei motori che manda avanti la mia voglia di continuare a cantare». E, è il caso di dirlo, gli riesce molto bene.

Gran voce. Le note biografiche lo definiscono «uno dei pilastri della voce moderna», il suo nomignolo è Voice, appunto, lo stesso che portava Frank Sinatra. «Già. Lungi da me il confronto. Comunque nel mio ultimo cd pubblicato due anni fa, e intitolato Love Letters, ho voluto ricantare grandi canzoni d’amore. Non ho avuto nessun passaggio radiofonico, i disc jockey non mi boicottano per partito preso, si giustificano dicendomi: bello questo disco ma non è radiofonico… Così preferiscono passare pezzi come I Wouldn’t Want to Be Like You o Games People Play… Sono i tempi di oggi e non provo molto rammarico. Ovunque vado trovo gente che mi dice di aver molto apprezzato questo disco. Gli unici che mi hanno criticato sono stati i musicisti che lo hanno suonato con me. Delle volte mi dicevano: Lenny, questo pezzo come pensi che possa funzionare? Sa che cosa mi procura un certo dispiacere? In tutti questi mesi in cui ho riportato in giro per il mondo i successi di Alan Parsons non ho mai ricevuto una telefonata, un grazie, da lui. Eppure sto promuovendo la sua musica». …

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