Suona la sirena e poi l'incanto

La meraviglia delle cascate di notte A Valbondione come in un rito sacro

La meraviglia delle cascate di notte A Valbondione come in un rito sacro
Eventi 20 Luglio 2015 ore 13:25

Inerpicandosi verso la cima della Valle Seriana ci si aspetterebbe normalmente di arrivare in un piccolo paesello coi suoi pochi abitanti. Ma Valbondione per l’evento dell’apertura delle cascate del Serio pullula di turisti. I parcheggi iniziano centinaia di metri prima e sono organizzati benissimo, suddivisi per colori che vengono assegnati alla cassa, posta lungo la strada ad inizio paese. Anche il resto della Valle mostrava i segni del turismo, con tante macchine parcheggiate in ogni piazzola e svariati gruppetti di ragazzi, presumibilmente di ritorno da impegnative escursioni montane.

Il paese risuona di musica, ad ogni angolo si vedono persone munite di zaino e scarponi che si preparano a partire. Iniziamo la camminata: non sembra troppo difficile e comunque la fatica è ripagata dal refrigerio dato dall’altitudine e dall’ambiente boschivo. Ogni tanto incrociamo un torrentello e l’aria si inebria di fresco. L’utenza è variegata: donne, bambini, anche dei cani! E poi i signori esperti, che han già fatto la gita tante e tante volte, ma piace loro mantenere la tradizione. Già in paese si era capito che nella giornata di oggi l’attenzione sarebbe stata monopolizzata dall’evento delle cascate. È sempre così nei paeselli.

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C’è chi torna indietro. In alcuni punti la boscaglia si dirada e ci permette di ammirare le scoscese e severe montagne di fronte. Una cosa strana è vedere molte persone tornare indietro mentre noi saliamo. Non si capisce se abbiano rinunciato oppure siano di ritorno da una gita che non contemplava di fermarsi alle cascate, che aprono questa volta alle 22. In effetti non un orario comodissimo. Ha suscitato la nostra ilarità il commento di un signore che, tutto paonazzo, stava scendendo: «me turne ‘ndrè. O sentìt che gh’è amò mes’ùra / tri quart d’ura».

Il bivio. A due terzi del percorso arriviamo ad un bivio: un sentiero sale e uno scende. Chiediamo informazioni a un gruppo nutrito che sta facendo sosta. Ne approfittiamo anche per una bella foto. Optiamo quindi per la strada in discesa che conduce a un punto di osservazione delle cascate dal basso, nettamente migliore a detta di alcuni simpatici bambini.

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Il ristoro. Dopo una ventina di minuti iniziamo a sentire in lontananza il fragore del fiume. Quando arriviamo la sorpresa è notevolissima, per chi non c’era mai stato prima. Una quantità enorme di persone, soprattutto se contiamo lo scoglio non da poco della salita. Ma il viaggio in realtà non è finito. Il grande assembramento di persone è dovuto alla presenza del…  cibo! Siamo al punto di ristoro nr 3. Ci passano davanti succulenti piattoni di polenta e carne. Le code sono davvero lunghe, i pentoloni enormi. Non ci facciamo corrompere dalla polenta e proseguiamo.

Lo stupore. Ora la salita è ripida. Una signora chiede al suo cane di trascinarla («pensavo fossi un cane da slitta»). Lo spavento però è brevissimo. Arrivati alla fine, rimaniamo a bocca aperta. La montagna è stata trasformata in un’enorme platea. Le persone sono disposte un po’ dappertutto, sui prati con le stuoie, su rocce che fanno da seggiole oppure su spettacolari e giganteschi massi dalle forme più diverse, che si trasformano oggi nei palchi di lusso di un teatro naturale. Tutti in qualche modo cercano una posizione comoda che guardi verso il punto da cui sgorgheranno le cascate, come tanti viandanti sperduti in cerca della stella polare.

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L’attesa, giocando. Mancano ancora 2 ore al magico momento. La gente passa il tempo in vario modo: ragazzini giocano con delle particolari racchette, un bimbo tenta di estirpare le erbacce da uno dei grandi massi col bastone, tanti mangiano fette di torta e bevono caffè (qui vicino c’è l’ultimo punto ristoro), gli adulti tengono d’occhio i bimbi piccoli (moltissimi) perché il terreno è molto irregolare e pieno di pietre. Altri bambini, decisamente scatenati, si cimentano in salti da punti rialzati al grido di «coniglio!». Altri ancora si arrampicano come gatti su superfici quasi lisce. Il tempo scorre rapidamente in questo clima allegro. La temperatura è ora decisamente fresca: il telefono segna 27° ma percepiti sono molti meno, sia per la lieve ma persistente brezza sia per l’abitudine ai 36° di questi giorni. Si respira aria buona dopo settimane di supplizio urbano.

Arriva la sera. Col calare del buio l’atmosfera si fa suggestiva. I bimbi giocano con le torce, le persone girano in cerca di un posto comodo e che consenta una visione nitida. Nelle parole della gente si percepisce quanto questo evento sia entrato nella tradizione. La camminata, l’arrivo, la ricerca del punto di osservazione. È un rituale che la gente ha ormai interiorizzato, ha accolto come momento di gioia collettiva. Una gioia che attinge dallo stupore atavico dell’uomo nei confronti delle meraviglie naturali. Alle 21.30 il posto è talmente affollato che qualcuno commenta: «Sembra di essere a Rimini». In effetti è impressionante la quantità di presenti, la montagna è un vastissimo teatro naturale notturno.

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Il momento culminante. A pochi minuti dall’orario di inizio vengono accesi tre enormi fari e successivamente inizia a suonare una sirena. Quando smette, l’acqua inizia a sgorgare come in un sussulto emozionale. L’immagine del tumulto d’acqua è estatica, ma il suono è ancora più impressionante. L’udito in questo caso fa capire più della vista la quantità gigantesca di acqua che cade inesorabilmente. È un rito magico, la gente guarda e ascolta quasi in silenzio. Il momento è paradisiaco, l’aria è invasa da ulteriore freschezza, l’acqua che cade crea suggestive nuvole di vapore. È la pace del cuore.

Ultimo momento di meraviglia: le code di lucine nel buio assoluto. Sono le persone con le loro torce che tornano a casa. Il ritorno con le moltissime persone in fila sembra un’enorme processione dopo un rito che ha molto del sacro.

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