Un'analisi in profondità

C’è il destino delle nazioni nell’ultimo libro di Fukuyama

C’è il destino delle nazioni nell’ultimo libro di Fukuyama
25 Ottobre 2014 ore 10:20

Da noi non risulta che se ne sia parlato molto. Potrebbe anche darsi che non se ne sia parlato per niente. Però nel mondo l’ultimo libro di Francis Fukuyama, Political Order and Political Decay (L’ordine politico e il suo possibile decadimento) ha fatto discutere parecchio.

Chi è Francis Fukuyama. Yoshihiro Francis Fukuyama (nato il 27 ottobre 1952) è docente universitario nippo-americano che si occupa di storia e di economia politica. È noto soprattutto per un suo libro del 1992, La fine della storia e l’ultimo uomo (in italiano, edito da BUR).

La tesi era che la diffusione su scala planetaria delle democrazie liberali, del capitalismo di tipo occidentale e degli stili di vita connessi allo sviluppo del libero mercato avrebbero potuto segnare il punto d’arrivo finale dell’evoluzione socio-culturale dell’umanità e la forma definitiva di governo delle società. Al momento della sua apparizione lo studio fu largamente frainteso – come si può osservare ripercorrendone a ritroso la cosiddetta fortuna critica – ma oggi appare come uno dei saggi più lucidi sulla vicenda storica che stiamo attraversando.

Ha scritto l’Economist nel settembre scorso:

Una delle regole fondamentali della vita intellettuale recita che la celebrità distrugge qualità: più un autore diventa famoso, più è probabile che produca aria fritta. Gli accademici superstar abbandonano le biblioteche per il circuito delle conferenze. I giornalisti “firmati” acquisiscono le informazioni nel corso di qualche cena muovendosi in lungo e in largo, ma mai andando in profondità. Troppe chiacchiere devono esser fatte e troppe pacche sulle spalle devono esser date perché resti il tempo per una riflessione seria. Francis Fukuyama è una gloriosa eccezione a questa regola.

Di che si tratta. Nonostante fosse arcifamoso, dunque, Fukuyama ha continuato a lavorare in profondità. E ne sono nati due libri destinati, per quasi unanime consenso, a costituire delle pietre miliari nella storia dell’economia politica e non solo. Il primo si intitola The Origins of Political Order (2011) e non è stato ancora tradotto in italiano. Il secondo è appunto Political Order and Political Decay, che – uscito ai primi del mese – ne costituisce il seguito. Volume 1 e 2 della medesima opera, dunque: in tutto quasi 1300 pagine.

Perché sono interessanti. In questi due tomi Fukuyama legge la storia del mondo dalla preistoria alla Rivoluzione Francese (nel primo) e degli ultimi due secoli, nel secondo.
Una documentazione mostruosa (riconosciuta da tutti, anche dai – pochi – detrattori) che lo porta a concludere che le società politicamente avanzate assumono inevitabilmente (necessariamente) una delle configurazioni rese possibili dai movimenti di uno schema base costituito da tre elementi: la forza dell’organizzazione statuale (l’assetto burocratico-amministrativo dello stato), l’insieme delle leggi che regolano i rapporti fra stato e cittadini, e – l’aspetto forse più innovativo introdotto da Fukuyama – l’accountability, ossia l’affidabilità, o il senso di responsabilità, riconosciuto dalla popolazione alla classe dirigente. Più in particolare alla classe politica.

Questi tre elementi – costitutivi, come si è detto, degli Stati attualmente operanti sulla scena del mondo – si presentano però diversamente articolati nelle diverse situazioni. In Cina, per esempio, l’organizzazione statuale è fortissima, il sistema delle leggi è organizzato in modo da ridurre in maniera sensibile il campo di quella che in occidente si chiama “vita democratica”, l’accountability della classe dirigente è tremendamente bassa. In Cina – come noto – la corruzione raggiunge livelli molto elevati e le leggi vengono rispettate soprattutto perché si teme che lo stato intervenga con la forza di cui dispone.

In Italia – lo diciamo noi usando lo schema – il sistema delle leggi è articolato in maniera tale da consentire a chiunque di fare (teoricamente) quel che vuole, ma l’organizzazione statuale – avanzatissima dal punto di vista del diritto – non è in grado di far rispettare gli ordini che emana perché la fiducia di cui godono la classe politica e l’apparato burocratico può essere indicata soltanto ricorrendo ai numeri negativi. Per questo un cittadino che venga leso nei suoi diritti ha solo poche speranze di ottenere giustizia in un tribunale.

Non parliamo poi di stati come il Congo, in cui l’organizzazione statuale è solo uno schermo formale che permette non ai cittadini, ma alla classe politica (corrotta e ridottissima di numero), di agire a proprio capriccio. Ciò non toglie che sia la stessa organizzazione formale a consentire a uno Stato come il Congo di sedere alle Nazioni Unite al pari dell’Olanda o della Lituania.

Lo Stato ideale, ossia il luogo in cui l’articolazione dei tre elementi raggiunge il più alto livello di equilibrio positivo (una democrazia il cui apparato burocratico amministrativo consente ai cittadini che obbediscono alle leggi di essere realmente protagonisti della vita sociale politica perché la fiducia di cui gode la classe dirigente è molto elevata) è la Danimarca. Fukuyama ci tiene a sottolineare che non si tratta della Danimarca che conosciamo, ma della “Danimarca” come modello teorico, come riferimento privilegiato per indicare una tendenza. Da qui la formula sintetica per individuare il processo di sviluppo delle società avanzate: “Go to Denmark”. “Andare verso la Danimarca” significa procedere verso una democrazia ordinata e non corrotta che dovrebbe – secondo lo studioso – esprimere il livello di soddisfazione massima raggiungibile da un organismo statuale.

È tuttavia da notare che Fukuyama non si limita ad un esame sincronico delle diverse situazioni. Non si limita, cioè, ad analizzare come i tre elementi funzionino in uno Stato in un periodo definito del tempo (per esempio: Singapore dagli inizi del secolo a oggi). Definisce anche l’ordine di successione in cui i tre elementi devono comparire perché un’azione politica possa aver successo. Se l’assetto democratico – ad esempio – viene proposto come obiettivo raggiungibile in una situazione priva di una precedente organizzazione statuale e di un ordinamento giuridico sufficientemente forti e articolati da poterlo gestire (è il caso delle “primavere arabe. E, prima ancora, degli stati africani post-coloniali) ciò che si ottiene è solamente il caos.
Una situazione analoga si verifica quando lo Stato forte e articolato cui succede la democrazia tende a coincidere con una forma di dittatura più o meno blanda. In Italia, la Repubblica succeduta al Fascismo era così debole e reattiva da scegliere di puntare più sulla libertà individuale teoricamente affermata, che sulla costruzione di organismi e sulla elaborazione di leggi tali da consentire alle decisioni prese di andare ad effetto.

In questo quadro le tradizionali definizioni di “democrazia”, “dittatura”, “totalitarismo” dovrebbero essere integrate con la descrizione del peso e delle relazioni che al loro interno assumono i tre elementi base, ai quali va aggiunta la storia di quelle configurazioni. Ad esempio, le democrazie italiana e tedesca, pur succedendo entrambe a una dittatura, sono diverse tra loro perché il peso che in ciascuna delle due ha la storia dell’organizzazione statuale e l’affidabilità della classe politica sono molto distanti. In Italia non abbiamo mai avuto né un Wilhelm von Humboldt né un Otto von Bismark. Nessuno cioè, che abbia messo in piedi – prima del ventennio nero – un sistema educativo – con relativo ordinamento giuridico – in grado di portare ogni futuro custode di una stanza di museo o ogni futuro usciere di tribunale a sentirsi responsabile, nel suo ambito e in prima persona, del buon funzionamento della società civile nel suo complesso e del suo onore di fronte al mondo. Cosa che – come noto – ha i suoi pro e i suoi contro.

Problemi. Proprio perché l’analisi è così articolata, ampia e convincente, il lavoro di Fukuyama si conclude con una domanda decisiva per il nostro futuro immediato. Perché la democrazia “danese” possa effettivamente esercitarsi, infatti, è necessario che l’organismo statuale sia sempre oliato e funzionante a dovere. Ma perché questo possa accadere in una situazione in cui i bisogni e i desideri della popolazione crescono in maniera esponenziale, è inevitabile che le democrazie passino da una condizione, diciamo così, da monopattino (o da scooter) a quella di una locomotiva di treno ad alta velocità.

Una società democratica, oggi, è un organismo molto più complesso rispetto anche soltanto a mezzo secolo fa. In altre parole: una democrazia sviluppata implica un apparato burocratico sempre più sviluppato, tale cioè da consentire ad un elevatissimo numero di bisogni e desideri particolari di esser soddisfatti. Condizione di questo è che le regole necessarie al soddisfacimento siano non solo effettivamente rispettate da tutti, ma lo siano anche in vista del loro funzionamento, non (come succede spesso) in vista del loro utilizzo scorretto, contro se stesse. Non c’è nessuno – infatti – che esiga il rispetto della legge da parte dello Stato come un malavitoso impegnato a difendersi dalla legge. Le regole dunque non bastano, di per sé: bisogna anche (soprattutto) che una consistente maggioranza dei cittadini e della classe politica, prima ancora dello stato come apparato, sia culturalmente incline a usarle dalla parte giusta.

Riuscirà il mondo a svilupparsi in maniera da avvicinarsi progressivamente a questa “Danimarca”? E che ne sarà, viceversa, di quella parte di esso che non ne vorrà sapere del tutto, preferendo percorrere altre – per quanto improbabili – strade, o decidendo di fermarsi ad uno stadio un po’ rozzo ma localmente efficace di società?
O ancora: l’attuale condizione delle diverse democrazie negli Stati che conosciamo (l’attuale ordine politico), non contiene già in sé i germi della propria dissoluzione, del proprio decadimento?
La domanda è posta. E temiamo che nessun progetto politico serio potrà, d’ora in poi, evitare di farci – consapevolmente o no, non importa – i conti.

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