Ha vinto la Costa d'Avorio

Pazzesca Coppa d’Africa ai rigori Il portiere para e poi segna il 9-8

Pazzesca Coppa d’Africa ai rigori Il portiere para e poi segna il 9-8
09 Febbraio 2015 ore 10:59

Sguardo fisso nel vuoto, Gervinho prende una sedia di plastica e si accovaccia dietro alla panchina. Non guardare scongiura l’emozione, o almeno serve per tenere a bada l’ansia. Invece Herve Renard resta poggiato a un fianco. Un James Dean più biondo e francese, con la camicia bianca sbottonata. Ha insegnato calcio europeo, e quelli della Costa d’Avorio hanno appreso i segreti di un sapere tattico, guardingo, ordinato. Ma sulla drammaticità dei calci di rigore nessuno poteva essere preparato. Nemmeno quelli del Ghana, gli avversari. I novanta minuti sono stati brutti e noiosi, eterni i supplementari, non ci sono stati gol, e adesso i tiri dal dischetto sono una giostra infernale da cui nessuno può scendere. La Coppa d’Africa si decide su un filo sottile. Lungo undici metri.

 


Comincia il Ghana. Wakaso fa gol. Bony, che deve rispondere, ha le gambe che sembrano cannucce. La rincorsa è feroce, ma la palla azzanna la traversa. Poi tocca a Jordan Ayew, che segna. Per la Costa d’Avorio tira Tallo. Era entrato apposta per calciare quella palla, ma la sbaglia mandandola fuori. Sul 2-0 il Ghana crede di avercela fatta, invece no. Boubacar Barry, il portiere della Costa d’Avorio, doveva fare la riserva. Il portiere titolare, Sylvain Gbohoui, aveva avuto un infortunio in semifinale e Renard, da buon ct, non era stato a fare troppe storie: «Tocca a te». Barry non se l’era fatto ripetere due volte. Così Barry gioca la finale. E non soltanto aiuta i compagni a tenere lo zero a zero, neutralizza il tiro di Acquah dando alla Costa d’Avorio l’energia per restare appesa alla speranza. Quando sbaglia anche Acheampong e la sequenza dei rigori si chiude sul pari, è in quel momento che inizia l’isteria collettiva.

 

I

 

Sugli spalti la gente tiene le mani giunte. I giocatori si inginocchiano al centro del campo, in panchina, ovunque ci sia spazio per una preghiera perpetua. A Bata, in Guinea Equatoriale, l’aria è elettrica. E l’alta tensione contagia tutti, scorre nelle vene con il passare dei minuti. Ogni secondo è drammatico, ogni tiro dal dischetto una scarica di adrenalina così forte da rendere ingiusto persino lo sport. Anche peggio quando, sull’8-8, tocca a Brimah Razak andare a calciare. Il portiere del Ghana non si toglie nemmeno i guanti. Va sul dischetto, e cerca un angolo nell’immensità della porta. Barry è veloce, un gattopardo con gli occhi da tigre, bravo a respingere il pallone. Quelli della Costa d’Avorio esplodono. Si avvicinano a Gervinho. «È fatta». Ma lui risponde: «Calma, manca ancora un rigore».

 

G

 

È quello di Barry. Ha trentacinque anni e gioca nel Lokeren, in Belgio. Forse per via della tensione, forse per esperienza, Barry rimane a terra. Chiede le cure mediche, rimanda il momento con la storia. Quando va sul dischetto ha la faccia sudata. La rincorsa è brevissima, e l’attimo del tiro dura anche meno. Razak si tuffa dalla parte giusta, ma il pallone è una scheggia impazzita che taglia la rete. Barry lo portano in trionfo per tutto lo stadio. Vince la Costa d’Avorio. L’ultima volta era successo nel 1992.

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