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Il potere degli introversi

Il potere degli introversi
Eventi 11 Novembre 2014 ore 10:20

Susan Cain è un ex-avvocato aziendale e consulente di negoziati, nonché, come lei stessa si definisce, un’introversa. Ha scritto un libro, Quiet – Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare, edito in Italia da Bompiani. Cain, che ha studiato a Princeton e ad Harvard, sottolinea quanto la nostra cultura inibisca il potenziale degli introversi – potenziale che in passato ha permesso a Chopin di comporre i suoi notturni, a qualche nerd di inventare il computer e a Ghandi di instaurare un modo rivoluzionario di fare rivoluzione. Cain dice che le nostre scuole e istituzioni sono create per gli estroversi, e che questo bias (cioè, stereotipo in senso allargato) porta ad inibire un sacco di idee, talento, energia, felicità. Una volta Papa Benedetto XVI ha detto che Cristo non ti salva a discapito della tua umanità, ma attraverso di essa. Cain dice fondamentalmente la stessa cosa in relazione agli introversi, ampliando la discussione sul piano sociale. Buona visione o lettura.

 

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Quando avevo nove anni sono partita per il campo estivo per la prima volta. E mia madre mi ha fatto una valigia piena di libri, e a me sembrava una cosa perfettamente naturale. Perché nella mia famiglia, leggere era un’attività fondamentale. E questo potrebbe sembrarvi antisociale, ma per noi era veramente un modo diverso di essere socievoli. C’è tutto il calore della famiglia accanto a voi, ma si è anche liberi di girovagare nel mondo avventuroso della propria mente. E avevo questa idea che il campo sarebbe stato proprio così, anzi migliore. (Risate) Mi dipingevo 10 ragazze comodamente sedute in una cabina a leggere libri, in camicia da notte.

Ma il campo era più che altro una megafesta senza alcool. E il primo giorno la nostra capogruppo ci riunì e ci insegnò un grido di battaglia che avremmo fatto ogni giorno fino alla fine dell’estate per infondere lo spirito del campo. E faceva così: “K-I-A-S-S-O, è così che si scrive kiasso. Kiasso, kiasso, facciamo kiasso.” Già! Non riuscivo proprio a capire perché dovevamo fare tanto chiasso, o perché dovevamo scriverlo in modo sbagliato. (Risate) Ma recitai il grido. Recitai il grido insieme a tutti gli altri. Feci del mio meglio. E aspettavo solo il momento di sparire e andare a leggere i miei libri.

Ma la prima volta che tirai fuori il mio libro dalla valigia, la ragazza più popolare del campo venne da me e mi chiese, “Perché sei così tranquilla?” — tranquilla, ovviamente era l’esatto opposto di K-I-A-S-S-O. E poi la seconda volta che ci provai, la capogruppo venne da me con la faccia preoccupata ribadendo la questione dello spirito del campo e mi disse che dovevamo tutti lavorare sodo per essere socievoli.

Quindi rimisi i miei libri in valigia e li misi sotto il letto, e lì rimasero fino alla fine dell’estate. E mi sentii in colpa. Sentivo come se i libri avessero bisogno di me, come se mi stessero chiamando mentre io li abbandonavo. Ma li abbandonai e non riaprii più quella valigia fino al mio rientro a casa dalla mia famiglia a fine estate.

Vi racconto questa storia del campo estivo. Avrei potuto raccontarvene altre 50 come questa — di tutte le volte che ricevevo il messaggio che in qualche modo il mio essere calma e introversa non era necessariamente il modo giusto di fare, che avrei dovuto sembrare una persona un po’ più estroversa. E ho sempre sentito dentro di me che era sbagliato e che gli introversi erano invece eccezionali così come sono. Ma per anni ho negato questa intuizione, e, tra l’altro, sono diventata avvocato a Wall Street, invece della scrittrice che avrei sempre voluto essere — in parte perché dovevo provare a me stessa che potevo essere audace e assertiva. E andavo sempre in bar affollati quando in realtà avrei preferito andare tranquillamente a cena da amici. E ho preso queste decisioni di auto-negazione così involontariamente, senza neanche rendermi conto di prenderle.

Molte persone introverse fanno così, e di certo ci perdiamo, ma ci perdono anche i nostri colleghi e le persone che ci circondano. E con il rischio di sembrare pretenziosa, ci perde il mondo intero. Perché quando si tratta di creatività e leadership, è necessario che gli introversi facciano quello che sanno fare meglio. Tra un terzo e metà della popolazione è introversa — tra un terzo e metà. Vuol dire una persona ogni due o tre tra le vostre conoscenze. Quindi anche se siete estroversi, vi parlo dei vostri colleghi, del vostro partner e dei vostri figli e della persona seduta accanto a voi proprio ora — tutti loro subiscono questo pregiudizio profondamente radicato e concreto nella nostra società. Lo interiorizziamo tutti molto presto senza neanche avere un linguaggio per quello che facciamo.

Per vedere chiaramente questi pregiudizi dovete capire cosa significa essere introversi. È diverso dall’essere timidi. La timidezza è la paura del giudizio sociale. Essere introversi ha più a che vedere con come si risponde agli stimoli, compresi gli stimoli sociali. Gli estroversi hanno un disperato bisogno di stimoli, mentre gli introversi si sentono molto più vivi e più attivi e più capaci quando sono in ambienti più tranquilli e informali. Non sempre — non sono concetti assoluti — ma quasi sempre. Quindi la chiave per massimizzare il nostro talento è per noi tutti metterci nella corretta zona di stimolo.

Ed è qui che si inseriscono i pregiudizi. Le nostre istituzioni più importanti, le nostre scuole e i luoghi di lavoro, sono progettati soprattutto per gli estroversi e per le elevate esigenze di stimolo degli estroversi. E oggi abbiamo anche questo sistema di convinzioni che io chiamo il nuovo pensiero di gruppo, per il quale creatività e produttività nascono da un ambiente insolitamente molto socievole.

Immaginatevi la tipica classe di oggi. Quando andavo a scuola io, eravamo seduti in file. Sedevamo in file di banchi così, e lavoravamo in maniera abbastanza autonoma. Ma oggi, la tipica classe ha dei gruppi di banchi — quattro o cinque o sei o sette ragazzi, gli uni di fronte agli altri. E i ragazzi lavorano su innumerevoli compiti di gruppo. Anche su materie come la matematica e la scrittura creativa, che potreste pensare dipendano da riflessioni individuali, ai ragazzi oggi si chiede di lavorare come membri di un gruppo. E i ragazzi che preferiscono isolarsi o lavorare da soli, spesso vengono visti come casi particolari o, peggio, come casi problematici. E la grande maggioranza dei professori dichiarano di credere che lo studente ideale sia estroverso piuttosto che introverso, anche se secondo alcune ricerche gli introversi hanno voti migliori, e sanno più cose. (Risate)

Ok, lo stesso vale per i luoghi di lavoro. Molti di noi lavorano in uffici open space, senza muri, dove siamo soggetti a rumori e sguardi continui dei nostri colleghi. E quando si tratta di leadership, gli introversi vengono regolarmente scartati per le posizioni di leadership, anche se gli introversi sono tendenzialmente più attenti, molto meno propensi a prendere rischi sconsiderati — cosa che dovremmo tutti favorire oggigiorno. Un’interessante ricerca di Adam Grant alla Wharton School ha scoperto che i leader introversi danno spesso risultati migliori degli estroversi, perché quando gestiscono impiegati proattivi, sono molto più propensi a lasciarli seguire le loro idee, laddove gli estroversi possono, involontariamente, entusiasmarsi tanto fino ad appropriarsi delle cose impedendo alle idee degli altri di emergere facilmente in superficie.

Di fatto, alcuni dei nostri leader storici più rivoluzionari erano introversi. Vi faccio qualche esempio. Eleanor Roosevelt, Rosa Parks, Gandhi — tutte queste persone si descrivevano come persone tranquille e pacate, perfino timide. Ed erano tutte sotto i riflettori, nonostante ogni cellula del corpo dicesse loro di non farlo. E ciò significa che uno ha un potere tutto suo, speciale, perché la gente sentiva che questi leader erano al timone, non perché a loro piacesse controllare gli altri o per il piacere di essere in primo piano; erano lì perché non avevano scelta, perché erano spinti a fare quello che pensavano fosse giusto.

A questo punto credo sia importante dire che adoro gli estroversi. Mi piace sempre dire che alcuni dei miei migliori amici sono estroversi, compreso il mio amato marito. E naturalmente ci troviamo tutti in punti diversi della scala introverso/estroverso. Anche Carl Jung, lo psicologo che per primo ha reso popolari questi termini, ha detto che il puro introverso o il puro estroverso non esistono, e che una persona così starebbe in un manicomio per lunatici, se esistesse. Alcuni stanno proprio nel mezzo della scala introverso/estroverso, e sono le persone ambiverse. E penso spesso che hanno il meglio di entrambi i mondi. Molti di noi si riconoscono però in un tipo o nell’altro.

Voglio dire che culturalmente abbiamo bisogno di maggior equilibrio. Abbiamo bisogno di un po’ più di yin e di yang tra questi due tipi. Ciò è particolarmente importante quando si tratta di creatività e produttività, perché quando gli psicologi osservano le vite delle persone creative, scoprono che sono persone bravissime nello scambio di idee e nel fare avanzare le idee, ma che hanno anche una buona dose di introversione.

E questo perché la solitudine è spesso un ingrediente fondamentale per la creatività. Darwin, faceva lunghe passeggiate nei boschi e declinava categoricamente gli inviti a cena. Theodor Geisel, meglio noto come Dr. Seuss, ha sognato molte delle sue meravigliose creazioni nel suo ufficio solitario in un campanile sul retro della sua casa a La Jolla in California. Ma in realtà aveva paura di incontrare i bambini che leggevano i suoi libri per paura che si aspettassero un allegro personaggio come Babbo Natale e rimanessero delusi del suo essere più riservato. Steve Wozniak ha inventato il primo computer Apple da solo seduto in un angolo alla Hewlett-Packard dove lavorava all’epoca. E dice che non sarebbe mai diventato un esperto se non fosse stato abbastanza introverso da andare via di casa quando stava crescendo.

Certo, questo non significa che dovremmo tutti smettere di collaborare — prova ne è che Steve Wozniak si è messo insieme a Steve Jobs per fondare la Apple Computer — ma significa che la solitudine è importante e che per alcune persone è l’aria che respirano. E di fatto, sappiamo da secoli dell’eccezionale potere della solitudine. È solo di recente che abbiamo cominciato a dimenticarlo. Se ci pensate, la maggior parte delle religioni del mondo ha dei cercatori — Mosè, Gesù, Buddha, Maometto — cercatori che vanno per conto loro soli nel deserto, là dove hanno apparizioni e profonde rivelazioni che poi riportano al resto della comunità. Dimenticate deserto e rivelazioni.

Non c’è da sorprendersi però se date un’occhiata alle idee della psicologia contemporanea. Pare che non sia neanche possibile stare in un gruppo senza imitare istintivamente le opinioni degli altri. Anche per cose apparentemente personali e viscerali come da chi siamo attratti, comincerete a scimmiottare le opinioni di chi vi circonda senza neanche rendervene conto.

Ed è noto che i gruppi seguono le opinioni della persona più carismatica e dominante, senza che vi sia la minima correlazione tra l’essere il miglior oratore e avere le idee migliori — assolutamente nessuna. Quindi… (Risate) Potreste seguire la persona con le migliori idee, o potete non farlo. Ma volete veramente lasciare decidere al caso? È molto meglio per tutti che ciascuno vada per conto suo, produca le proprie idee libero dalle distorsioni delle dinamiche di gruppo, per poi unirsi in gruppo per discutere in un ambiente ben gestito e partire da lì.

Se tutto questo è vero, allora perché ci sbagliamo? Perché organizziamo le nostre scuole e i luoghi di lavoro in questo modo? Perché facciamo sentire gli introversi così colpevoli nel volersi isolare ogni tanto? Una risposta ha radici nella nostra cultura. Le società occidentali, gli Stati Uniti in particolare, hanno sempre favorito l’uomo d’azione rispetto all’uomo contemplativo e dico “uomo” contemplativo. Ma nell’America dei primi tempi, vivevamo in quello che gli storici chiamano una cultura di carattere, dove, all’epoca si valorizzavano ancora le persone per la loro vita interiore e per la rettitudine morale. E se guardate i manuali di auto-aiuto dell’epoca, avevano titoli come “Il carattere, la cosa più grande del mondo”. E presentavano modelli come Abraham Lincoln che veniva elogiato per essere modesto e senza pretese. Ralph Waldo Emerson lo ha chiamato “Un uomo che non offende per superiorità”.

Ma poi arrivando al 20° secolo siamo entrati in una nuova cultura che gli storici chiamano la cultura della personalità. Quello che è successo è che siamo passati da un’economia agricola a un mondo di grandi imprese. E improvvisamente la gente si sposta dalle piccole alle grandi città. E invece di lavorare con persone che conoscono da tutta la vita, si devono mettere alla prova in una folla di sconosciuti. E così, comprensibilmente, qualità come il magnetismo e il carisma improvvisamente diventano molto importanti. E infatti, i libri di auto-aiuto cambiano per rispondere a questi nuovi bisogni e cominciano ad avere titoli del tipo “Come farsi degli amici e influenzare le persone”. E presentano come modelli di ruolo i grandi venditori. Questo è il mondo in cui viviamo oggi. Questa è la nostra eredità culturale.

Niente di tutto questo ci dice che le qualità sociali non siano importanti, e non chiedo certo l’abolizione del lavoro di gruppo. Le stesse religioni che mandano i loro saggi in cima alle montagne ci insegnano anche l’amore e la fiducia. E i problemi che fronteggiamo oggi in campi come la scienza e l’economia sono così ampi e complessi che ci vorranno eserciti di persone riunite per risolverli lavorando insieme. Ma dico che più libertà diamo agli introversi di essere se stessi, e più probabilità hanno di scoprire da soli la loro soluzione unica a questi problemi.

Vorrei condividere con voi il contenuto della mia valigia. Indovinate un po’? Libri. Ho una valigia piena di libri. Ecco “Occhio di gatto” di Margaret Atwood. Ecco un romanzo di Milan Kundera. Ed ecco “La guida dei perplessi” di Mosè Maimonide. Ma non sono veramente i miei libri. Li ho portati con me perché sono stati scritti dagli autori preferiti di mio nonno.

Mio nonno era rabbino ed era un vedovo che viveva solo in un piccolo appartamento a Brooklyn che era il posto che preferivo in assoluto quand’ero piccola, in parte perché era pieno della sua garbata e cortese presenza e in parte perché era pieno di libri. Davvero ogni tavolo e ogni sedia del suo appartamento aveva abbandonato la sua funzione originale per fare spazio a traballanti pile di libri. Come il resto della mia famiglia, la cosa che mio nonno preferiva fare in assoluto era leggere.

Ma amava anche la sua congregazione, e si percepiva questo amore nei sermoni che dava ogni settimana nei 62 anni in cui è stato rabbino. Prendeva i frutti delle letture settimanali e intrecciava queste intricate tappezzerie di pensieri antichi e umani. E la gente veniva da ogni dove per sentirlo parlare.

Ma ecco una cosa di mio nonno. Dietro questo ruolo cerimoniale era molto modesto e molto introverso — così tanto che quando dava questi sermoni, aveva problemi a mantenere il contatto visivo con la stessa congregazione a cui aveva parlato per 62 anni. E anche lontano dal pulpito, quando lo si chiamava per salutarlo, spesso chiudeva prematuramente la conversazione per paura di rubarvi troppo tempo. Quando è morto all’età di 94 anni, la polizia ha dovuto chiudere le strade del quartiere per sistemare la folla di gente venuta a piangere la sua scomparsa. In questi giorni cerco di imparare dall’esempio di mio nonno a modo mio.

Ho appena pubblicato un libro sull’introversione, mi ci sono voluti sette anni per scriverlo. E per me, quei sette anni sono stati un’immensa gioia, perché scrivevo, leggevo, pensavo, facevo ricerche. Era la mia versione delle ore che mio nonno trascorreva solo in biblioteca. Ma ora improvvisamente il mio lavoro è molto diverso, il mio lavoro consiste nel parlarne, parlare dell’introversione. (Risate) E per me è molto più difficile, perché per quanto sia un onore essere qui con tutti voi, non è il mio ambiente naturale.

Quindi mi sono preparata al meglio per momenti come questi. In quest’ultimo anno mi sono esercitata a parlare in pubblico ogni volta che potevo. E lo chiamo il mio “anno del parlare pericolosamente”. (Risate) E mi ha aiutato molto. Ma vi dirò, ciò che più aiuta è la mia sensazione, la mia convinzione, la mia speranza che in materia di atteggiamenti nei confronti dell’introversione, della tranquillità e della solitudine, siamo davvero in bilico sull’orlo di un cambiamento radicale. Lo credo veramente. Vi lascerò allora con tre inviti ad agire per coloro che condividono la mia visione.

Numero uno. Fermate la follia dei continui lavori di gruppo. Basta! (Risate) Grazie. (Applausi) E voglio essere chiara su quello che dico, perché credo profondamente che i nostri uffici dovrebbero incoraggiare le interazioni casuali, tipo chiacchierata da bar — quel tipo in cui la gente si riunisce e scambia idee per puro caso. È fantastico. È fantastico per gli introversi e lo è per gli estroversi. Ma ci vuole molta più privacy,molta più libertà e molta più autonomia al lavoro. A scuola, lo stesso. Dobbiamo certamente insegnare ai bambini a lavorare insieme, ma dobbiamo anche insegnare loro a lavorare per conto proprio. E ciò è particolarmente importante anche per i bambini estroversi. Devono lavorare per conto proprio perché in parte è da lì che vengono i pensieri profondi.

Ok, numero due. Andate nel deserto. Siate come Buddha, cercate le vostre rivelazioni. Non dico che dobbiamo isolarci e costruire una capanna nei boschi e non parlare mai più con nessuno, ma dico che potremmo tutti staccarci ed entrare nella nostra testa un po’ più spesso.

Numero tre. Guardate bene cos’avete messo in valigia e chiedetevi perché. Voi estroversi, forse anche la vostra valigia è piena di libri. O forse è piena di bicchieri di champagne o di attrezzatura da paracadutismo. Qualunque cosa sia, spero che tiriate fuori queste cose quando potete onorandoci della vostra gioia ed energia. Ma voi introversi, così come siete, avete probabilmente l’impulso di proteggere attentamente quello che avete in valigia. E va bene. Ma qualche volta, solo qualche volta, mi auguro apriate la valigia per mostrarla agli altri, perché il mondo ha bisogno di voi, ha bisogno di ciò che trasportate.

Vi auguro il migliore dei viaggi possibili e che abbiate il coraggio di parlare dolcemente.

Grazie infinite.

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