A Roma nella chiesa di San Luigi dei francesi

Qual è il Matteo del Caravaggio?

Qual è il Matteo del Caravaggio?
12 Marzo 2015 ore 08:25

Nell’incontro con Cl di sabato scorso il papa ha evocato la famosa “Vocazione di Matteo” della cappella Contarelli in san Luigi dei Francesi. Ne aveva già parlato nella prima, grande intervista ad Antonio Spadaro. Allora aveva detto:

[…] venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio». […].

Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo». […] «È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: «Un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi».

È interessante che il papa abbia detto di essere colpito dal gesto di Matteo che «afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me!», perché questo fatto lascia pensare che il cardinal Bergoglio ritenesse – diversamente dai più – che Matteo non sia il signore con la barba rossa, illuminato tra il giovane con la piuma e il vecchio con gli occhiali, ma il giovane a capotavola, in braghe d’oro, la testa china, le braccia a difendere il suo gruzzolo. E probabilmente lo pensa ancora perché ai ciellini ha ripetuto:

Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. È così l’incontro con Cristo che viene e ci invita.

«Matteo avido di denaro» può essere soltanto il giovane sul vertice opposto a Cristo. Il vecchio al centro non trattiene le monete, le mette sul tavolo quasi a raddoppiare la puntata, per dirla col Longhi. La dialettica delle mani lo indica chiaramente: chi “afferra i soldi” è il ragazzo.

 

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Detto che ci sembra che papa Bergoglio legga in questo modo la scena, si deve aggiungere che la definizione dei ruoli dei giocatori è oggetto di una disputa che dura da diverso tempo ed è stata riassunta in maniera limpida da Maurizio Cecchetti su Avvenire (2 agosto 2012, Chi è il vero Matteo). A conforto dell’ipotesi avanzata dalla storica dell’arte Sara Magister, Cecchetti richiama un articolo di Nicholas De Marco che tre anni prima aveva firmato un articolo intitolato “Dov’è Matteo”, nel quale aveva preso partito per il giovane.

Il Matteo tradizionalmente accettato non raccoglie la moneta, ma la dà – la postura del pollice della mano che spunta dalla manica rosso sangue è inequivocabile; il capotavola e Cristo sono i poli dialettici della scena; e così conclude De Marco:

Caravaggio mostra la vocazione, ma la chiamata di Cristo non ha ancora raggiunto il suo destinatario… il Matteo di Caravaggio, al momento della chiamata, non è più il peccatore, ma non è ancora l’apostolo… La “forza di gravità” del peccato lo fa rimanere fermo e rende il suo atteggiamento un elemento ritardante, grazie al quale Caravaggio riempie il vuoto minimale tra il “seguimi” e l’”allora si alzò”.

Se leggiamo in questo modo la scena, il quadro moltiplica la sua potenza perché Cristo che chiama e il giovane che avverte il peso della scelta dialogano senza potersi vedere, dal profondo del reciproco mistero, non nella piena luce di una chiarezza che in quel momento non può esserci. Matteo non sa ancora se alzerà la testa e l’altro – in controluce – è per lui ignoto. Cristo si sottrae alla sua considerazione per consistere esclusivamente nella mano che lo chiama e nello stesso tempo lo crea (tutti hanno sottolineato l’identità con la mano che Dio tende ad Adamo nell’affresco della Sistina) ma non sa ancora come risponderà la sua libertà: potrebbe ancora reagire come il giovane ricco. Prosegue Cecchetti:

L’invito a lasciare tutto e a prendere su di sé la propria croce (simboleggiata dall’infisso della finestra in alto), non poteva essere per Caravaggio una cosa da accogliere a cuor leggero: l’immediatezza della risposta, come si legge nel Vangelo, per Caravaggio ha una durata – il tempo interiore della decisione, della libertà – e si materializza nello spazio fisico che separa l’istante della chiamata da quello della risposta. Un tempo “denso”, quello del libero arbitrio, della risposta libera.

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Proseguendo in questa lettura, la mano del vecchio al centro, invece di dire – come supponeva il Longhi – «Vuoi me?» starebbe a dire «Stai domandando di lui?». Cioè: «Non parlerai mica con me, che c’entro io?».

In questa ipotesi prenderebbe ancor più peso l’indice della mano di Pietro (figura per altro aggiunta da Caravaggio in un secondo tempo, non si sa se a maggior chiarezza o per addensare ulteriormente la narrazione), l’indice di Pietro che, esitante, sembra chiedere a Cristo: «Ma sei sicuro di voler proprio quello lì, quell’impuro, quel peccatore?». Una domanda che rende ancor più denso il tempo sospeso dell’evento, che non accade sotto gli occhi di tutti, ma si genera nella tensione fra l’invito a seguire e la profondità – ancora buia – del cuore di chi è chiamato a rispondere.
Il cuore che è il vertice dell’angolo creato dalla parallela ribassata nella retta che congiunge lo sguardo di Cristo al volto del capotavola, e dal convergere delle direzioni dei due indici a sinistra con quello del personaggio che mette giù i soldi. Tutti rigorosamente nell’incertezza dell’ombra.

Che cos’è dunque l’incontro per Caravaggio /Bergoglio? L’iscriversi nel tempo di una chiamata a cui per un istante non sappiamo come rispondere, perché ci obbligherebbe ad aprire le braccia che al momento difendono le nostre sicurezze e ad alzare la testa. Caravaggio sa bene che non è detto che questo avvenga. E che ogni volta il dramma furtivo della nostra libertà dovrà nuovamente giocarsi.

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