Gli studi di Roman Jakobson

Quelle parole “mamma” e “papà” Perché sono simili in tutto il mondo

Quelle parole “mamma” e “papà” Perché sono simili in tutto il mondo
24 Ottobre 2015 ore 10:02

Sarà che ci sono linguaggi diversissimi tra di loro, per filiazione genetica, per climi e culture sviluppatisi a latitudini distanti miglia e miglia. Eppure ci sono due parole, in realtà due persone che costituiscono un mondo a parte nella vita di ognuno, che sono all’incirca sempre uguali. Cosicché se anche andate nell’isola più sperduta del Pacifico, della cui gente non sapete assolutamente niente, se non che si chiamano indigeni e che vestono gonnellini di paglia, potrete farvi intendere soltanto dicendo quelle due paroline magiche. Parliamo di “mamma” e “papà”, è chiaro. Quale altre parole potrebbero mettere d’accordo tutti i popoli della terra, se non quelle che indicano la coppia dei genitori? Il loro ruolo è sempre quello, così come la loro importanza, e non importa se si è nati nella foresta tropicale, sotto un sole giaguaro, oppure tra le nevi perenni.

 

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Le lingue nel mondo. Gli inglesi dicono mom (mummy, mum, il più formale mother) e dad (daddy, father), i tedeschi mama e papa (ebbene sì, anche la lingua di Berlino, così ostica a chi non ne mastichi nemmeno un po’, usa il suono dolcissimo delle due “m” e “p” intervallate dalla vocale), i cugini francesi maman e papa, i fratelli spagnoli mamà y papà. Non vi basta? Volate in Grecia, vi troverete un grande numero di mamá e mpampás. La terra degli zar comincia ad entrare nel mondo sillabando mama e nana, i turchi chiamano anne e baba quando sono piccoli e indifesi e quando, più grandi, hanno da dare notizie importanti. Lo stesso fanno i popoli caucasici, ma loro dicono naana e daa, e gli indiani maa e pipà. Abbondiamo. Gli arabi parlano alla ahm, la madre, i catalani mormorano mare, quando hanno bisogno di dare o ricevere un abbraccio. In danese si invoca mor, in serbo majka. E il papà filippino è tatay per la sua numerosa prole di bimbi sorridenti e dagli occhi color di nocciola. È pur vero che qualche consonante cambia, da idioma a idioma, ma in realtà non conta, perché si tratta di fonemi equivalenti, cioè di suoni identici che però in lingue diverse corrispondono a lettere distinte.

 

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Una spiegazione linguistica. Il primo ad occuparsi di tutti questi “mamma” e “papà” è stato il linguista russo Roman Jakobson, interessato dall’uso universale dei due termini. Jakobson ha spiegato che per un essere umano il suono più semplice da produrre è quello che esce quando si apre la bocca e si dà fiato alle corde (vocali). Ne esce la vocale aperta, la “a”, la prima ad essere pronunciata dai neonati (per esempio quando piangono), perché non ha bisogno di alcuna articolazione labiale. Poi, mano a mano che i bambini crescono, incominciano a sperimentare nuovi suoni. Ne escono le prime consonanti, le labiali, quelle che si dicono a fior di labbra: m, p, b. Quando sono soddisfatti e a loro agio, i bambini si lasciano andare a un bel “mmm”, e poi si rilassano con una “a”. Combinati, i due suoni danno “mama”. O “papa”, con la labiale “p” che sostituisce la labiale “m”. Insomma, secondo il linguista i bambini di tutto il mondo dicono mamma e papà – o qualcosa che ci assomiglia parecchio – perché sono le parole formate dai suoni più semplici di tutti, i primi e i più necessari. Perché è dicendo “mamma” e “papà” che si apre la porta sul mondo del linguaggio verbale. E anche sul mondo in generale.

 

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I genitori sono tali dappertutto. Roman Jakobson ha dunque spiegato perché i genitori sono detti mamma e papà anche in posti che non hanno nulla in comune, nemmeno una famiglia linguistica “allargata” come quella indoeuropea. Per averne una prova, basti pensare alla parentela austronesiana, che comprende le lingue di Madagascar, Australia, Polinesia, Indonesia e Malesia e altri milleduecento idiomi. A Samoa si dice mama e tama, alle Figi nana e tata, in singalese amma e tatta, in cinese mama e paa, in eschimese anana e ataata, in zulu umama e ubaba, in swaili mama e baba. I genitori sono genitori dappertutto. A contare, qui, è solo la nostra comune storia di esseri umani.

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