Il più grande regista giapponese

Sessant’anni fa “I sette samurai” il film capolavoro di Kurosawa

Sessant’anni fa “I sette samurai” il film capolavoro di Kurosawa
25 Agosto 2014 ore 11:37

La cinematografia orientale, e in special modo giapponese, è stata per lungo tempo un buco nero all’interno delle nostre sale e delle nostre conoscenze. Per quanto ancora oggi la maggior parte dei prodotti del mercato cinematografico nipponico non sia facilmente fruibile dagli spettatori occidentali, spesso a causa di contenuti giudicati superficialmente poco adeguati al nostro pubblico, bisogna riconoscere che almeno una parte dei capolavori del sol levante è giunta fino a noi, anche se in alcuni casi sprovvista di doppiaggio. La penetrazione di questo cinema prima sconosciuto è avvenuta con uno dei grandi capolavori di Akira Kurosawa, Rashomon, insignito del Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 1950. Già questo dato è utile per capire quanta parte abbia avuto un cineasta prolifico come Kurosawa nella diffusione del verbo cinematografico giapponese al di fuori della terra natia. In cinquant’anni di carriera, il regista ha sfornato un numero consistente di capolavori e la punta di diamante della sua carriera è l’epico I sette samurai, girato esattamente sessant’anni fa.

 

 

Grande amante della storia e della letteratura in genere, Kurosawa ha ambientato la maggior parte delle sue opere nel periodo feudale del Giappone, un momento storico denso di significato e carico di fascino, dove domina incontrastata la figura del samurai, un guerriero paragonabile al nostro cavaliere e legato a uno stringente codice d’onore. Fra i più grandi film di Kurosawa che hanno l’età feudale come sfondo storico va senza dubbio ricordato anche Ran (1980), libera rielaborazione del Re Lear di Shakespeare, uno dei grandi amori letterari di Kurosawa. Il film è legato agli intrighi di palazzo, al fine di garantirsi la successione, all’interno del clan Hidetora, fra i figli dell’ormai abdicante capofamiglia. Si tratta di un’opera lunga e maestosa, dove si succedono battaglie campali dense di momenti di grande intensità drammatica, come le scene in cui è ritratta la follia del vecchio Hidetora.

Esiste però tutta una serie di altri film di Kurosawa, meno legati la passato e spesso caratterizzati da toni più surreali e immaginifici. Fra questi andrebbe citato, per il suo essere in parte un film sconosciuto, Testimonianza di un essere vivente (1955). In quest’opera Kurosawa affronta con maestria un tema scottante della storia contemporanea, su cui tornerà più volte sebbene in forme più implicite: il terrore atomico che caratterizza la nostra epoca e in particolare il Giappone. Il terrore del vecchio Nakajima, legato al rischio dell’annientamento globale causato dall’uso sconsiderato della guerra atomica, ci riporta in mente il trauma di Hiroshima e dona al film la straordinaria forza di un imperativo morale.

 

 

Tuttavia per molti è con I sette samurai che Kurosawa tocca la più alta vetta della sua filmografia. Pellicola amatissima dai giapponesi, che la considerano uno dei massimi risultati della loro cinematografia, geniale perché riesce a fondere in maniera pressoché perfetta autorialità a livello di regia ed elementi di intrattenimento. Diventato quasi il prototipo del film d’azione, gli viene perfino dedicato un remake americano (I magnifici sette), che sostituisce al samurai la figura più tipica del cinema statunitense: il cowboy. A livello filmico le innovazioni non si contano, ma senza dubbio la più visibile ha a che vedere con la gestione della trama: in modo molto moderno. Ne I sette samurai si vede per la prima volta l’introduzione delle vicende parallele di singoli personaggi, che poi convergono unite in uno scopo comune. Si tratta di un escamotage che oggi giudichiamo assolutamente convenzionale, ma che grazie al film di Kurosawa è stato applicato sistematicamente in film di grande successo come Colpo grosso, Ocean’s Eleven e Quella sporca dozzina.

 

 

Ambientato nel Giappone del 1500, I sette samurai mette a tema il tentativo disperato di un gruppo di villici di difendersi dalle razzie e dalle distruzioni di alcuni banditi. Si cerca una soluzione e i contadini tentano di assoldare dei ronin (samurai senza padrone); il compito è sgradevole e difficile perché i samurai sono restii ad accettare incarichi per cui non è prevista una adeguata ricompensa. Alla fine il gruppo di sei guerrieri viene costituito e a loro si aggiunge un coraggioso contadino, interpretato dallo straordinario Toshiro Mifune. Segue una lunga e sanguinosa battaglia nel corso della quale i predoni vengono sconfitti, ma anche alcuni samurai perdono la vita. La celebrazione finale della vittoria è doverosa ma amara; l’omaggio e il ricordo va alle anime dei ronin caduti, che hanno portato alle estreme conseguenze l’etica dell’autosacrificio tipica del samurai.

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