Tutte, ovviamente, parlano d'amore

Dieci mamme si raccontano (Per festeggiarle come si deve)

Dieci mamme si raccontano (Per festeggiarle come si deve)
10 Maggio 2015 ore 10:00

Oggi è la festa della mamma. Ne abbiamo incontrata qualcuna e le abbiamo chiesto che cosa voglia dire, davvero, esserlo. Ne sono usciti dieci piccoli racconti, perché ognuna di loro ha trovato una risposta personalissima. A tratti commovente. Tutte, ovviamente, parlano d’amore.

 

Beatrice

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Io sono mamma da due anni e mezzo. Da sempre ho avuto un appoggio enorme dalla mia famiglia e se non avessi avuto loro non avrei potuto fare quello che ho fatto: continuare a studiare, fare il lavoro che mi piace. Dopo 20 giorni che Cloe è nata sono stata costretta ad andare in università perché avevo la frequenza obbligatoria, tra lezioni e tirocini: non sono previste agevolazioni per una studentessa madre. Così sfruttavo il tempo in cui lei dormiva per preparare gli esami e scrivere la tesi. Se tre anni fa mi avessero detto che sarei stata in grado di fare tutto questo non ci avrei mai creduto. L’ho pensato anche quando mi sono laureata. Non ho mai preso in considerazione la possibilità di mollare, sarebbe stato da stupida, era quello che volevo fare. Ma quando Cloe è arrivata mi costava tanto dovermene andare di casa, sapere che svegliandosi mi avrebbe cercata e non mi avrebbe trovata. Per un altro verso, invece, sono contenta che abbia imparato a stare con gli altri, e che riesca a starci bene. Adesso mi sento all’altezza di essere mamma, ma non è stato così da subito. Per diverso tempo c’è stato il timore del giudizio degli altri. Ora come ora, mi sembra impossibile immaginarmi senza di lei. Ha cambiato proprio tutto, in meglio. Ho iniziato a sentirmi una forza della natura quando il pancione era ben visibile: lì non me ne è più importato di nulla. Senza volerlo maturi tantissimo, perché devi. E quando lei riconosce il tuo ruolo e ti chiama «Mamma» per la prima volta ti sembra di realizzare in tutto e per tutto quello che è accaduto. Se è lei a chiamarti così, vuol dire che sei diventata mamma per davvero.

 

Hale

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Prima di avere Evrim era un periodo delicato per me, perché non parlavo bene italiano, non riuscivo a trovare un lavoro. Lasciare la Turchia per trasferirmi in Italia non si era rivelato facile come avevo immaginato. Mi mancava una rete solida di conoscenze, i miei amici erano lontani. A volte sentivo il vuoto. Evrim mi ha dato un grande ruolo. Se avessi messo prima la carriera forse non avrei potuto scegliere così facilmente di avere un figlio . Durante il travaglio le emozioni in me si sono mescolate a dismisura. Perché oltre all’agitazione per l’evento, sentivo che la mia famiglia mi mancava, e che in quel momento avrei avuto bisogno di mia mamma vicina. A dire il vero, per tutta la gravidanza ho cercato mia mamma. Ed è stato strano perché non mi era mai capitato. Forse se fosse stata lì, paradossalmente, non sarebbe stato poi così facile perché ci troviamo spesso a non avere la stessa idea su quello che sarebbe giusto fare o non fare. Ma l’infanzia resta l’infanzia, e durante l’infanzia la mamma è tutto. Forse anche perché avevo bisogno di una donna che capisse la mia lingua. Durante il travaglio mi sentivo nostalgica perché sapevo che Evrim se ne sarebbe andato via dalla mia pancia, sarebbe diventata un’altra persona. Il distacco mi metteva tristezza. Da una parte avevo voglia di vederlo, ascoltare la sua voce, toccarlo. Ma averlo nella pancia è un po’ come averlo del tutto tuo. Uno dei momenti più forti che ricordo con lui è stato il suo primo compleanno. I primi giorni ti sembra così piccolo che ti sembra difficile credere che riuscirai a farlo crescere bene, a dargli le cose giuste. Così quel giorno ti viene spontaneo pensare: ce l’ho fatta!

 

Nicoletta

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Olimpia è capitata nella mia vita un pochino per caso. Quando è arrivata avevo un’età abbastanza matura per gli standard sociali. E non è stato uno shock: ero già sposata, e pensavamo da sempre che sarebbe arrivato un figlio nella nostra vita. Ma è giunta in un momento particolare perché si trattava di un anno pieno di cose, un anno estremamente impegnativo. Ragionandoci, non sarebbe stato quello il momento in cui l’avrei scelta. Invece poi si è magicamente inserita nel puzzle in cui si è trovata, si è presa il suo pezzettino, ed è entrata con naturalezza nella nostra vita. A dir la verità mi aspettavo che sarebbe stato tutto molto più difficile da gestire, che sarebbe cambiato chissà cosa. Invece se sai guardare all’evento dal giusto punto di vista, può essere una cosa meravigliosa che invece che togliere energie, ti apporta un tornado di forza. Durante la gravidanza, quando fantasticavo sull’aspetto che avrebbe potuto avere, mi sfuggiva, la vedo sfocata, in un certo senso. Ma quando l’ho avuta tra le braccia ho pensato: «Lo sapevi che eri così». Quando ho visto il risultato del test ho pianto per un’ora buona, seduta su una poltrona: non sapevo se fosse gioia o paura. Ma ancora oggi, penso di essere diventata mamma da quando ho visto il risultato. Perché la premura rispetto all’esistenza di qualcun altro inizia da lì. Sei già mamma. Poi nasce, e ti ritrovi con la vita completamente cambiata, così inizi a dirti: «Io sono un essere umano, mi dedico a lei ma ho bisogno di continuare ad essere quella che ero». Ogni mamma è prima di tutto una donna e i suoi bisogni si rispecchiano sul bambino. Rinunciare a tutto per lui è come mettergli sulle spalle un fardello che lui stesso non è in grado di sostenere e che, soprattutto, non ha chiesto di portare.

 

Claudia

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Andrea e Alice sono arrivati in anticipo. Sono rientrata dal viaggio di nozze con la nausea. E una volta fatto il  test, il risultato è stato positivo: nonostante mi sia sempre immaginata mamma giovane, al momento ho fatto fatica a crederci, a rendermi del tutto conto che dentro di me ci fosse realmente qualcosa, un microscopico essere che stava iniziando a crescere. All’inizio non è stato facilissimo. Perché è giunto non appena io e mio marito avevamo iniziato a goderci la convivenza, e sul posto di lavoro stavo vivendo una situazione un po’ particolare, di transizione. Quello era un periodo di cambiamento sotto molti punti di vista e l’arrivo di un bambino rendeva tutti gli equilibri più delicati. Ma passato il momento di spaesamento iniziale, è stato spontaneo iniziare a fantasticare su di lui, sull’aspetto che avrebbe avuto. Arrivata a casa dall’ospedale ho avuto un crollo. Nella culla ti trovi ad osservare questo esserino e a ripeterti «Ok, è mio». Ti senti addosso un sacco di responsabilità e improvvisamente inizi a piangere, non capisci quale sia la ragione, ma non lo puoi evitare. In parte sono gli ormoni, in parte è paura vera e propria. Ora che Andrea e Alice sono ancora così piccoli, non mi trovo spesso a riflettere sulla loro adolescenza: la vedo lontana, anche se temo il loro futuro. A volte penso a quanti anni ho, non mi sembra che il tempo sia passato ed è difficile consolidare la consapevolezza di essere mamma. Forse l’acquisisci col tempo.

 

Francesca

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Un mese fa sono stata in vacanza con persone che non avevano figli ed era una cosa che non capitava da dieci anni. Da quando ho Lorenzo mi rendo conto che è più difficile frequentare persone senza figli anche perché l’ho avuto a 19 anni. Noi avevamo scelto di averlo. Quando da piccola ci avevano chiesto di rappresentare il mestiere che avremmo voluto fare da grandi io avevo disegnato la mamma e la maestra. Per me era un dato di fatto. Non so dire se a spingermi a una maternità così precoce sia stata la volontà di essere fedele ai miei propositi, ma l’ho sempre voluto. E quando qualche donna mi chiede consiglio ed è tentennante rispetto alla maternità io dico sempre «Sì, fate assolutamente figli!». È faticoso, soprattutto se non hai attorno una rete che ti aiuti. Io so che posso andarmene, se ne ho bisogno, e questo è fondamentale. Fossi stata sola mi lamenterei come fanno diverse mamme. Ma servono delle pause. Tante mamme non se le concedono, in molte scatta anche il senso di colpa. Ma in me il bisogno di non annullarmi è sempre stato fortissimo. Quando mi dicono che aver fatto figli così giovane mi ha precluso tante possibilità penso che da un lato sia vero, ma credo che con gli anni si hanno meno energie, e questo mi sarebbe pesato. Da quando ho Lorenzo, Zoe e Bianca, non ho mai provato quel dolore straziante che ti porta a dire «Non ce la faccio». Oppure l’ho pensato, ma tre figli ti obbligano a dire che in qualche modo devi farcela, punto. Quando sei madre le emozioni si mescolano, a tratti ti senti che non ce la fai più, a tratti ti senti invincibile. C’è una forza che ti torna indietro da alcune cose che dicono e che fanno, un’energia che proviene dal modo in cui si meravigliano del mondo e che ti ricarica.

 

Maria

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Io sono diventata mamma a vent’anni, perché sentivo di aver proprio bisogno di quel tipo di amore. Io e il mio attuale marito stavamo insieme da due anni quando è nata Serena. Poi mi sono iscritta all’Università, a Scienze dell’Educazione. E nel frattempo è nata Emma, mentre nel 2013 è arrivato Giacomo. Ci tenevo che fossero vicini, perché ho una sorella di 17 mesi più piccola e abbiamo condiviso insieme un sacco di cose. Lo ritenevo importante. Oggi sono felicissima della scelta che ho fatto, una scelta che entrambi volevamo fortemente. Mia mamma ha avuto bisogno di tempo per accettarlo. Nella testa di un genitore un figlio deve prima laurearsi, poi trovare un lavoro, avere la casa. L’idea è che i figli debbano affrontare la vita a tappe prestabilite, mentre io sono una che le tappe le ha sempre accelerate, o saltate del tutto. Se sei pronta ad avere un figlio non può diventare un limite alla tua libertà, la tua libertà è averlo, realizzare quel desiderio. Un figlio va oltre te e i tuoi desideri. Sto imparando solo adesso a ritagliarmi i miei spazi personali. Ma prima non ne sentivo il bisogno. Sono una mamma “gelosa” e ci tenevo ad assistere ai loro momenti, perché quelli che caratterizzano i primi tre anni sono momenti che volano, scappano via. Si trattava delle loro prime conquiste, e io volevo esserne testimone. Per forza di cosa i tuoi figli sono diversi da te. Per accettarlo devi fare un lavoro su te stessa. Accettare la loro diversità.

 

Raffaella

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Ho una figlia di 22 anni, Matilde, e Pablo, di 20 anni. Lui è originario dell’Ecuador. Abbiamo deciso di adottarlo quando aveva sei mesi, e Matilde aveva circa due anni e mezzo. La scelta dell’adozione era stata fatta molto tempo prima. È un po’ bizzarro perché effettivamente prima di pensare ad un figlio c’era l’idea dell’adozione. Il loro è un rapporto molto faticoso perché è arrivato qui, con grandi richieste di attenzione di tempo, di energie: l’amore è vero, si moltiplica, ma l’energia no. Forse questa è stata la cosa più difficile. Non me lo ero immaginato così faticoso: per quanto tempo tu ti sia preparato, tu ne abbia parlato, quando le cose poi le hai davanti, possono essere delle pugnalate. Quando Pablo ha compiuto il suo primo anno il mio primo pensiero è andato a sua madre: è stato un pensiero che negli anni è tornato spesso. Prima sotto forma di angoscia per lei, immaginare come poteva sentirsi. Poi però sempre più una profonda gratitudine. Una persona che non ho mai incontrato ma che mi ha regalato mio figlio. Un figlio con cui sto costruendo questa relazione un pezzo alla volta. Se c’è una cosa che i figli riescono a fare è tirare fuori da te cose che nessun altro può tirare fuori. Pablo mi ha regalato sicuramente il dubbio. Anche rispetto ai modelli, a come essere genitore, essere madre: io non ho davvero, credo, nessuna certezza rispetto a quello che sia essere madre. Perché è un’esperienza molto diversa anche rispetto al figlio che ci si trova di fronte, alle storie che ci si porta dietro. È devastante sotto certi aspetti dal punto di vista emotivo: il filo conduttore è credere di aver sbagliato tutto. Poi accadono delle cose che ti fanno pensare che forse, invece, qualcosa ha funzionato. Tra me e Matilde c’è stato un cambiamento, proprio in questi ultimi tempi. È stato quando ho imparato a guardarla come donna. Questo ha trasformato anche il suo sguardo verso di me: stiamo iniziando a vivere una fase diversa. Io credo che non sempre è necessario avere con la propria figlia una confidenza totale: so che lo può fare, lei sa che lo può fare. In questo, però, sto un passetto indietro. Loro devono essere liberi di fare le loro esperienze, di staccarsi da me. La porta è aperta per quando vogliono andare, e per quando vogliono tornare. Da un certo punto forse sto aspettando il momento in cui ci sarà questo taglio. Non sarà un passaggio indolore, certo. Ma sono curiosa di vedere il pezzetto di strada che troveranno.

 

Linda

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Lucia è arrivata quando avevo 33 anni. L’avevamo voluta, cercata, programmata. Ci sentivamo nel momento giusto per accoglierla. Per anni non ci ho pensato. Ma ho sempre sperato di trovarmi in una situazione che mi avrebbe permesso di averne. Ora che c’è mi chiedo se non sarebbe stato meglio viverla da giovane: ma forse è naturale rispetto a qualsiasi esperienza dirsi che sarebbe stata meglio farlo prima. E tutto sommato è andata benissimo così perché le esperienze vissute fino al momento in cui è arrivata hanno contribuito a farci diventare la mamma e la figlia che siamo. Dopo che sono rimasta incinta ci siamo sposati, anche quella scelta dettata dall’entusiasmo, pochissime persone, avevamo voglia di fare questa cosa in tre. La conoscenza con Lucia è stata strana: tante volte dicono che riconosci immediatamente l’appartenenza, che sia un meccanismo naturale. E in effetti è vero, per diversi mesi dopo la nascita li senti ancora parte integrante del tuo corpo. Ma da un lato sai che ti trovi di fronte ad un essere umano che non conosci, e provi verso di lui la curiosità di sapere che persona sarà. Essere madre stravolge completamente il tuo modo di pensare, vivi le tue cose in modo diverso, in tempi diversi. Ma non riesco a pensare alle scelte che ho fatto in conseguenza dell’essere mamma come ad una rinuncia. Piuttosto, parlerei di evoluzione.

 

Silvia

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Ho due bambine. Una di 5 anni Alice e una di 17 mesi, Clara. Avevo 34 quando ho avuto Alice. L’abbiamo cercata, sì. Ci abbiamo messo tanto a decidere di averla perché ci siamo presi tutto il tempo per decidere. Ho sempre avuto l’idea che se fai un figlio lo fai con un equilibrio tale da poter dire: «Ok, da due possiamo essere tre». In realtà col tempo ho messo in discussione quest’idea più volte. Forse siamo arrivati in ritardo per una questione di paure, il rischio di far pagare al bambino eventuali immaturità. Poi succede che quando fai figli e hai quasi 39 anni ti dici che avresti dovuto farli molto tempo prima. In realtà quando è arrivata sono andata in crisi: perché diventare madre mi ha spalancato una porta sul mio passato di figlia, ti costringe a fare i conti col passato. Forse oggi come oggi i genitori li pensano troppo questi figli. Quando arrivano hai una serie di risposte e di pensieri che ti sei fatto su come le cose dovrebbero andare, ma il confronto con l’essere vivente che hai di fronte può mandare all’aria tutto. Clara, invece, è arrivata perché pensavamo che due fosse più bello di una, anche se mi chiedevo come avrei potuto dividere tutto l’amore che provavo per Alice con qualcun altro. Ma credo che sia stato un regalo per lei. Il primo anno ha riversato una gelosia feroce, mentre ora capita che mi dica: «Mamma io ti amo tantissimo, però più di tutti voglio bene a Clara». Io ho sempre mostrato ad Alice le mie fragilità, le mie debolezze. Del resto un genitore perfetto è un genitore terrificante, di cui non ti liberi più. Un figlio deve prendere le distanze dai genitori, capire di essere altro dal rapporto simbiotico. Il figlio è un’incisione nella carne, che non si cura mai e accettare la sua diversità è un grande esercizio di apertura. Voglio stare vicino a loro il più possibile, perché so che poi se ne andranno. Ogni tanto mi immagino i dialoghi tra me e loro quando saranno grandi. Cosa potrei dire alle mie figlie se non: «Fate in modo di volervi sempre bene?». In un certo senso è come se rendessero la vita più leggera. La rendono essenziale. La cosa che mi stupisce è che alle volte dal nulla Alice mi ringrazia e allora senti che va bene così. Sto imparando ad accettare me stessa, ed è grazie a loro. Mi stanno insegnando la vita, e voglio stare con loro il più possibile per questo.

 

Cristiana

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Alice e Gioele sono state due esperienze vissute in tempi della vita molto diversi, figli di due papà diversi, due storie d’amore diverse e di due diverse Cristiana. Diversa anche l’energia che ci metti, l’immaginazione, come sono diversi i loro bisogni. Gioele l’ho avuto sulla soglia dei 40. È arrivato dopo un aborto che è stato un lutto, a tutti gli effetti. Era di quasi sei mesi: c’era. Aveva il suo nome, il suo spazio in famiglia. Quando ormai ci eravamo rassegnati al fatto che le cose fossero andate così, ho scoperto di essere di nuovo incinta. Quello che mi ha spinto a cercare Alice è stato il desiderio di mettere amore. Per me quella bambina era la condensazione di tutto l’amore tra madre e figlia che l’universo può contenere. Con Alice c’era il punto originario di quell’affetto, che io non avevo mai sperimentato. È un amore diverso da tutti quelli che puoi trovare nella vita. Non c’è altro essere umano se non quello che tu hai chiamato al mondo, non c’è altra responsabilità più grande rispetto alla vita che un altro legame ti possa dare. Qualsiasi altro legame tu lo puoi prendere, stravolgere, tagliare, girare. Ma quello con un figlio, per quante vicissitudini possano accadere, non lo taglierai mai. Anche se i figli invece hanno diritto a tagliarlo: per vicissitudini della vita, o della morte, altrimenti restano bloccati. Così come hanno il diritto ad ucciderti, psicologicamente, per trovare loro stessi. Sotto certi punti di vista essere genitori è un’esperienza dolorosa. Qualcosa che è in continuo divenire, una costruzione continua. Durante la gravidanza pensavo: «Sono un mammifero, sarò in grado di fare questa cosa». Invece tutte le volte mi dico che sono un disastro! Perché vorrei erroneamente proteggerli da tutto, da ogni dolore, anche se la mia coscienza lo sa che non è possibile, ma quando nella vita le sofferenze accadono, non sono in grado di non sentirmi responsabile. Questo è il lavoro su di me come madre. Mi toccherà lasciare che facciano le loro battaglie, come io ho fatto le mie. A volte io e Alice facciamo conversazioni che mi ripagano di tutto il resto. Alla fine avrei sempre voglia di abbracciarla, ma mi rendo conto che devo attendere che anche lei sia pronta. Che sia nuovamente pronta, perché lo è stata. Poi l’adolescenza le ha portato questa delicata corazza: attendo che possa deporla. D’altronde sto lavorando anche io alla mia: non posso pretendere da lei più che da me stessa. Gioele? Lui  le corazze te le smonta!

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