Dal cuore alla testa

10 qualità del perfetto allenatore

10 qualità del perfetto allenatore
05 Febbraio 2015 ore 04:30

È notizia di lunedì 2 febbraio che sei giocatori dell’Atalanta hanno iniziato il corso allenatori Uefa B, quello che abilita fino alla massima categoria dilettantistica italiana, ovvero la Serie D. Si tratta di Guglielmo Stendardo, Giuseppe Biava, Cristiano Del Grosso, Nicolò Cherubin, Giorgio Frezzolini e Rolando Bianchi. Non una novità: è frequente che giocatori ancora in attività decidano di muovere i primi passi verso una futura carriera in panchina, tanto che, rimanendo sempre alla Dea, lo stesso corso è già stato portato a termine in precedenza da Cristian Raimondi e Gianpaolo Bellini. Bergamo, del resto, è uno dei più importanti centri di formazione italiana nel settore, merito dell’Aiac (Associazione italiana allenatori calcio) locale, da 41 anni vera eccellenza nazionale.

Gran parte del merito per tutto questo va a Leonardo Bonaldi Mazzoleni, da tutti conosciuto a Bergamo semplicemente come Nado Bonaldi, che, nel 1974, era tra gli 8 fondatori dell’Aiac bergamasca e che oggi segue tutti i corsi di abilitazione che si tengono nel capoluogo orobico come consigliere nazionale Aiac e delegato dell’associazione per i rapporti dei professionisti con la Figc. La sua esperienza ultra decennale nel settore lo rende uno dei maggiori esperti italiani per quanto riguarda la professione di allenatore. Sotto la sua ala sono passati migliaia di professionisti della panchina, a partire da nomi meno noti, che lavorano ogni domenica nell’ombra delle categorie inferiori, sino a nomi ben più noti, come Leonardo o Hernan Crespo (per dirne due passati recentemente a Bergamo). Ci siamo rivolti a lui, allora, per sapere quali sono le 10 qualità che deve avere la figura mitologica dell’allenatore perfetto.

 

10) PASSIONE

trapaTTONI

Si parte dal cuore e non può essere diversamente. Senza l’amore per il pallone, per le domeniche passate su di un campo di calcio, per la pressione che esiste ad ogni livello, non si va lontano. Bisogna essere consci che il lavoro dell’allenatore è un lavoro di sacrifici, ricco di difficoltà e psicologicamente logorante se non affrontato con lo spirito giusto. Una buona dose di passione, quindi, è la base su cui costruire la carriera di allenatore.

 

9) COMPETENZA

di francesco

Se pensate che aver giocato può aiutare, avete ragione, ma solo in piccola parte. La competenza, infatti, va ben oltre l’esperienza nel mondo del calcio. Anzi, uno dei primi messaggi che si danno ai corsi di abilitazione alla professione di allenatore è di azzerare tutto. Bisogna entrare nell’ottica di essere innanzi ad un nuovo punto di partenza ed essere delle “spugne” pronte ad assorbire ogni insegnamento, scevri di preconcetti e convinzioni antecedenti. Solo con questa base si può divenire poi un allenatore competente, in grado di imparare anche dopo anni e anni di carriera e adattarsi alla continua evoluzione del mestiere.

 

8) CAPACITA’ DIDATTICA

zeman

L’allenatore è, in primis, un insegnante. È fondamentale quindi che sia una persona in grado di comunicare con semplicità le proprie idee e di renderle facilmente comprensibili a tutti. Naturalmente questa qualità è fondamentale per chi lavora a contatto con i più giovani, per cui il mister diventa un vero e proprio secondo padre.

 

7) CAPACITA’ DI PROGRAMMAZIONE

conte

Ogni allenatore, anche involontariamente, parte con delle proprie solide basi. Può essere un modulo, un determinato tipo di mentalità, una visione tecnica: ogni allenatore imposterà il proprio lavoro su queste fondamenta. È dunque importantissimo che un buon tecnico sia in grado di programmare il lavoro del suo gruppo, passo dopo passo, sulla base di metodi in cui crede fermamente. Non si possono improvvisare allenamenti o lezioni tattiche.

 

6) EQUILIBRIO E PAZIENZA

Real Madrid vs. Rayo Vallecano

Provate voi ad avere a che fare con 20 ragazzi di cui sai che circa la metà verrà scontentata ogni domenica, con dei tifosi che pretendono risultati e con una dirigenza che pretende il raggiungimento di determinati obiettivi: l’allenatore è il filo che collega tutte queste posizioni, l’equilibrista che, in base alla situazione da affrontare, è sempre costretto a scegliere. Niente arriva subito però, l’arte dell’attesa è fondamentale. Saper attendere e, soprattutto, incassare dei colpi bassi è fondamentale.

 

5) CORAGGIO

diego pablo simeone ansa

L’allenatore è un uomo solo, un condottiero, che deve sempre essere in grado di assumersi le proprie responsabilità, difendere le proprie scelte, ma anche ammettere i propri errori. L’allenatore non può accontentarsi mai, deve sempre avere l’audacia di puntare in alto, di essere ambizioso. Quando perde “la fame”, perde anche gran parte della sua credibilità.

 

4) AUTOCRITICA

mondonico

È tutto semplice quando i risultati arrivano e la squadra gira alla grande. Ma la carriera di un allenatore è fatta principalmente da sconfitte più che da vittorie (a parte rare eccezioni). Per questo è fondamentale saper essere autocritici, capire quando l’errore sta a monte e non a valle, cioè alla sconfitta sul campo da gioco. Questa qualità è necessaria per un allenatore che vuole innovare e migliorare, se stesso come la squadra.

 

3) EQUITA’ DI GIUDIZIO

AC Cesena v AS Gubbio - Tim Cup

Pare banale, ma, come nella vita, anche in una squadra di calcio si è tutti uguali. Ciò non significa che tutti i giocatori vadano trattati nello stesso modo, bensì che l’allenatore debba prestare attenzioni uguali a tutti e poi capire quale sia il comportamento più adatto al singolo: c’è quello che si demoralizza più facilmente, quello più irrequieto, quello polemico, quello sbruffone. Ognuno di essi merita un’attenzione diversa, ma per potergliela dare l’allenatore deve porli tutti sullo stesso piano. Ed è più difficile di quel che sembra, visto che non parliamo di robot.

 

2) PERSONALITA’

guardiola ansa

L’allenatore, sia nei settori giovanili che nelle prime squadre, è l’esempio. La sua mentalità, il suo modo di fare e il suo atteggiamento influenzeranno di conseguenza il comportamento dei giocatori. Per questo, in questa caratteristica, non rientra solo il carisma, ma anche l’immagine e l’educazione. Essere una persona limpida, senza ombre, aiuta all’interno di uno spogliatoio e permette al tecnico di essere sempre in una posizione di forza rispetto ai giocatori.

 

1) OCCHIO CLINICO

Liverpool vs Chelsea

Se le fondamenta sono cuore e passione, il tetto è l’occhio. Saper osservare, leggere le situazioni, prevedere le difficoltà sono indubbiamente le qualità più importanti per un buon allenatore. E ciò non significa solamente azzeccare il cambio in una partita, ma anche capire quando è il momento di spronare la squadra e quando, invece, di lodarla, o intuire quando è il momento di cambiare tipologia di lavoro e quando, invece, insistere su determinati esercizi. Sebbene chiunque possa allenare, l’occhio clinico è spesso una qualità innata, in grado di fare la differenza tra un buon allenatore e un grande allenatore.

L’Aiac a Bergamo. Era il 1974 quando Nado Bonaldi, insieme ad altri 7 “soci”, fondò l’Aiac bergamasca. Oggi, con oltre 40 anni di storia alle spalle, il capoluogo orobico è diventato senza ombra di dubbio un perno fondamentale del settore. Dopo il centro federale di Coverciano, Bergamo è il “cinque stelle” della formazione degli allenatori italiani, storicamente riconosciuti come tra i migliori al mondo. Ogni due anni circa, si tengono tra i 5 e i 6 corsi di abilitazione, la media più alta sul territorio italiano. Capita spesso che vengano a seguire le lezioni anche studenti dall’estero, sintomo di come il centro di Bergamo sia rinomato anche oltre confine. Al fianco di Nado Bonaldi, le lezioni sono tenute dai massimi esperti di ogni materia, tra cui, ad esempio, Ferretto Ferretti, che oltre a Coverciano tiene lezioni solamente a Bergamo, insegnante di Metodologia di allenamento e internazionalmente riconosciuto come uno dei migliori anche dalla FIFA.

La scala per diventare allenatore. I giocatori dell’Atalanta, come detto, hanno intrapreso il corso di abilitazione Uefa B, secondo step nel cammino che porta verso la formazione di un allenatore a tutto tondo. Il primo livello è rappresentato dal corso Uefa C, che abilita all’allenamento nei settori giovanili ed è diventato, soprattutto per chi ha giocato a livello professionistico o semiprofessionistico, opzionale. A questo segue appunto il Uefa B, che abilita all’allenamento sino alla massima categoria dilettantistica, la Serie D. Il corso Uefa A, invece, apre le porte del professionismo: Lega Pro, le Primavere delle squadre professionistiche e la possibilità di affiancare un tecnico come secondo. Infine, l’ultimo e più ambito gradino della scala, è il corso Uefa Pro, necessario per poter diventare allenatore professionista a tutti gli effetti e sedersi così sulle panchine anche di livello internazionale.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia