Un percorso importante

Anche Bergamo dichiara guerra ad Aids e Hiv con un gran progetto

Anche Bergamo dichiara guerra ad Aids e Hiv con un gran progetto
30 Maggio 2019 ore 11:41

Bergamo ha firmato il protocollo “Fast Track Cities”. Con quest’atto la città, dopo Milano, entra a far parte del network di capoluoghi e province lombarde impegnate a contrastare l’AIDS, riducendo lo stigma e le discriminazioni nei confronti di chi ha il virus e facendo cultura sulla problematica in merito alla quale esistono ancora molti lati oscuri. Prima fra tutti, la confusione fra HIV e AIDS stesso. La firma della dichiarazione e le azioni di tutela alla cittadinanza affetta dalla malattia è appoggiata anche dalle associazioni pazienti Emmaus, Arcigay Bergamo, la Melarancia Onlus, Cooperativa di Bessimo, Micaela onlus, Croce Rossa, Cooperativa L’impronta.

 

 

Seconda città lombarda. L’ingresso di Bergamo nel network internazionale delle Fast Track Cities è un impegno «di solidarietà» dichiarato ai portatori del virus, trecento per centomila abitanti presenti in città e provincia, al fine di abbattere lo stigma e la discriminazione che ancora li mette a margine per mancanza di consapevolezza e conoscenza sull’infezione da HIV (Human Immunodeficiency Virus) e sulla sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), rappresentando, fatto ancora più grave e preoccupante, un limite al controllo dell’epidemia. Una firma con cui Bergamo dichiara anche la convinzione di dover far fare un salto di qualità alla lotta all’AIDS, controllando meglio l’epidemia entro il 2030. Come sostiene anche il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, «è giunto il momento di alzare l’asticella della lotta all’AIDS, coalizzare l’amministrazione cittadina, le molteplici eccellenze associative operanti in città, le forze sociali e le istituzioni sanitarie per favorire una corretta informazione, il superamento dei pregiudizi e giungere a una azione sinergica che è alla base di una lotta serrata all’HIV, alle co-infezioni e allo stigma a loro collegato». Sebbene negli ultimi due anni, tranquillizzano gli esperti infettivologhi dell’Asst Papa Giovanni XXIII, si sia registrato un lieve calo delle nuove diagnosi, il tempo che intercorre tra l’infezione e la diagnosi si mantiene costante e sfiora mediamente i cinque anni. Un dato che favorisce il perdurare dell’epidemia e che dimostra come la percezione del rischio tra la popolazione sia bassa.

C’è molto da fare in tema di consapevolezza. Un’indagine europea, Is HIV sorted?, condotta su oltre 24.200 adulti di nove Paesi dell’Europa occidentale e sei dell’est Europa, di cui 2.035 italiani di entrambi i sessi e di età compresa tra 18 e 75 anni, commissionata dall’International Association of Providers of AIDS Care (IAPAC), Fast-Track Cities e Gilead Sciences, ha dimostrato che il percorso da compiere in tema di consapevolezza e percezione nei confronti dell’HIV è ancora lungo. Soprattutto per sconfiggere lo stigma, molto forte anche in Italia, o per fare più cultura sul virus riguardo cui nove persone su dieci, circa l’87 per cento, non credono di essere a rischio di contagio e che il 60 per cento non ha mai eseguito un test HIV, contro un 40 per cento che l’ho ha fatto più di 5 anni prima senza poi ripeterlo. Fra gli italiani, il 43 per cento ignora che l’HIV sia un virus e solo il 37 per cento definisce in modo corretto la sindrome da immunodeficienza acquisita, contro infine un quarto dei cittadini, circa il 27 per cento, che ritiene che HIV e AIDS siano sinonimi.

 

 

Ricadute sociali e terapeutiche. La mancata o diminuita percezione del rischio di contrazione del virus non è, purtroppo, esente da conseguenze. Pregiudiziali, prima di tutto, tanto che il 58 per cento degli intervistati dichiara che si sentirebbe a disagio nel lavorare a fianco di una persona sieropositiva, ritenendo che il contagio possa avvenire potenzialmente attraverso un bacio, uno starnuto o del cibo condiviso. Mentre la trasmissione è possibile solo per via sessuale, con lo scambio di siringhe infette, eseguendo trasfusione di sangue o trapianto di organi contaminati o per passaggio diretto da madre a figlio. Una attitudine sociale negativa verso le persone sieropositive che impatta anche sul raggiungimento dell’obiettivo 90-90-90 dell’UNAIDS, il Joined United Nations Programme on HIV/AIDS, entro il 2020. Un progetto istituito per permettere ai Sistemi Sanitari Nazionali e alle Istituzioni comunali e locali di intraprendere iniziative per depotenziare l’AIDS da criticità sanitaria ed epidemiologica entro il 2030. Facendo cioè in modo già nel 2020, il 90 per cento delle persone con infezione da HIV siano a conoscenza del loro stato diagnosticato di malattia, che il 90 per cento delle persone con diagnosi conclamata siano in terapia antiretrovirale e che il 90 per cento di coloro che sono in trattamento raggiungano la soppressione della replicazione del virus, ovvero mostrino una efficacia terapeutica.

Conseguenze dello stigma. Disincentiva, innanzitutto, il ricorso al test riducendo di conseguenza l’accesso precoce delle eventuali persone sieropositive alle terapie. Le quali, invece, sono fondamentali per ridurre la mortalità legata all’AIDS, favorire una aspettativa di vita normale ma anche per prevenire la trasmissione di HIV. La cura è oggi rappresentata da una terapia antiretrovirale che riduce la presenza del virus nel sangue a livelli non misurabili, secondo quella che gli esperti definiscono soppressione virale, per almeno sei mesi consecutivi. Ciò significa che in quest’arco di tempo il virus non è trasmissibile dalla persona sieropositiva a un partner sessuale sieronegativo, promulgando un importante messaggio di sensibilizzazione: U=U, Undetectable = Untrasmittable; Non misurabile = Non trasmissibile. Possibilità nota, confermando i dati anche della citata indagine, invece solo al 16 per cento degli intervistati.

 

 

Perché promuovere il programma “Fast Track Cities”. Perché nelle città si concentrano le maggiori proporzioni di casi o di probabilità di infezione da HIV, pertanto nei Paesi ad alto carico epidemico come pure in quelli a minor rischio, un intervento selettivo nelle aeree urbane può influenzare positivamente l’andamento dell’epidemia a livello nazionale. Il progetto Fast Track Cities prevede l’istituzione di una rete di collaborazione globale tra più di 350 città con alta prevalenza di infezione da HIV, la IAPAC (International Association of Providers of AIDS Care), l’UNAIDS, l’UN-Habitat (United Nations Human Settlements Programme) e la città di Parigi. Lanciato in occasione della Conferenza mondiale AIDS del 2014, la sottoscrizione al progetto, firmando la dichiarazione di Parigi, permette a comunità urbane di tutto il mondo di entrare a far parte di un network internazionale virtuoso che dà lotta all’AIDS. Auspicabilmente entro il 2030, come negli obiettivo dichiarati.

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