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I primi cento anni della Gelateria Leffese, il posto dove «andavamo a vedere quelli che mangiavano il gelato»

Un secolo fa a Leffe nacque, quasi per caso, la panna "lattemiele". Coni e coppette hanno fatto la storia e... dato spettacolo

I primi cento anni della Gelateria Leffese, il posto dove «andavamo a vedere quelli che mangiavano il gelato»
Val Seriana, 24 Gennaio 2020 ore 10:58

di Giambattista Gherardi

Ricorre spesso, nei racconti di molti anziani della Val Gandino, una frase curiosa legata ai ricordi di un tempo: «…andavamo a Leffe a vedere quelli che mangiavano il gelato». Racchiude il senso di un’epoca in cui certi “lussi” erano riservati a pochi, e offre più di ogni dato statistico la misura di quanto fosse nota (e apprezzata) quella che è tutt’oggi una vera e propria istituzione: la Gelateria Leffese. Il 2020 sarà un anno cruciale: l’attività taglia infatti il prestigioso traguardo dei 100 anni di attività. Una storia che si è snodata lungo un secolo a partire dal 1920, epoca in cui Luigi Castelli, detto “Laté”, faceva il casaro e produceva a Leffe formaggi, mascarpone e ricotte.

Il carretto della Lffese, all’estrema destra c’è Gioanì Castelli

«Un mattino, probabilmente per un errore di tempi o di temperatura – racconta Giuseppe Castelli, nipote del fondatore e per decenni attivo in Gelateria –, nonno Luigi vide che il latte contenuto nella ramina aveva in superficie molta più panna del solito; considerando la povertà che c’era all’epoca (la Grande Guerra era finita da poco più di un anno, ndr) non se la sentì di buttare via tutto e allora pensò di togliere con un mestolo tutta quella panna. Vi unì dello zucchero e con la frusta da cucina iniziò a montarla. Da subito la trovò buonissima e decise di proporla ai clienti del ristorante gestito dalla moglie Pierina che si trovava proprio di fronte a dove sorge oggi la Gelateria Leffese». Nacque così la panna montata di Leffe, quella che in breve sarebbe diventata “Lattemiele”, come ancor oggi ricorda una scritta stile Bella Epoque affrescata sotto un terrazzo. «Ebbe un successo tale – aggiunge Giovanni pronipote del fondatore – che Luigi si sentì pronto per osare ancora di più: latte, uova, zucchero, vaniglia, miele e ghiaccio; era il gelato alla vaniglia, che veniva offerto su una foglia d’uva agli avventori del locale, entusiasti per quella scoperta».

Il laboratorio della Gelateria Leffese negli anni ’30

Alla fine degli anni Venti, Luigi Castelli acquistò una macchina del ghiaccio e dei mantecatori; iniziò in questo modo la produzione e la vendita di gelato, panna montata, torrone, ghiaccio, latte e latticini nello stabile che aveva intanto costruito e che tuttora è sede storica della Gelateria Leffese, in via Roma 10, lungo la strada provinciale che sale a Gandino. Una tappa obbligata per molti, al punto che negli anni è stato creato un parcheggio a lato della strada per evitare la prassi, cara a molti, di fermarsi sul ciglio per acquistare il pregiato gelato. «Nella sua attività – racconta ancora Giovanni – il bisnonno Luigi venne affiancato dai figli, in particolare dall’instancabile Giovanni, che seguiva tutte le fasi dalla preparazione alla vendita al dettaglio, da Catina e da Pietro, detto Gioanì, che girava col famoso carretto trainato da un cavallo nei paesi limitrofi richiamando la gente attraverso il suono di una trombetta. I gusti disponibili erano tre: panna montata, vaniglia e torroncino, che non poteva mancare in occasione di festività e ricorrenze speciali, quando si utilizzava un banco frigo trasportato con un autocarro e alla distribuzione era presente tutta la famiglia. Se i bambini si avvicinavano per fare baccano, Gioanì cercava di allontanarli schizzando loro sul viso un po’ di panna montata, ma otteneva l’effetto contrario perché questi la leccavano gioiosi e ritornavano più numerosi di prima».

Nel 1950 Pietro Castelli aprì un negozio anche nel centro di Leffe, gestito dalla moglie e dai figli. Il 1970 fu un anno fondamentale nella storia della Gelateria Leffese: vennero completamente rinnovati l’impianto di produzione (con nuovi mantecatori, pastorizzatori e un innovativo omogenizzatore) e i locali. La gestione fu affidata ai figli di Pietro Castelli: Giuseppe, con la moglie Ivana, e Rina, col marito Gianni. Gli anni ‘70 e ’80 fecero della Gelateria Leffese un punto di riferimento per il mondo del gelato bergamasco (e non solo): il gelato leffese iniziò a essere richiesto da gelaterie, bar e ristoranti in ogni angolo della provincia. Venne per questo avviata anche la distribuzione all’ingrosso, che continua ancor oggi con successo. «In quegli anni – sottolinea Gabriella, sorella di Giovanni – la Gelateria Leffese era il centro della “movida” della Valle, un posto dove conoscersi, dove sono nati molti amori. Si ascoltava il juke box (Giuseppe Castelli, padre di Giovanni e Gabriella ancora lo conserva con orgoglio, ndr) ed era luogo di incontro per gli emigranti che tornavano in vacanza in Val Gandino».

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Nel 1988 la gestione divenne esclusivamente della famiglia di Giuseppe e Ivana Castelli, affiancati dai figli Giovanni e Bruno (per la produzione e distribuzione) e Gabriella (per la vendita in gelateria). Nel 1994 il laboratorio di produzione si trasferì negli ampi spazi della vicina via Cav. Martinelli, dove tuttora nasce l’unico e inimitabile Gelato Leffese. Nel 2007 i coniugi Castelli lasciarono la gestione diretta della gelateria di via Roma per godersi la meritata pensione. Per alcuni anni la gestione passò a Laura ed Eugenio Amalfa, poi, da febbraio 2016, il via al nuovo corso attuale, con i giovanissimi Veronica Mutti e Paolo Coter (coadiuvati da Aurora e dalle famiglie) che portano una ventata di freschezza e di grande professionalità. «Sarà un anno speciale – conclude Giovanni – nel corso del quale condivideremo con i clienti e la gente della Valle un traguardo storico». A sorridere all’idea c’è anche Alessandro Castelli, 7 anni, figlio di Giovanni, che insieme a nonno Giuseppe scruta la foto d’epoca con il carretto di “Gioanì”. Quella della Gelateria Leffese è una storia tutta da raccontare e… ancora da scrivere e gustare.

Articolo pubblicato sul numero di PrimaBergamo uscito in edicola il 10 gennaio 2020

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