Karma favorevole

Atalantini, non temete di essere i Bradbury di questa Champions

Atalantini, non temete di essere i Bradbury di questa Champions
18 Dicembre 2019 ore 05:00

Ma ve lo ricordate Steven Bradbury? Olimpiadi Invernali di Salt Lake City, 2002. Questo bizzarro ragazzo un po’ cresciuto (all’epoca aveva 29 anni) dai capelli sparati biondo platino è la stella di diamante dell’Australia nello short track, pattinaggio. Non è tra i favoriti, ma per lui già essere lì è una vittoria: otto anni prima, durante una gara, uno dei pattini degli avversari gli aveva trapassato il quadricipite da parte a parte recidendo l’arteria femorale; due anni prima, in una caduta in allenamento, aveva battuto la testa contro il bordo della pista e si era rotto il collo e due vertebre. In entrambi i casi, secondo i medici la sua carriera era finita. E invece no, Bradbury ci ha creduto e arrivò così a giocarsi un pezzo di storia. Con la storia che lo premiò: grazie a un mix assurdo di squalifiche e cadute degli avversari, Bradbury vinse l’oro olimpico. Una vittoria talmente epica e, allo stesso tempo, da commedia, che il pattinatore divenne famoso (in Italia almeno) per un commento delle sue gare della Gialappa’s Band diventato iconico. Ma Bradbury è entrato addirittura nell’Urban Dictionary, dove si legge: «Nel mondo dello sport, “Doing a Bradbury” significa vincere in seguito a circostanze miracolose».

 

 

Ecco, forse non ce ne rendiamo conto, ma l’Atalanta potrebbe “fare la Bradbury” di questa Champions League 2019/2020. Pensare alla vittoria finale è praticamente impossibile, lo so e lo sappiamo bene, ma in quanto a botte di fortuna sta andando alla grande, bisogna essere sinceri. Perché partire dalla quarta fascia e ritrovarsi nel girone con Dinamo Zagabria e Shakhtar Donetsk è, oggettivamente, una botta di fortuna; perché passare da seconda nel girone (dopo aver fatto “appena” 7 punti e aver perso le prime tre partite e pareggiato la quarta) e pescare agli ottavi il Valencia, formazione ottava nella Liga e certo distante anni luce da Liverpool, Barcellona e compagnia cantante, è una bella spinta della dea bendata. E chi lo dice che questo mix di fortuna e talento non possa continuare anche dopo il 10 marzo, giorno in cui al Mestalla affronteremo la sfida di ritorno?

Ascoltando i commenti nerazzurri dopo il sorteggio di Nyon, c’è tanto ottimismo ma molti paiono quasi aver paura di ammettere di essere stati fortunati. Come fosse una colpa, come se ammettere che le cose sono girate bene, almeno una volta, sia un peccato. Ma quando mai? Non c’è detto più vero di quello che recita: la fortuna aiuta gli audaci. L’Atalanta non è stata soltanto audace, di più. Con intelligenza, strategia, lungimiranza e talento s’è costruita la qualificazione in Champions dell’anno passato e con le stesse armi sta affrontando, quest’anno, un’avventura tanto pazzesca quanto bella. Se col Borussia, due anni fa, i nerazzurri sono stati sfigati, perché non accettare questo giro di karma favorevole, ora? Dopo una vita di campi di provincia, le tante Serie B e addirittura l’uragano calcioscomesse, essere agli ottavi contro una rivale forte ma certo non imbattibile può essere visto come un dono del destino da non sprecare.

 

 

È vero, Steven Bradbury vinse quell’oro olimpico perché nei quarti fu squalificato un avversario, in semifinale caddero in tre e ci fu un altro squalificato e in finale caddero tutti e quattro gli altri avversari (nettamente più avanti di lui). Ma alle Olimpiadi c’era arrivato. E i quarti se li era conquistati vincendo la sua batteria. Bradbury non era uno qualunque, era un atleta che s’era costruito una carriera sulla base del talento e del lavoro e che, per di più, aveva avuto parecchia sfiga negli anni precedenti. «Non ero certamente il più veloce, ma non penso di aver vinto la medaglia col minuto e mezzo della gara. L’ho vinta dopo un decennio di calvario», disse anni dopo in un’intervista il pattinatore australiano. Ed è difficile, a posteriori, dargli torto. Sfrangiando tutta l’ironia e lo story telling costruito attorno alla sua figura, Bradbury vinse perché era lì, al posto giusto nel momento giusto, e rivelandosi, in qualche modo, “migliore” degli avversari. Non fa schifo ammetterlo, anzi. E dubitiamo che lui, di quella medaglia, se ne vergogni. Quindi, cari atalantini, sperate senza timore che l’Atalanta “faccia la Bradbury”. Accettate questa botta di fortuna e sorridete al karma favorevole. Che del doman non v’è certezza.

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