Dieci milioni di spettatori

Benigni, come Dio comanda

Benigni, come Dio comanda
17 Dicembre 2014 ore 17:25

Ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta, Benigni, ad arrivare in fondo. Sette comandamenti tutti in una volta era ed è stata dura, ma alla fine sembrava contento. Stanchissimo, pallido lucido sotto i fari, ma contento.

Contento – sembrava – che il suo lavoro lo avesse messo in contatto con cose grandi, sentimenti profondi, testi meravigliosi come il brano del Talmud:

«La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal lato per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta e accanto al cuore per essere amata». Che sembra una cosa detta per le donne (e in effetti lo è) ma è soprattutto un regalo di parole fatto agli uomini per consentir loro di esprimere in maniera forte quanto bene vogliano alle loro amiche e compagne.

O la poesia finale, di Walt Whitman, quella:

Ahimè! Ah vita! Di queste domande che ricorrono,
degli infiniti cortei senza fede, di città piene di sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero (perché chi più sciocco di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi, della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida camminare a fatica attorno a me,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti
nodi,
la domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre – Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?
RISPOSTA:
Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individualità di ciascuno,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.

“Con un tuo verso”. Che, nell’occasione significa: con uno spettacolo televisivo. Col nostro lavoro, con quello che uno è chiamato a fare, insomma. Diceva Maria Callas che certe volte aveva paura di cantare, perché temeva di confessare troppo di se stessa interpretando un personaggio.

Forse l’aspetto più interessante di martedì sera è stato il coraggio pudico con cui Benigni, senza mai dimenticare di essere un attore (per la precisione: «un ladro, perché nessuna delle parole che dico è mia» – o qualcosa di simile), senza mai dimenticare che quello era uno spettacolo, si è esposto nelle sue contraddizioni ma deciso, comunque, a contribuire alla grandezza della vita comandando (parola grossa: invitando, suggerendo) a tutti di impegnarsi ad essere felici.

Perché la felicità – ha detto – è stata donata a tutti, ma poi l’abbiamo persa, messa in una buca come fa il cane con l’osso, e poi ci siamo dimenticati di dove l’abbiamo nascosta. La furia con cui ha quasi urlato che dovevamo mettere a soqquadro la casa – i cassetti, il letto, gli armadi – per ritrovarla è stato un momento di verità (verità teatrale, certo, ma pur sempre verità) difficile da trovarne un altro in televisione.

Bellissimo – in certo senso scontato, prevedibile data l’attualità; ma comunque bellissimo lo stesso – il pezzo sui ladri che in veste benignica lasciava trasparire tantissimo degli interventi di papa Francesco sull’argomento: cosa significa rubare il lavoro, rubare la dignità agli altri, corrompere la propria.

E poi l’insistenza sul fatto che onorare i propri genitori non solo allunga la vita, ma dà spessore, profondità all’esistenza. E la rivoluzione portata dal fatto di aver reso legge il desiderio: bello anche quel pezzo.

E infine il comandamento che li riassume tutti, compendia tutta la Leggge e i Profeti: l’evangelico “Ama il prossimo tuo come te stesso”, che non era scontato che venisse tirato fuori. E invece Benigni e i suoi autori l’hanno fatto.

Risentendo nella memoria e rivedendo quello che è stato detto – ha ragione Benigni – ci si accorge che sono cose che i più fortunati di noi sanno da sempre. Che su alcune forse si può dissentire. Ma per concludere che è invece molto strano – e perciò interessante – che la gente (il pubblico, lo share o cos’altro) le ascolti solo – o principalmente – se se le sente dire così, in un modo che sta sospeso fra la verità seria e profonda che l’attore comunica col suo corpo e la leggerezza allegra del suo sguardo e della sua voce. Dette in altro modo, le stesse parole non otterrebbero il medesimo risultato. Veniva in mente, dato che eravamo in ambito, la poesia “Telemessa”, di Giorgio Caproni, il terribile resoconto del risultato che ottengono certe messe mandate in onda la domenica mattina. Al momento dell’omelia, il celebrante

Gridava come un ossesso.
“Cristo è qui! È qui!
LUI! Qui fra noi! Adesso!
Anche se non si vede!
Anche se non si sente!”
La voce era repellente.

come continua lo trovate voi (su google c’è). Il bello di queste due serate è stato che non abbiamo spento. Che c’era una voce che quando parlava della fedeltà necessaria fra uomo e donna, della grandezza del desiderio, della meschinità di certi preti e delle proprie paure era credibile. Dentro uno spettacolo, certo, ma comunque credibile. Fragile, non repellente.

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