Una TED conversation

C’è musica già in tutte le cose Bisogna solo saper ascoltare

C’è musica già in tutte le cose Bisogna solo saper ascoltare
21 Ottobre 2015 ore 11:13

Su TED Talk è possibile incontrare Meklit Hadero (qui sopra il video). Ascoltatela. Se l’inglese parlato non è esattamente il vostro forte potete usufruire del testo scritto, cliccando su Transcript. Se pensate che nemmeno in questo modo riuscireste a seguire il discorso ve lo riassumiamo noi.

Meklit Hadero viene dall’Etiopia ma vive in America. Compone musica per canzoni. Nel video vuole spiegare da dove trae ispirazione. Per questo fa ascoltare dapprima alcuni vocalizzi di cui, di lì a poco, svela l’origine. Non sono vocalizzi umani – tutti abbiamo pensato che si trattasse di vocalizzi umani – ma il canto rallentato di un uccello africano, di cui indica nome e cognome. A questo punto Meklit passa a mostrare il ritmo di certe espressioni di meraviglia o di interrogazione nel linguaggio comune e poi ci racconta come abbia costruito un testo a partire dal ritmo che produceva la pentola in cui stava cuocendo le lenticchie.

Dice anche altre cose sul suono delle diverse lingue del mondo e conclude con una osservazione meravigliosa: «Quando si cerca un’ispirazione melodica non è necessario andare a cercare oltre l’orchestra degli uccelli canori all’alba o al tramonto, oltre la cadenza naturale del linguaggio mosso dall’emozione. Noi siamo contemporaneamente pubblico e musicisti quando rubiamo questi frammenti che ci sono regalati. E così possiamo lavorare, lavorare, lavorare, lavorare consapevoli che quando ci si imbatte nella natura, nel linguaggio o in una qualsiasi atmosfera sonora non c’è limite per l’ispirazione — se noi stiamo in ascolto». Ci vuole la pausa prima di «se noi stiamo in ascolto». Perché è la stessa cosa che ha detto in vari modi Jorge L. Borges e che Claudio Magris ha ripreso al termine di una lezione davvero magistrale alla Fondazione Cini – se non ricordo male – sulle sue letture da ragazzo: «Si glorino altri dei libri che hanno scritto; io mi vanterò di quelli che ho letto».

Ascoltare l’acqua cadere dal tetto sulla ghiaia, stare nel bosco a sentir il tonfo della neve dai rami troppo carichi, una radio che gracchia lontana in un mezzogiorno assolato del sud. Sapevamo benissimo di essere compositori, ascoltando l’azzurro sul grano o il frullo delle ali dei rondoni. Non sapevamo ancora di poter annoverare in questa eletta e segretissima schiera anche Meklit Hadero. È accaduto. Perché accade sempre quel che scriveva il cinquantenne Rilke alla più giovane e sderenatissima Marina Tsvetaeva, che non incontrò mai perché di lì a poco sarebbe morto: «Noi ci tocchiamo. Come? Con un battito d’ala; la distanza stessa ci permette di sfiorarci». Grazie, Meklit, e grazie alla tua nonna eritrea e al canto delle sue parole. E grazie anche a te, Marina Tzvetaeva, che sembri aver scritto solo per cucire l’orlo dei tuoi silenzi nei quali cantano – se stiamo lì ad ascoltare – i battiti d’ala dei poeti.

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