Fu un gesto scandaloso

Com’è nata (792 anni fa) la faccenda del presepio

Com’è nata (792 anni fa) la faccenda del presepio
25 Dicembre 2017 ore 00:50

Innanzitutto: com’è nata la faccenda del presepio. Nei giorni successivi presenteremo le pecore, i pastori e magari anche i protagonisti. Però prima dobbiamo parlare di come andò all’inizio inizio.

E andò che tre anni prima di morire – dunque nel Natale 1223 – Francesco d’Assisi si trovava in località Greccio, che dista da Rieti (la città di Lucio Battisti) come Sedrina da Bergamo. Lì aveva un amico, tale Giovanni Velina, che permetteva a lui e ai suoi frati di stare dove volevano senza timore di essere infastiditi, come invece poteva accadere altrove.

C’è da dire che le pretese di questi fraticelli non erano tantissime. Tommaso da Celano, uno dei biografi di Francesco, racconta che allegri e liberi com’erano, “non si angustiavano neppure di assicurarsi un ospizio per la notte, anche se pativano grandi disagi nel viaggio. Sovente, durante il freddo più intenso, non trovando ospitalità, si rannicchiavano in un forno, o pernottavano in qualche spelonca”. (Per chi non ne avesse mai visto uno, diciamo che fino a qualche decennio fa in ogni paese dell’Appennino c’erano uno o più forni comuni, dove al sabato le donne portavano a cuocere il pane o le teglie. I compagni di Francesco ci dormivano dentro e la mattina uscivano).

(E per chi non avesse visto nemmeno le spelonche, ricordiamo che fino a qualche decennio fa le pareti di tufo o di arenaria dell’Appennino ospitavano molto spesso stalle o ricoveri per gli attrezzi nei quali chiunque – ne siamo garanti di persona – poteva passare la notte. Poi la mattina si riprendeva il viaggio, oppure si faceva qualche lavoretto per ringraziare dell’ospitalità: riparare un rastrello, scopare l’aia, costruire un flautino per i bambini. Cose così).

Ebbene, un paio di settimane prima di quel Natale Francesco chiese al signor Giovanni se voleva aiutarlo a preparare la festa lì dalle sue parti. «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo, vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».

É nato così, il presepio (una parola latina che vuol dire: la greppia, la mangiatoia): perché Francesco voleva vedere lui – prima ancora che far capire alla gente – «con gli occhi del corpo», che cosa aveva significato per Gesù essersi fatto uomo: aveva voluto dire disagi, mancanza delle cose necessarie, un freddo cane. Era il tempo in cui si passava dalla pittura coi fondi d’oro a quella di Giotto: dal cielo lontano ai sassi e agli alberi vicini. Francesco, Gesù lo voleva vedere di carne.

Come se noi, a Curno o a Torre Boldone, volendo vivere noi e far capire alla gente “con gli occhi del corpo” (e non con quelli della televisione) cosa significa essere emigrato oggi, ci mettessimo a dormire in piazza tra i cartoni, a cercare (invano) dei servizi igienici decenti, a provare abiti e scarpe dismessi.

Torniamo a Greccio: la notizia si diffonde, accorrono altri frati che erano in giro, uomini e donne dai casolari vicini si aggiungono per fare un po’ di festa anche loro con quel che avevano. Qualche cero, qualche fiaccola per far luce. E finalmente ecco Francesco tutto contento che porta il fieno per la mangiatoia. E arriva anche Giovanni col bue e con l’asino di rigore. Scrive Tommaso: “In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme”. Qualche parola di spiegazione, il bambinello posato sul fieno, due o tre canti. Poi tutti a letto.

In effetti, rileggendo, si capisce che fu proprio un gesto scandaloso quella scena girata dal vivo tra quattro case note soltanto ai lupi e a pochi umani, un bosco e un roccione a precipizio. Un gesto pieno di pretese. Roba da offendersene per i secoli avvenire.

A Lampedusa, quando Papa Francesco celebrò la messa per i morti e per i sopravvissuti del mare, l’altare era stato fatto con fasciami di legno tolti dai barconi. E tutti apprezzarono. A Greccio i paesani si portarono a casa una manciatina del fieno usato per la rappresentazione, in segno di benedizione per sé e per le bestie. Una parte di quel fieno è presente ancor oggi in ogni presepio del mondo. Come in ogni altare del mondo c’è una scheggia di quello di Lampedusa. Si capisce che qualcuno possa sentirsi urtato, a disagio.

 

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[Così Giotto (ma l’attribuzione è incerta) immaginava la scena del presepio di Greccio. Chiunque sia, questo pittore non conosceva il luogo in cui si erano svolti i fatti e probabilmente non aveva letto Tommaso da Celano. Ma una cosa sapeva perfettamente: che nel presepe originario c’erano solo Gesù Bambino, l’asino e il bue. Non c’erano nemmeno la Madonna e san Giuseppe, perché a Francesco interessava solo il piccolino].

 

greccio

[Questa è Greccio. Per immaginare come fosse all’epoca di Francesco bisogna toglier via tutte le costruzioni che nei secoli andarono a formare il Santuario Francescano. Rimangono un bosco di lecci e il roccione.

Qui sotto il paese da un’altra prospettiva]

 

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