Presentata Laudato si'

Cosa dice, in sintesi, l'Enciclica? Che dobbiamo cambiare. Cantando

Cosa dice, in sintesi, l'Enciclica? Che dobbiamo cambiare. Cantando
Pensare positivo 18 Giugno 2015 ore 15:35

Cosa dice, in poche parole, l’Enciclica Laudato si’? Che i pensieri antichi sono passati, che se vogliamo consegnare ai nostri figli e nipoti - a tutti i figli e nipoti del mondo - una Terra bella e gradevole da abitare dobbiamo cambiare rotta, come recita una sezione di Bergamopost. E che questo cambiamento - una vera e propria conversione, come detto nel testo - sarebbe opportuno che accadesse subito. Che cosa, soprattutto, deve cambiare? Innanzitutto - vien ripetuto nel corso dell’intera Enciclica - dovremmo cambiare atteggiamento nei confronti della sofferenza complessiva del pianeta. Non si può continuare a vivere distrattamente, come se l’innalzarsi della temperatura, il ciclo dell’acqua, la crescente concentrazione dell’anidride carbonica in atmosfera fossero aspetti del mondo che non ci riguardano. Ci riguardano.

Una delle novità più sorprendenti di questo testo è costituita dall’irruzione di nomi di cose, di fenomeni e di organismi che nessuno mai avrebbe pensato che potessero far parte di un documento del genere: ci son dentro le mangrovie, il vulcanismo, l’inclinazione dell’asse terrestre; sono ricordati gli uccellini e l’acqua dei torrenti. I colori dei coralli. L’Enciclica li colloca tutti dentro la fede, ne fa un problema nostro. Di ascesi, si direbbe. Cosa che, evidentemente, ci invita a modificare la nozione stessa di fede. E di ascesi, ovvio. Da stasera prima di andare a letto, il fatto di lasciare che l’acqua del rubinetto continui a scorrere a caso mentre ci passiamo lo spazzolino sui denti è qualcosa che ci dovrebbe interpellare in maniera insistente.

 

 

Esonerarci dall’attenzione significherebbe continuare a ritenere lo spreco - in questo caso, di acqua - un evento insignificante nelle nostre giornate. Mentre la riflessione sullo spreco costituisce uno degli assi portanti della lettera: ogni spreco è visto come il segno dell’indifferenza continuata e aggravata al destino del mondo.
E questo conduce a un secondo aspetto importante diffuso in tutta l’Enciclica: quello dell’integrazione necessaria non solo fra diverse discipline (economia, scienze del clima, teologia), ma nel modo stesso di utilizzarne i risultati nella vita di ogni giorno. Il papa dice, in altri termini, che fra l’innalzamento del livello del mare, l’andamento delle borse, gli avanzi di cibo che buttiamo in pattumiera e la cura della nostra anima c’è un nesso profondo e continuo, di cui si occupano - certamente - scienziati, economisti e istituzioni internazionali, ma sul quale può intervenire ciascuno di noi modificando il modo con cui pensa alle cose che fa e alle loro implicazioni sia immediate come a breve e lungo termine. I comportamenti, dice il Papa, conseguono a un mutamento di mentalità. Se quest’ultimo non avviene l’assunzione di buone pratiche si verifica soltanto sotto coazione e quindi in maniera necessariamente ridotta. Pertanto, da stasera prima di tirarsi addosso le coperte, sarà bene domandarsi come potremmo attrezzarci per modificare il nostro modo di pensare nel senso proposto dall’Enciclica.

 

 

Non sembra al Papa che dovremmo incontrare troppe difficoltà in questo tentativo: abbiamo già un modello efficientissimo in san Francesco d’Assisi. La cui caratteristica essenziale, per quel che riguarda questa Enciclica, è costituita dal ritenere amico, fratello e sorella qualsiasi aspetto del mondo. Ad imitazione del suo Signore, Francesco ha tolto l’inimicizia dal proprio orizzonte. Non fa male ad alcuna creatura, non tratta da cose o da merce gli altri uomini, non usa loro violenza perché tutto gli appartiene in spirito di caritate, per dirla con le parole del santo.
Dunque, da stasera, pensiamo che persino le zanzare contribuiscono al benessere del pianeta, e che - al contrario - l’uso spregiudicato dell’aria condizionata (anche questa una new entry nel lessico delle encicliche) rema in senso contrario. Possiamo difenderci dalle prima senza inquinare la stanza in cui dormiamo con agenti tossici; usiamo il timer coi condizionatori. È argomento di fede.
Ad evitare che il modello francescano venga assunto solo o prevalentemente nel suo versante idillico e sentimentale il Santo Padre ci tiene a sottolineare che la nozione di “amicizia” non si riferisce a una inclinazione temporaneamente benevola nei confronti di un altro. È piuttosto un modo inclusivo e rispettoso di pensare al tu cui ci si rivolge: sia esso una persona, un animale, un albero o un sasso. Da questo punto di vista il riferimento al Cantico delle creature si rivela essenziale: il mondo potrà evitare la catastrofe se ogni creatura umana penserà alle altre come portatrici della sua stessa dignità (Dio ama allo stesso modo tutte le sue creature, viene ricordato), evitando sia l’idolatria animalistica sia la rapina mercificatrice.

 

 

Ci sia consentito, a questo punto, indicare un modo di lettura che il testo sembra richiedere ma che potrebbe rimanere inutilizzato. Edgar A. Poe, il grandissimo scrittore americano, dice in un suo racconto che quando due bambini giocano a chi trovi prima un nome sulla carta geografica, i più ingenui propongono agli avversari i nomi scritti più in piccolo, in grafia quasi microscopica. Invece, dice lo scrittore, si dovrebbe sapere che i nomi più difficili da trovare sono quelli le cui lettere appaiono grandi e molto distanziate perché si riferiscono a estensioni geografiche che occupano l’intera tavola: i nomi dei continenti o degli oceani, ad esempio. O “Alpi” sulla carta dell’Italia settentrionale.

Bene: il Papa, al termine dell’introduzione, chiama “temi” queste grandi lettere sparse per l’intera durata del testo, e raccomanda di non considerarli mai chiusi, per quanto essi siano affrontati, nelle diverse sezioni, da differenti e specifici punti di vista.
E qual è il tema più largo, il nome di questo continente che si chiama Enciclica? È quello che si annuncia nel fatto stesso della sua esistenza. Il cardinal Turkson, nel suo intervento in sala stampa, lo ha detto meravigliosamente: la cosa più grande di questa Enciclica sta nel modo con cui è stata generata. Parlando dei problemi che ci affliggono essa mostra - de facto, come ha detto il metropolita di Pergamo Joannis Zizioulas - soprattutto l’azione di fraternità planetaria che ha reso possibile affrontarli nel modo nello stesso tempo nuovo e antico di cui l’intero testo è testimonianza. Leggendolo non si dovrebbe dunque dimenticare mai né che un frammento testuale possa essere affrontato indipendentemente da altri, né che mai prima di oggi un’Enciclica è stata - come questa - il frutto di una collaborazione esplicita e valorizzata con la chiesa ortodossa, con istituti scientifici di altissimo livello, con personalità del mondo dell’economia, ma anche con persone che vivono nelle periferie urbane (in quella di Roma, fra le altre). La Chiesa intende collaborare alla salvezza del pianeta ponendosi in ascolto di ogni creatura, cioè di ogni lettera del linguaggio con cui Dio ha scritto l’universo - è ancora l’Enciclica a dirlo.

Di più. Il testo si apre infatti con la frase: "1. « Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi." e si conclude con un invito che ne sembra l’eco armonico: "171 Insieme a tutte le creature, camminiamo su questa terra cercando Dio, perché «se il mondo ha un principio ed è stato creato, cerca chi lo ha creato, cerca chi gli ha dato inizio, colui che è il suo Creatore ».172 Camminiamo cantando!"

La parola scritta lungo tutta l’enciclica è il suo canto, il fatto che chieda di esser letta col cuore con cui si affronta uno spartito musicale piuttosto che con l'aspettativa di un impiegato a fronte di una circolare vaticana. Un cambiamento di paradigma che sembra anni luce avanti rispetto alla mentalità del secolo presente. La conversione che ci è chiesta sta dunque, forse, proprio in questa proposta: virare dal rigore asettico del pensiero degli ultimi due secoli - che «fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia» - allo splendore di un respiro della ragione che si faccia canto capace di restituire il mondo ai suo colori originari. E, perché no?, di generarne altri: sempre più nuovi, incredibilmente più luminosi.