Pensare positivo
L'inno che conclude un anno

Cos'è il Te Deum, cioè il grazie che si canta l'ultimo dell'anno

Cos'è il Te Deum, cioè il grazie che si canta l'ultimo dell'anno
Pensare positivo 30 Dicembre 2014 ore 07:45

Per favore: chiedete al vostro parroco di cantarlo in latino, il Te Deum. La versione italiana ufficiale è davvero orribile. Chiedetegli di spiegarvelo prima, magari. Perdeteci un quarto d’ora del vostro tempo prezioso, ma il latino è facile, si capisce in fretta. Lasciate perdere l’italiano, per una volta.

Lo hanno scritto - forse - Ambrogio e Agostino per il battesimo di quest’ultimo, tanti secoli fa. Erano due che, se non altro, sapevano scrivere molto bene; due convinti che le cose belle non basti dirle: bisogna anche che il modo con cui son dette le faccia scintillare, mostri la gioia d’oro di chi scrive e di Colui del quale si scrive. Perché dovremmo cancellarli dalla memoria, quei due, con questa cantilena insipida?

Tanto per saperlo, il Te Deum latino è stato musicato da: Giovanni Pierluigi da Palestrina (Italia, Seconda metà del Cinquecento); Tomás Luis de Victoria (Spagna, qualche anno dopo); Henry Purcell (da non confondere con l’omonimo Frank: Inghilterra, seconda metà del Seicento); Giovan Battista Lulli (fiorentino alla corte del Re Sole, coetaneo del precedente, anche se nato prima); Georg Friedrich Händel (Germania - poi Inghilterra, prima metà del Settecento); Antonio Gallassi (Napoli e Portogallo, fine del Settecento); Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart (Salisburgo, Seconda metà del Settecento. Visse troppo poco, ahimè); Franz Joseph Haydn (austriaco anche lui. Nacque un po’ prima di Mozart, e morì dopo); Felix Mendelssohn Bartholdy (Germania, prima metà dell’Ottocento); Hector Berlioz (Francia, primi tre quarti dell’Ottocento); Giuseppe Verdi (Italia, trascorse tutto l’Ottocento, che con lui finì); Anton Bruckner (Austria, nato qualche anno dopo Verdi, ma morto prima); Max Reger (morto a Lipsia durante la I Guerra Mondiale, a poco più di  quarant’anni).

Non lo potete cantare in latino in chiesa? sentitelo su Youtube. Non trovate gli autori di cui abbiam fatto l’appello? Ascoltate la versione gregoriana, che è il top. Quella dei monaci dell’Abbazia di Solesmes è meravigliosa. (Ma anche gli altri, con qualche click in più, vengono fuori. Tranquilli).

Il Te Deum che tutti conoscono, però - anche se non sanno che si tratta di una preghiera - è quello di Marc-Antoine Charpentier (Francia, 1734-1704) perché è la sigla dell’Eurovisione.

Così uno si domanda: ma perché mai tutti questi giganti dell’umanità, questi mostri musicali, si sono misurati con una preghiera di ringraziamento a Dio?

Perché è così: il punto d’arrivo dell’arte - e della vita. Lo ebbe a dire meravigliosamente, una notte alla radio, Andrea Zanzotto, il più grande poeta italiano della fine del secolo scorso - è la lode, l’iniziativa con cui il cuore e il pensiero riconoscono, con una strana e fino ad allora impensata gratitudine, di potersi ancora rallegrare di ciò che esiste e della ragione per cui esiste. Magari uno non sa nemmeno a chi essere grato. Forse non sa nemmeno bene perché ad un certo punto è assalito dal desiderio irrefrenabile di ringraziare qualcuno. Però capita così: che gli vien voglia di mettersi a saltare come un cane quando gli tolgono il guinzaglio al bordo di un prato immenso. E così si mette a cantare: coi pennelli, col marmo, con la penna, al pianoforte. Con la voce sola: Ti lodiamo perché Tu sì che sei davvero un fantastico Dio. Siamo contenti - tutti siamo contenti, tutto il mondo è contento, il cielo intero è contento - che Tu sia nostro padre per sempre. E vogliamo fartelo sapere.

Può anche andare diversamente: che uno si trova davanti una cosa impensata, desiderata senza forse saper nemmeno di desiderarla eppure resasi improvvisamente presente, tanto da lasciarsi riconoscere come la perfezione proprio di quel desiderio non formulato e finalmente divenuto chiaro. E allora uno, come se l’apparizione non fosse abbastanza consapevole di sé, si mette a descriverne - a raccontarle, come un bambino - le caratteristiche: e c’è anche questo, e c’è anche quello, e questo è davvero così, e quell’altra cosa è proprio come non immaginavo nemmeno che potesse esistere, ma come sei bella. La cosa apparsa, la persona comparsa, ovviamente sa benissimo di essere bella, ma non si tira indietro di fronte alla lode, perché è come se capisse che l’altro, il cantore, ha bisogno di farle vedere che ha visto, che l’ha riconosciuta, che ha capito che si è fatta vedere solo per lui, per renderlo felice. Accettare di essere lodato - dono rarissimo - è parte integrante del dono di esserci per colui che ci loda.

E così alla fine di un anno si fa il riassunto di tutto ciò che di grande, di impossibile, di inesprimibile ci è stato donato e lo si trasforma in lode. Come a dire: lo sappiamo che sei stato Tu. Ti abbiamo riconosciuto: nessun altro che Te sarebbe capace di mettere in piedi tutto questo incredibile, meraviglioso ambaradan e di mantenerlo sempre terso ed allegro come il cielo d’inverno anche sotto la polvere dei nostri occhi distratti e catarrosi.

O può essere anche in un altro modo. Che uno va in chiesa, l’ultimo dell’anno nel tardo pomeriggio, e in chiesa ci sono solo le solite tre vecchiette e due mariti acciaccati. Anche la chiesa, nel senso di edificio, è bruttina (ce ne sono di chiese bruttine, in giro). E il prevosto non è che ce la metta tutta, stasera, a rischiarare il grigiore. E uno sta lì inginocchiato e disfatto. Voglia di cantare, direi di no. Facciamo: poca. In italiano, ancora meno. Eppure.

Eppure grazie lo stesso, Signore, grazie di avermi convocato ancora qui senza né gregoriano né Palestrina, senza né trombe, timpani o violini: grazie di avermi lasciato dentro - da qualche parte - la voglia di lodarti ancora una volta, e di farlo assieme ad altri che non si vergognano di me, che certamente sanno lodarti meglio di me, che forse - e fortunatamente - non fanno nemmeno la classifica di chi è meglio e di chi è peggio, che sono semplicemente qui. Per dirTi che sappiamo che Tu ci sei, che sei - per nostra fortuna - quel che sei, che siamo contenti che continui ad esserci, che Ti vogliamo bene. Che se non ci fossi saremmo proprio persi. Persi davvero. Come un aereo malese, e forse peggio.