Le foto e la testimonianza

Cristian l’imbianchino e il racconto del cantiere dell’ospedale alla Fiera di Bergamo

Persico ha 38 anni, è di Albino ed è uno dei tantissimi volontari che hanno reso possibile questa impresa pazzesca. Nell’intervista ci svela questi giorni passati al lavoro insieme a tanti altri

Cristian l’imbianchino e il racconto del cantiere dell’ospedale alla Fiera di Bergamo
Bergamo, 29 Marzo 2020 ore 18:44

di Fabio Gualandris

C’è una Bergamo che non si ferma, che non aspetta, che lavora affinché questa emergenza abbia presto fine. Medici, infermieri, personale sanitario, ma anche forze dell’ordine, volontari, addetti ai servizi di prima necessità e… imbianchini. Sì, imbianchini, come Cristian Persico, 38 anni di Albino, artigiano imbianchino. Dopo 12 anni da dipendente da “Sottili”, un pittore di Nembro, ha deciso di rischiare mettendosi in proprio e, come ci dice, «di togliersi delle soddisfazioni personali». La sua ditta si chiama “Persico tinteggiature” e in questi giorni è stata tra quelle impegnate alla realizzazione del nuovo ospedale da campo alla fiera di Bergamo. Lo abbiano incontrato.

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Qual è stato il vostro impegno nell’allestimento dell’ospedale da campo?

«Il nostro compito è stata la tinteggiatura di tutte le stanze predisposte per i pazienti, il montaggio di zoccolini e comunque dare una mano anche ad altri tipi di mansioni, dove serviva».

Come sarà e quando verrà inaugurato l’ospedale?

«È un vero e proprio ospedale completo di radiologia, ecografia, un laboratorio analisi, svariate camere per la terapia intensiva e di degenza. L’allestimento è ormai finito manca l’inserimenti di macchinari, letti, arredi. Penso che dovrebbe essere operativo al cento per cento mercoledì».

Ci parli dello stato d’animo di lavoratori, volontari e altre figure che collaborano alla realizzazione dell’opera.

«C’è massima concentrazione e disponibilità a fare qualsiasi cosa a ritmi molto alti e turni h 24. Chi è impegnato nel cantiere lavora in media 13/14 ore al giorno per poter rendere operativa la struttura il prima possibile. Anche terminarlo solo 5/6 ore prima potrebbero fare la differenza per molti pazienti».

In cantiere qual è il clima che si respira?

«Siamo tutti carichi. Ognuno sa quello che sta facendo e il perché. Quindi giù la testa e pedalare nonostante le molte ore e la stanchezza, ma non ci pesa, abbiano un traguardo da raggiungere».

Cosa prova nel dare un contributo così importante?

«È difficile dirlo. Giorno dopo giorno pubblico sui social le foto dei progressi che si stanno facendo e leggere i commenti e i ringraziamenti che ti arrivano è un grandissimo piacere e un orgoglio».

Che idea si è fatto dell’emergenza che stiamo vivendo?

«C’è un po’ di rabbia e tristezza perché a mio parere si poteva fare qualcosa di più per prevenire o limitare questo disastro, ma non è compito mio. Non conosco come è stata gestita la questione e i fattori che si sono valutati quando ancora non c’era ancora il boom del contagio».

Un episodio curioso?

«L’episodio che mi ha colpito di più, a parte l’incredibile richiesta per dare una mano, è quello relativo a una squadretta di boliviani presenti con una loro piccola attività, come la nostra. Nel parlare del più e del meno mi hanno confidato: “L’Italia ha fatto moltissimo per noi e adesso noi vogliamo ricambiare dando una mano e mettendo a disposizione il nostro materiale”».

Un augurio?

«È quello che vogliono tutti: che finisca questo inferno il prima possibile. Ma, ora come ora, è necessario che tutti rispettino i decreti emanati e stiano a casa, solo così potremo superare questa emergenza. Alternative non ce ne sono. Inoltre, speriamo che il nuovo ospedale possa dare respiro ai nostri altri ospedali».

Cosa si sente di aggiungere?

«Mi sembra importante ringraziare tutte le persone che hanno collaborato alla costruzione (in sette giorni) di questo ospedale da campo, su tutti medici, infermieri, militari e alla Cina, a Cuba e alla Russia per gli aiuti extra europei che ci stanno offrendo».

C’è speranza, lo dimostra questo impegno congiunto dove tutti remano nella stessa direzione per portare la barca fuori dalla tempesta.

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