Andrea D'Alessio, Policlinico di Zingonia

Diario di guerra di un primario ferito dal virus che applaude i suoi medici e gli infermieri

Il responsabile di Medicina interna e oncologica dell'ospedale della Bassa ci racconta la sua esperienza da medico e da malato contro il Coronavirus

Diario di guerra di un primario ferito dal virus che applaude i suoi medici e gli infermieri
10 Aprile 2020 ore 12:01

di Andrea D’Alessio
Responsabile medicina interna e oncologica, Policlinico San Marco di Zingonia

L’infezione da Covid-19 si abbatté su di noi improvvisamente, come una tempesta tropicale. Le notizie che giungevano da Cremona e Lodi ci obbligavano a ragionare e avevamo preparato i primi sei letti isolati di osservazione. Iniziammo a discutere tra noi se i pazienti ricoverati con polmonite atipica dovessero esser considerati sospetti, a quali pazienti fare il tampone e se estenderlo al personale sintomatico. Era un venerdì di fine febbraio. Ricoverammo i primi due o tre pazienti sospetti arrivati in Pronto Soccorso, decidemmo di tamponare medici e personale sintomatico: eseguimmo i primi cinque tamponi. Volevo sapere su quali forze contare.

Prima di uscire feci un ultimo giro del personale infermieristico. Le vedevo preoccupate, chiedevano se potevano utilizzare i dispositivi di protezione. Cercavo di rassicurarle, raccomandando di utilizzare le protezioni (maschere chirurgiche, lavaggio mani e guanti) se le rendeva più serene. Scoprii ancora una volta come il mio personale infermieristico fosse educato, vigile, efficiente. Nessuno che si è tirato indietro, ognuno era fiero di fare la sua parte.
La tempesta arrivò il lunedì. Nella notte i sei letti di osservazione furono occupati e alcuni malati erano già in respirazione forzata con le C-pap. Arrivarono subito, mentre ero in macchina, le chiamate del Pronto Soccorso. Il mio amico Beppe Galbiati, responsabile del PS, mi raccontava che continuavano ad arrivare malati che non respiravano. Dovevo liberare altri letti, sistemare i malati se possibile dimetterli o trasferirli altrove nell’ospedale. Arrivato in reparto convocai subito una riunione con i mei ragazzi.

Dissi agli specializzandi di non venire a contatto con i malati infetti. A una giovane dottoressa, all’inizio di gravidanza, Francesca Lezzi, chiesi di chiudersi in studio e l’indomani di stare a casa. Arrivarono i primi tamponi: il risultato mi spezzò i fianchi. La dottoressa Daniela Di Mauro, il mio secondo, era positiva e con lei gli infermieri che avevano fatto il tampone. Ordinai alle caposala del Day Hospital e della Degenza di far utilizzare i dispositivi di protezione a tutti: dovevamo proteggerci a vicenda. Era scoppiata la guerra contro un nemico invisibile. La dottoressa Di Mauro non credeva a cosa le stesse capitando, voleva continuare il suo lavoro. Alla fine abbandonò, come sconfitta. Il dottor Bruno Germinario giovane specializzando, preciso e preparato, era imbarazzato a tornare a casa ma non poteva restare in Ospedale. Stavo perdendo troppi medici.

Scesi in direzione per la riunione dell’Unità di Crisi. Rapidamente gli anestesisti, guidati dal dottor Giovanni Vitale e il dottor Matteo Giacomini, si resero disponibili a raddoppiare velocemente i letti di Rianimazione. Il dottor Bruno Balicco, decano di anestesia, qui in veste di responsabile comitato infezioni, si rese subito disponibile a rientrare dalla pensione.

Chiesi di liberare altri venti letti, trasferire i malati e isolare tutti i sospetti respiratori già ricoverati da alcuni giorni in reparto e fare loro i tamponi. Chiesi anche uno screening su tutto il personale di Medicina. Nel pomeriggio avevamo già trasferito un paio di malati positivi all’ospedale Sacco, che ancora ne accettava; un giovane malato oncologico al San Raffaele. Gli altri trasferiti in riabilitazione o neurologia per terminare le cure.

Eravamo pronti per accogliere la nuova ondata dal PS. Scesi da Galbiati ci guardammo. Per un attimo fu come da giovani, quando ci buttavamo a capofitto in ogni impresa. Ora eravamo insieme contro un nemico più grande. Il Pronto Soccorso era gremito; i malati ovunque. Un peso mi colpì all’addome. Non era possibile… Decidemmo quali e quanti malati ricoverare. I più gravi restavano in respirazione forzata da lui.

Uscii dall’ospedale a buio inoltrato. A casa mi isolai nella camera degli ospiti. Raccontai a mia moglie e mia figlia quello che succedeva da dietro una porta chiusa. Mi portarono da mangiare e da bere e mi addormentai subito, un sonno nero costellato da incubi.

La mattina successiva le chiamate iniziarono presto, il Pronto Soccorso era di nuovo in crisi. In reparto malati ricoverati apparentemente senza disturbi si erano aggravati e i caschi C-pap si moltiplicavano. Altre riunioni, altri letti da liberare. I miei medici lavoravano senza tregua, cercando di garantire un’assistenza costante a tutti i pazienti.
Avanzavamo con nuovi malati in reparto. Cercavamo di isolare i sospetti dai positivi. Nessuno veniva più trasferito. I tamponi erano lenti. Ci aiutavamo grazie alla Tac. I nostri radiologi e Galbiati avevano avuto un’intuizione: una Tac senza contrasto a tutti. La Tac evidenziava precocemente i segni della polmonite interstiziale e i risultati dei tamponi inesorabilmente poi lo confermavano. Ogni giorno i tamponi positivi, molti anche del personale, erano superiori a quelli negativi. Chiamai Nadia Oliva, la caposala che lavorava con me da 15 anni, e le spiegai che cosa stava accadendo. Le diedi alcuni consigli terapeutici e la pregai di estenderli anche alle altre infermiere positive. Una comunicazione fredda, triste. Il mio tampone per fortuna era negativo, potevo continuare a combattere, piccola consolazione. Nuovo viaggio in PS per valutare i nuovi ricoveri e nuova ondata di malati. Oramai erano più di trenta i ricoverati.

Alla riunione di reparto serale, Nicola Sertori, giovane medico di 33 anni, mi confessò di non riuscire a non entrare a curare i malati Covid positivi: voleva stare in batteria e con gli altri. Il dottor Marco Motta, riflessivo, metodico, viveva le sofferenze dei malati, facendole sue. La dottoressa Anna Fargnoli, mamma di una bimba di 4 anni, correva e si dannava per ogni paziente, sempre di buon umore. Infine la dottoressa Cristina Giussani, arrivata in punta di piedi, ora sembrava un veterano in trincea. Avevo loro: giovani, efficienti, coraggiosi, mi davano fiducia e mi stavano seguendo in questa guerra.

Finalmente tornai a casa: un’altra sera chiuso dietro una porta. Cenai solo, rispondendo ai messaggi al telefono e mi addormentai di schianto, con i soliti incubi.

Il mercoledì in reparto le prime sconfitte, ma si doveva andare avanti. Si trasferì il Dh al secondo piano, tutto il sesto piano era destinato ai Covid. La dottoressa Monica Taverna, oncologa d’esperienza appena arrivata da altro ospedale, mi sorrise e mi raccomandò di stare attento. La caposala Manuela Aceti, donna forte e efficiente, sempre con un sorriso per tutti, mi chiese quando tutto questo sarebbe finito. Non avevo risposte, ma sapevo che era solo all’inizio. Mi domandavo quale influenza avesse riempito così rapidamente gli ospedali e le terapie intensive, uccidesse in pochi giorni il 5 per cento della popolazione. Non è una influenza, è un malattia bestiale, rapida a propagarsi, e rapida ad uccidere. (…)

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