Che cosa rappresentano?

Elogio delle pecore del presepio Indifese e preziose. Come l’uomo

Elogio delle pecore del presepio Indifese e preziose. Come l’uomo
25 Dicembre 2017 ore 00:35

Del Presepe DOC – si è detto – facevano parte solo la mangiatoia (cioè il “presepe” propriamente detto) col Bambino infreddolito, il bue e l’asino. Niente Maria, niente Giuseppe, niente angeli, niente pastori. Ma dato che l’idea ebbe successo, tutti si diedero a far presepi da tutte le parti. La sceneggiatura la forniva il Vangelo di Luca che, detto di come Maria e Giuseppe arrivassero a Betlemme per adempiere a certi obblighi di legge, racconta che mentre si trovavano in città (in attesa di essere censiti, a quanto è dato di sapere) Maria avvertì le doglie e poco dopo: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”. Breve. Conciso.

Ora bisogna ricordare che a Betlemme (“Casa del Pane”, in ebraico) – che distava, come dista ancor oggi, pochi chilometri da Gerusalemme – non esistevano alberghi come li intendiamo noi. C’erano probabilmente delle case – magari una sola – con una grande stanza comune al piano terra e la terrazza sopra, come si possono incontrare in certi villaggi arabi o magrebini (si veda “Il tè nel deserto” di Bertolucci). Chi arriva stende il suo tappeto per terra, dà qualcosa da mangiare alle sue bestie, le fa bere. Poi torna al tappeto e cerca di dormire.

Tale essendo la situazione, marito e moglie preferirono – e noi siamo perfettamente d’accordo con loro – trovarsi una di quelle stalle scavate nel tufo di cui abbiamo parlato nello scritto precedente, per starsene in santa pace, senza troppa gente intorno stante la delicatezza del momento. Ma ci torneremo su. Perché a questo punto l’evangelista Luca – senza minimamente accennare alla eventuale presenza di un bue o di un asino – aggiunge: “C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge”.

Una situazione perfettamente plausibile, per chi abbia pratica anche solo di vagabondaggi italici: c’è una cittadina – Pietracamela, Betlemme, Capracotta – dove andare a fare acquisti; al margine di essa le stalle scavate nel terreno in forte pendenza, e – nel raggio di un paio di chilometri; giusto il tempo per andare e venire – dei recinti per le pecore coi pastori che di notte montano la guardia a turno. Girate attorno al Gran Sasso o alla Maiella, ne trovate quante volete di situazioni così (magari ancora per poco).

Ed è a questo punto che entrano in gioco per la prima volta le povere bestie che, senza saperlo o averne merito alcuno, costituiranno una colonna portante dell’argomentare del bambino nato in quella notte, una volta diventato adulto. Le pecore rappresenteranno per Lui, in diversi discorsi, nientemeno che l’uomo in quanto creatura della quale si prende cura il Signore Iddio.

In che senso l’uomo è come una pecora. Prima di tutto perché è indifeso. Come dice il proverbio: “Chi pecora si fa, il lupo se la mangia”. Intendiamoci: non è che tutti i lupi passino la vita a mangiare pecore. Se possono nutrirsi altrimenti, senza dover sfidare i pastori, lo fanno volentieri. Ma se un lupo decide di attaccare una pecora, per lei non c’è scampo. Vuol dire: se il male, il demonio, prende di mira qualcuno, quel qualcuno è già morto prima ancora che l’attacco abbia inizio. A meno che il pastore non sia ben sveglio.

Nel presepio ci sono dunque le pecore e ci sono anche i pastori, ma c’è anche il lupo, che resta però sottinteso perché il neonato è venuto esattamente per sconfiggerlo, prendendosi cura degli indifesi meglio ancora di quanto possano fare coloro che dovrebbero difenderli istituzionalmente.

Secondo. L’uomo è come la pecora perché la pecora è una grande protagonista nella storia del popolo cui appartengono Maria, Giuseppe e – da questa notte – il loro bambino. Il nome Rachele – uno dei primi che si incontra nella Bibbia, la moglie di Giacobbe – significa, appunto, “pecora”. Bene prezioso e multiuso per un popolo di nomadi. Se Gesù fosse nato in Lapponia, il vangelo parlerebbe di renne.

Con le pecore sono poi protagonisti del racconto biblico alcuni pastori di notevole levatura: aveva fatto quel mestiere – per un certo tempo – Mosè, e le aveva condotte a pascoli verdeggianti (magari fossero sempre così!), il giovane Davide che poté sconfiggere Golia il filisteo appunto perché sapeva usare la fionda, l’arma con la  quale si tengono le bestie feroci lontane dai recinti. Golia non fece in tempo nemmeno a sguainare la spada che il ragazzino, tenutosi a distanza di sicurezza, lo fece secco. Davide divenne dunque re del suo popolo – del gregge che Iddio gli aveva affidato – e Gesù, che è un suo discendente diretto, si prenderà cura dell’umanità intera.

A questo punto conosciamo il personaggio del presepio nel quale ognuno potrebbe cercare di immedesimarsi con maggior vantaggio personale. Non per affermare qualche pregio di cui si senta depositario, ma per rallegrarsi del fatto che – nell’oscurità minacciosa di questo mondo – è finalmente nato chi si prenderà cura di lui e di tutti i poveri e deboli come lui: il buon pastore, come vorrà chiamarsi. Ancor oggi, in memoria di questo fatto, il papa – nelle celebrazioni importanti – indossa il pallio, una striscia di lana che gli gira attorno al collo e scende sul petto, come fosse un agnellino stilizzato. Significa: “Tranquillo, il Signore Iddio ti ha preso sulle sue spalle, non ti lascia solo”. Intorno – nel presepio – c’è tanto muschio (cioè tanta erba): non si sarà più costretti a brucare tra i sassi.

E anche questo è – come ormai noto e riconosciuto da più parti – uno di quei concetti base della religione che rendono la vista di un presepio assolutamente sconsigliabile a bambini – soprattutto se sofferenti di sindrome abbandonica – e adulti persi per il mondo perché non c’è nessuno che li voglia o che li aspetti, salvo qualche bastardino.

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