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La moglie ricorda l'artista morto il 4 luglio

Faletti: «Sono stato l’uomo più fortunato del mondo»

Faletti: «Sono stato l’uomo più fortunato del mondo»
Pensare positivo 29 Luglio 2014 ore 09:47

Giorgio Faletti, nato ad Asti il 25 novembre 1950, è scomparso un mese fa, il 4 luglio 2014, a Torino. Attore, comico, musicista e scrittore, sono i gradi che è riuscito ad appuntare alla sua spallina di artista. La moglie, Roberta Bellesini, ha rilasciato un’intervista a Vanity Fair, che è stata pubblicata nel numero di oggi, 30 luglio. Insieme, hanno vissuto per quattordici anni, dal primo appuntamento a cena fino alla diagnosi del tumore, a gennaio. Passo dopo passo, è stata vita. Che la moglie non vuole far dimenticare.

Ricorda l’agitazione del primo incontro, il passaggio in rassegna di parole da scambiare, come esorcismi per compensare la differenza di età. E poi, la sorpresa nello scoprire che, in fondo, tutto sarebbe stato facile, perché a volte l’anagrafe mente, e le età si possono scambiare. Un avvio di conversazione, dunque, che ha raccontato altre cene, fino alla proposta di convivenza, a Milano, allungata da Giorgio Faletti.

Nel 2012, poco prima della presentazione del primo romanzo, Io uccido, al negozio Mondadori di Via Marghera, Faletti si sentì male e fu portato all’Ospedale Niguarda. In quell’occasione, la signora Roberta dovette prendere «la decisione più difficile della sua vita». «C’era un farmaco che poteva sbloccare la situazione, ma in Italia era ancora in via sperimentale. E, non sapendo bene da quanto tempo Giorgio era in coma, avrebbe potuto essere letale. Più il tempo passava, più aumentava il rischio. Il medico mi lasciò dieci minuti per decidere, e io rischiai. Ho sempre pensato che per avere risultati si debbano correre rischi».

Il rischio assunto valse la vita del compagno che, quando aprì gli occhi (forse anche nel senso metaforico del termine?), le chiese di sposarlo. Fortunatamente, la sua ripresa fu rapida, galvanizzata dalle vendite «clamorose» del romanzo. Anche se, racconta la moglie, si sentiva ostracizzato dagli intellettuali e dal mondo letterario. Era utile agli editori e ai festival, perché si sapeva che avrebbe fatto vendere bene, la sua presenza era catalizzante. Ma un riconoscimento che non fosse di massa, quello, un po’ gli mancava.

Poi, a gennaio, è stato diagnosticato il tumore. Una mossa in contropiede, che non valeva più di un’imprecazione e un darsi da fare, per capire dove andare, per giocare fino in fondo la partita. I coniugi sono così partiti per l’America, perché era stato loro «consigliato un medico di Los Angeles che lavorava con le eccellenze di tutto il mondo», ma soprattutto perché l’America avrebbe dato loro «un po’ di privacy».
Nonostante le cure, Faletti ha cominciato a peggiorare e ha così deciso di fare ritorno in Italia: «Lui aveva già deciso di tornare per fare la radioterapia in Italia, ma sono sicura che in cuor suo avesse capito che non c’era più nulla da fare. Desiderava tantissimo tornare in Italia, lo desiderava con tutto se stesso. Tant’è che ha tenuto duro fino a che siamo arrivati qui. Poi ha mollato. Vorrei però che tutti sapessero che non ha mai avuto un momento di rabbia o di sconforto. Mi diceva: “Comunque vadano le cose, io ho avuto una vita che altri avrebbero bisogno di tre per provare le stesse emozioni. E se penso che sarei dovuto morire nel 2002 e che in questi 12 anni ho fatto le cose a cui tenevo di più, devo ritenermi l’uomo più fortunato del mondo”». Senza nessun rimpianto.

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