Sul magazine della Sezione Ana di Udine

«Gli Alpini di Bergamo non finiscono mai»: la dedica di Toni Capuozzo alle nostre Penne Nere

Il giornalista e scrittore friulano, già inviato Mediaset di punta, ha raccontato il loro impegno durante l'emergenza. Struggente il saluto alle salme portate a Gemona per la cremazione: «C'era un mazzo di rose e solo il rumore della retromarcia di camion carichi. Ma era come se suonasse il Silenzio»

«Gli Alpini di Bergamo non finiscono mai»: la dedica di Toni Capuozzo alle nostre Penne Nere
10 Giugno 2020 ore 11:41

Nei giorni della pandemia e della massima emergenza, abbiamo più volte ricordato l’impegno generoso di tanti volontari, che hanno supportato in maniera incredibile le strutture sanitarie e le comunità locali. In questi giorni, il giornalista e scrittore Toni Capuozzo, già inviato di punta per Mediaset, ha riservato una particolare dedica agli Alpini di Bergamo sulla rivista Alpin Jo, mame!, magazine ufficiale della sezione di Udine dell’Ana. Capuozzo, friulano nativo di Palmanova, segnala con semplice efficacia il senso e lo spirito di tante Penne Nere che in città e nelle valli hanno fatto, sul campo e umanamente, la differenza. Di seguito, riportiamo integralmente l’intervento di Capuozzo, che meritano la lettura.

«Gli alpini non è gente che se la canti. Una cantata in compagnia sì. Ma per il resto, se c’è da fare, se serve aiutare, si fa e basta. E allora non voglio dire nulla sul nostro Friuli, tanto lo sapete già. Tranne una cosa che dirò alla fine. Voglio dire qualcosa sugli alpini della bergamasca, una delle aree più colpite dalla pandemia. Li ricordate tutti, alle adunate, gli alpini della Sezione di Bergamo: non finiscono mai. E stavolta non hanno finito mai di aiutare, anche se erano in mezzo al dramma: nel solo Gruppo di Nembro sono morte undici penne nere.

Lo sappiamo tutti quello che l’Ana ha fatto per costruire l’ospedale da campo di Bergamo, e non serve aggiungere altro. Voglio raccontarvi piccoli gesti, che non hanno avuto telecamere a renderli noti. Un sabato sera il Gruppo alpini del paesino di Onera-Cantoni, in collaborazione con la pizzeria “La Rustica”, ha pensato di offrire la cena a tutti gli abitanti consegnando pizze a domicilio. Duecentocinquanta pizze, tra famiglie e persone che vivono da sole, nelle strade del centro e nelle abitazioni sparse tra le frazioni. Le pizze erano contenute in un cartone con una scritta «Buon appetito e mòla mia». Già gli alpini portavano la spesa e i farmaci agli anziani, ma quella sera hanno voluto fare una sorpresa, ed è stato anche un modo di controllare che tutto andasse bene, tra le persone sole. «Da noi sono passati verso le 18.30 – racconta un’abitante di Oneta hanno suonato il campanello e sorpresa: erano gli alpini in guanti e mascherina. Sono stati fantastici, ed è stato un gesto del tutto inaspettato, che ha messo in risalto l’essenza del piccolo paese di Oneta. Devo essere sincera, mi sono commossa quando abbiamo ricevuto la sorpresa. Ci voleva, ci hanno strappato un sorriso e hanno portato una bella ventata di serenità». Gli alpini di Colere hanno fatto qualcosa di ancora più speciale: hanno portato, agli anziani ai quali consegnano medicine e spesa, anche un mazzolino di fiori, e potete immaginare la tenerezza di vecchie nonne davanti a un piccolo gesto di galanteria.

 

Toni Capuozzo (foto G.M.Riboli)

Come giornalista ho raccontato la storia di Siro, che era quello che a ogni dicembre, a Torre de’ Roveri, indossava gli abiti di Babbo Natale – il barbone bianco ce l’aveva di suo – per la gioia dei bambini. Siro, un cacciatore che amava la natura, aveva il suo buen retiro nei boschi di Lerici, estremo sud della Liguria. Un amico della Sezione di La Spezia mi ha scritto che era a disposizione della famiglia di Siro, se serviva qualcosa. Li ho messi in contatto, e via. Gli alpini, ovunque, sono capaci di grandi imprese, ma anche di piccoli gesti che non saranno ricordati con targhe e monumenti, ma hanno strappato un sorriso o una lacrima di commozione, e aiutato a tenere duro. Ah sì, il nostro “Friùl”. Si sono fatte tante cose. Ma quella che non dimenticheremo mai è la presenza di una penna nera, al forno crematorio di Gemona, all’arrivo delle bare da Bergamo. Con il sindaco e un volontario della Protezione Civile hanno accolto feretri, tra cui forse c’era qualche alpino che era venuto in Friuli ad aiutare, nel 1976. Ai piedi dei tre, sull’attenti, c’era un mazzo di rose. E solo il rumore della retromarcia di camion carichi. Ma era come se suonasse il Silenzio».

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