Negli Usa ha funzionato

I benefici del "quantitative easing"

I benefici del "quantitative easing"
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«Il problema del Quantitative Easing è che funziona nella pratica, ma non nella teoria». Diceva così Ben Bernanke, ex numero uno della Federal Reserve americana; che l’intento fosse elogiare o demonizzare questa particolare manovra economica è difficile dirlo, ma una cosa è certa: negli Stati Uniti, circa a luglio, la Fed ha immesso diverse decine di miliardi di dollari nell’economia americana (una mossa di QE, appunto), e gli incredibili frutti portati sono sotto gli occhi di tutto il mondo. Ispirata proprio da questa azzeccatissima scelta da parte dei colleghi d’oltreoceano, anche la Banca centrale europea ha deciso di attuare una politica del genere, nel tentativo di dare linfa vitale all’economia reale del vecchio continente: oggi, per bocca del Presidente dell’istituto creditizio europeo Mario Draghi, ne è arrivata la conferma.

 

QE_MARIO DRAGHI

 

Che cos’è il Quantitative Easing. Ponendo in essere questa mossa di politica monetaria, la Bce, nella sostanza, fa una cosa semplicissima: stampa moneta, e con i soldi “nuovi” compra sul mercato finanziario titoli di Stato dei Paesi membri. Ora, a livello macroeconomico, il QE ha due conseguenze principali: da un lato, naturalmente, con l’ingresso di nuova moneta, questa stessa si deprezza, aumentando l’inflazione, e l’Europa già da diversi mesi si era preparata a questa eventualità (la profonda svalutazione rispetto al dollaro, avvenuta negli ultimi mesi, era più che preventivata se non addirittura appositamente causata); in secondo luogo, con la grande mole di bond statali acquistati, i tassi di interesse di questi ultimi, per forza di cose, scendono. È sulla base di questi due risvolti che è possibile delineare quelli che saranno, auspicabilmente, i vantaggi che le categorie sociali del nostro Paese potranno ottenere dal Quantitative Easing.

 

QE_usa

 

Gli effetti pronosticati del QE. Innanzitutto, i primi recettori dei benefici del QE sarà, fisiologicamente, il nostro stesso Stato: questo massiccio finanziamento da parte dell’Europa (che, è bene ricordarlo, sarà di 60 miliardi di euro al mese, da marzo a settembre 2016) significherà un ventata d’aria fresca per quanto riguarda il debito pubblico, poiché lo Stato riceverà soldi freschi, tramite, come si è detto, la vendita di titoli statali: l’aumento dell’inflazione, infatti, migliorerà automaticamente i parametri relativi al debito e al deficit pubblico. L’esito finale di questa dinamica dovrebbe essere, quindi, maggior salute per i nostri conti.

Buone notizie in arrivo, parrebbe, anche per le imprese, che dovrebbero godere di tre grandi benefici: in primo luogo, se davvero avverrà l’auspicata inversione di tendenza da un punto di vista dell’economia reale, i consumi dovrebbero aumentare, comportando di conseguenza una riduzione dei costi di produzione e quindi vantaggi anche per l’occupazione, facendo contenti sia gli imprenditori, che spenderanno di meno, che i lavoratori, che ritroveranno il loro posto; in secondo luogo, una ripresa generalizzata dell’economia dell’intera eurozona aumenterà la domanda di beni, e quindi avrà un impatto positivo sulle nostre esportazioni, che in più beneficeranno di un altro risultato di questa operazione: l’ulteriore indebolimento del cambio dell’euro; infine, l’accesso al credito da parte dell’impresa dovrebbe essere maggiormente facilitato, sia in termini di quantità (le banche avranno più soldi) che di qualità (tassi di interesse inferiori).

Legato all’ultimo punto, ecco i benefici per gli istituti di credito: l’acquisto da parte della Bce di titoli di Stato comporterà l’alleggerimento per le banche di questi stessi prodotti finanziari, di cui gli istituti italiani negli ultimi anni hanno fatto man bassa; ci sarà quindi una maggior quantità di credito disponibile per le famiglie e le imprese, a bassi tassi di interesse per di più, anche se quest’ultimo aspetto è di più dubbia previsione.

 

EUROTOWER

 

Per quanto riguarda invece le famiglie e i privati, esse beneficeranno, come appena detto, di un più facile e agevole accesso al credito, per pagare i propri mutui e per implementare i consumi generali, contribuendo alla crescita dell’economia reale, obiettivo di tutto quanto il QE. Per quanto riguarda i piccoli risparmiatori, essi beneficeranno dell’aumento delle quotazioni azionarie su cui inevitabilmente si riverserà una quota significativa di liquidità che viene messa in circolo dalla Bce, mentre per i singoli lavoratori l’incremento dell’inflazione comporterà salari più alti, a patto che la dinamica rimanga controllata prima che avvenga l’adeguamento fisiologico delle tariffe regolate (come i pedaggi autostradali) o per i canoni temporali, come ad esempio gli affitti.

Le perplessità. Nel paragone con gli Stati Uniti, unico vero termine di riferimento attuale per poter fare delle previsioni circa il QE, bisogna però fare attenzione ad alcuni aspetti. In primo luogo, l’economia europea, e quella italiana, è tutt’altra cosa rispetto a quella americana: negli Usa ci sono grandi aziende, che si finanziano principalmente (per circa l'80 percento) sul mercato finanziario, perciò quando la Fed immetteva sui mercati enormi quantità di liquidità queste imprese avevano un beneficio immediato, mentre da noi dominano le piccole e medie imprese, che non si finanziano sui mercati se non marginalmente, e per le quali l'80-90 percento del credito arriva dalle banche, sulle quali grava molto rispetto alla riuscita del piano di QE; in secondo luogo, in Europa il QE rischia di restare l'unica misura espansiva: gli Stati Uniti, mentre stampavano moneta, mettevano mano anche al portafoglio statale, con il deficit federale che passava dal 2,8 percento di fine 2007 al 12,4 percento del 2009; insomma: lo sforzo della Fed è stato affiancato da uno analogo del Governo. In Europa, invece, i bilanci statali si muovono nella direzione opposta, stretti nei vincoli di Bruxelles.

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