Pensare positivo
Prima missionari, poi diplomatici

I fratelli minori di Papa Francesco

I fratelli minori di Papa Francesco
Pensare positivo 13 Novembre 2014 ore 10:29

Conversando una volta alla televisione l’immenso rabbino Elio Toaff volle ricordare di aver apprezzato molto la finezza di Giovanni Paolo II nel chiamare gli Ebrei “fratelli maggiori” e non “primogeniti” perché da noi - aggiunse sorridendo nel suo millenario sorriso - i primogeniti non godono di buona letteratura (o qualcosa di simile. È passato tanto tempo, citiamo a memoria).

Se dovessimo indicare con una formula sintetica le scelte di governo di Papa Francesco saremmo tentati di inquadrarle nella formula: basta col vantare diritti di primogenitura. I miei uomini sono tutti fratelli minori. Aperti agli estranei e agli sconosciuti.

In un’intervista rilasciata alla rivista il Regno l’appena nominato Segretario Generale della CEI monsignor Nunzio Galantino rispondeva così a chi gli chiedeva di esprimersi sulla frase di papa Francesco «Quant’è vuoto il cielo di chi è ossessionato da se stesso…» (l’ossessione di sé è una sindrome ricorrente nei primogeniti).

«Quell’esclamazione è al centro di una sequenza di rischi enumerati dal papa, che prosegue così: “E, poi, il ripiegamento che va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute”. Il papa ci mette in guardia dai rischi di una Chiesa ripiegata sul proprio interno; autoreferenziale, che, ossessionata da se stessa, rischia di perdere di vista la propria finalità e la propria identità. È come se dicesse: solo nella fedeltà e coerenza all’evento originario della Chiesa – la storia di Gesù – c’è la possibilità per la Chiesa stessa di corrispondere alle necessità della storia degli uomini».

La volontà di rifarsi alle forme del passato - quelle che san Pietro assimilerebbe ai privilegi presunti dei circoncisi nei confronti dei gentiles - è, secondo monsignor Galantino, il primo passo verso il clericalismo.

Prima che un cattivo comportamento (una libido dominandi), il clericalismo è un errore teorico, propriamente da ricondurre alla teoria delle “due città” con la quale si definisce che i cristiani (preti e laici) abbiano una loro città da imporre agli altri uomini, mentre in realtà essi vivono nella città comune. Il clericalismo è spesso espressione della volontà di potere, mentre la Chiesa […] si caratterizza per la responsabilità nell’esercizio della carità e porta, conseguentemente, con sé la negazione della volontà di potere, che si esprime attraverso le varie forme di clericalismo. Quando questa presa di coscienza sarà piena, solo allora avremo un vero e proprio cambio d’epoca nella Chiesa».

Cosa si oppone al clericalismo? uno stile di vita, una forma vitae che sia aderente alla testimonianza del Vangelo. Sempre monsignor Galantino:

«Lo stile non è una questione ornamentale. Per troppo tempo si è pensato (e qualche nostalgico lo pensa ancora!) che la fede fosse un contenuto da trasmettere o qualcosa da dire in maniera perfetta e con parole definite. Oggi si è compreso che ci deve essere una concordanza da onorare tra contenuto e forma – cioè tra quello che si dice e come lo si vive – perché diversamente la credibilità viene compromessa. […].

A me pare che a papa Francesco prema anzitutto ritrovare la forma, cioè il modo di essere e di presentarsi di una Chiesa che sia quel che è: non centrata su se stessa e i suoi problemi, ma orientata al bene e al servizio della comunità umana. In una parola, una Chiesa missionaria, secondo il Vangelo.

Un altro bel fratello minore è l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, il concittadino dei Beatles nominato dal papa Segretario per i Rapporti con gli Stati. Ministro degli Esteri del Vaticano, nella vulgata. Ovviamente tutti gli hanno chiesto cosa significasse per lui l’elezione ad una carica tanto importante. Poteva essere una trappola, ma evidentemente questo papa conosce bene le sue pecore. E infatti l’arcivescovo Gallagher ha risposto:

Non sono proprio sicuro che fare il diplomatico pontificio sia una vocazione, perché credo ci si debba impegnare molto a preservare gelosamente la vocazione sacerdotale in mezzo a tutto questo, se vuoi fare qualcosa di veramente positivo.

Affermazione che le agenzie di tutto il mondo hanno sintetizzato così: «Prima di essere un rappresentante diplomatico del Papa sono un sacerdote». Ma il neo eletto ha la barba, una bellissima barba bianca. Che, nella Chiesa, significa “missionario”. E dunque la frase potrebbe essere riscritta così: Sono un missionario chiamato a svolgere un compito diplomatico. Si capisce allora come mai, richiesto di indicare quali siano state le figure che più lo hanno aiutato a crescere nella fede ha detto:

Quando arrivai in Burundi, nel 2004, presi il posto dell’Arcivescovo Michael Courtney, che era stato assassinato. Prendere il posto di un uomo che aveva compiuto l’estremo sacrificio era in effetti qualcosa di estremamente significativo.

D’accordo, potrebbe obiettare qualcuno. Ma ai governi dei vari stati non ci si può presentare semplicemente come missionari. Altri potrebbero invece esser tentati di rilevare: “Voi rappresentate una religione, non avete bisogno di mantenere relazioni politico-diplomatiche”... Disarmante la risposta di monsignore a queste domande: «E’ una questione di storia. Ci siamo evoluti così». In altri termini: la diplomazia è una circostanza, un’opportunità. Oggi c’è, domani chi sa. Quel che conta è l’itinerario di conversione che un compito come quello che mi è stato affidato mi permette, o mi invita, a compiere.

E poi c’è l’altro grande, monsignor Pietro Parolin, chiamato alla Segreteria di Stato. Nientemeno che la Segreteria di Stato. Incarico che ha iniziato ad assolvere, come gli ha ricordato qualcuno, con qualche giorno di ritardo, dovuto a un intervento chirurgico e alla successiva convalescenza. Che pensieri le ha suscitato questo fatto, gli ha chiesto il giornalista. Risposta:

Ho pensato che non c’è stato alcun ritardo nell’assumere il compito di Segretario di Stato, sebbene sia arrivato in Vaticano un mese circa dopo la data prevista del 15 ottobre, giorno in cui, invece, sono stato ricoverato in ospedale, a Padova. La Chiesa si serve non solo con la nostra attività, pur necessaria, ma anche, e forse di più, con la nostra debolezza e la nostra fragilità, accolte nella fede e con amore e unite al sacrificio redentore di Cristo sulla croce. Vorrei che questo pensiero non mi lasciasse mai finché durerà il mio incarico.

Uno fa il diplomatico da missionario, l’altro il Segretario di Stato da malato. Ma dato che il problema Chiesa / Vaticano, o fede / politica continua ad abitare l’immaginario dei giornalisti, uno di essi (lo stesso di prima) ha chiesto a mons. Parolin: “Qualcuno contrappone diplomazia e proclamazione della fede, realismo dialogante e intransigenza nella difesa dei princìpi. Sono contrapposizioni vere?” Risposta:

Che senso hanno queste contrapposizioni? A me hanno insegnato fin da piccolo che il cattolico è la persona dell’"et-et" e non dell’"aut-aut", anche se tale sintesi, a livello personale, può risultare talvolta difficile, perfino lacerante. Trovo a riguardo illuminatrici le parole della prima lettera di San Pietro: siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi, ma fatelo con dolcezza, rispetto e retta coscienza. Circa la diplomazia, la Chiesa, nella sua storia, l’ha considerata uno strumento a servizio della sua missione, in relazione alla sua libertà, alla libertà religiosa e alla pace nel mondo.

Ci risiamo. Francesco li sceglie così: testimoni miti della speranza che è in noi. Gente che non urla. Non rivendica primogeniture. Non esclude. Vive di Cristo, l’unico primogenito che non goda di cattiva stampa (almeno da noi).

Nell’intervista rilasciata a padre Spadaro, il papa ha affermato di fare riferimento, fra i teologi, a Padre De Lubac e a Michel de Certeau, entrambi gesuiti. Un passo di quest’ultimo, intitolato "L'estraneo", può forse aiutare a capire come funziona il pensiero di Jorge Mario Bergoglio:

Ogni cristiano, credo, si muove e lavora in mezzo agli altri come i discepoli di Emmaus. Costoro erano in viaggio verso il villaggio di Emmaus insieme con un forestiero («Non sai dunque nulla di ciò che avviene qui?»): dovettero condividere lo stesso pane per riconoscere in lui Gesù (cf. Lc 24,13-35).

È dall’inconosciuto e come sconosciuto che il Signore arriva sempre nella propria casa e dai suoi: «Ecco, io vengo come un ladro» (Ap 16,15; cf. 3,3). Coloro che credono in lui sono chiamati incessantemente a riconoscerlo così, abitante lontano o venuto da altrove, vicino irriconoscibile o fratello separato, accostato per via, rinchiuso nelle prigioni, alloggiato presso i derelitti, o ignorato, quasi mitico, in una regione al di là delle nostre frontiere. Anche il «mistico» irrompe sempre nella chiesa come un guastafeste, un importuno, un estraneo. È stato così per tutti i grandi movimenti spirituali o apostolici. Per contro, ogni cristiano è tentato di diventare un inquisitore, come quello di Dostoevskij, e di eliminare l’estraneo.

Questo ci rimanda a qualcosa di più sconcertante ancora, ma di fondamentale per la fede cristiana: Dio resta lo sconosciuto, colui che non conosciamo, pur credendo in lui; egli rimane l’estraneo per noi, nello spessore dell’esperienza umana e delle nostre relazioni. Ma egli é altresì misconosciuto, colui che non vogliamo riconoscere e che, come dice Giovanni, non è «accolto» in casa propria, dai suoi (cf. Gv 1,11). Ed è su questo, alla fine, che saremo giudicati, questo è l’esame definitivo della vera vita cristiana: abbiamo accolto l’estraneo, frequentato il prigioniero, dato ospitalità all’altro (cf. Mt 25,35-36)?

Bisogna essere realisti. La chiesa è una società. Ora, ogni società si definisce per ciò che essa esclude. Si costituisce differenziandosi. Formare un gruppo significa creare degli estranei. C’è qui una struttura bipolare, essenziale a ogni società: essa pone un «di fuori» perché esista un «fra noi», delle frontiere perché si delinei un paese interno, degli «altri» perché prenda corpo un «noi».

Questa legge è anche un principio di eliminazione e di intolleranza. Essa porta a dominare, in nome di una verità definita dal gruppo. Per difendersi dall’estraneo, lo si assorbe oppure lo si isola. Conquistar y pacificar: due termini identici per gli antichi conquistadores spagnoli. Ma noi non facciamo forse altrettanto, sia pure con la pretesa di comprendere gli altri e, nel campo dell’etnologia per esempio, di identificarli con ciò che sappiamo di loro e (pensiamo) meglio di loro?

Proprio perché è anche una società, benché di un genere particolare, la chiesa è sempre tentata di contraddire ciò che afferma, di difendersi, di obbedire a questa legge che esclude o sopprime gli estranei, di identificare la verità con ciò che essa dice della stessa, di contare i «buoni» in base ai propri membri visibili, di ricondurre Dio a non essere nient’altro che la giustificazione e l’«idolo» di un gruppo esistente. La storia dimostra che questa tentazione è reale. Ciò pone un grave problema: è possibile una società che testimoni Dio e non si limiti a fare di Dio il proprio possesso? (Michel de Certeau. Mai senza l’altro).

È la sfida che il commando di papa Francesco sembra abbia voluto raccogliere.