Pensare positivo
Ci vogliono mesi per preparare una portata

Ecco i segreti di un piatto spaziale (ovvero mangiare bene in orbita)

Ecco i segreti di un piatto spaziale (ovvero mangiare bene in orbita)
Pensare positivo 27 Gennaio 2015 ore 10:45

In questi giorni, sui teleschermi, viene trasmessa una simpatica pubblicità di una nota società telefonica in cui il comico Giorgio Panariello e il suo “collega” si trovano alle prese con la difficile vita nello spazio, lontano dai piaceri della tavola tutti italiani, dovendosi accontentare di misere… supposte in grado di nutrirli. Uno spot, certo, ma la questione dell’alimentazione degli astronauti è quanto mai attuale. Uno dei principali settori di sviluppo, in questi anni di missioni nello spazio, non per caso è stato proprio quello della cucina. Ora, però, grazie ai recenti viaggi nello spazio degli italiani (Luca Parmitano prima e Samantha Cristoforetti ora), l’Italia ha potuto prestare la sua ben nota e rinomata arte culinaria al servizio dell’innovazione spaziale.

 

space-food

 

Prima un po’ di storia. Il primo pasto consumato nello spazio risale al 12 aprile 1961, giorno dello storico viaggio di Jurij Gagarin intorno alla Terra. Nonostante sia durato poco meno di un paio di ore, durante il viaggio nell’orbita terrestre l’astronauta russo fu anche il primo uomo a provare un pasto appositamente pensato per lo spazio: due piccoli tubetti riempiti di purea di carne e uno di crema al cioccolato. Uno spuntino, che bastò però a dimostrare come la leggenda per cui cibarsi nello spazio portasse al soffocamento fosse assolutamente priva di fondamento. Risalgono invece al programma americano Mercury (primi anni ’60) i primi cibi in polvere liofilizzati e in cubetti, che furono usati anche nel programma successivo, chiamato Gemini (che durò fino al 1966). La fame, però, è una brutta bestia: lo sa bene l’astronauta John Young, che durante la missione Gemini 3 portò nello spazio, di nascosto, un sandwich. Non riuscì però a mangiarlo e si beccò una bella strigliata. Aveva messo infatti a rischio la missione: nello spazio è impossibile e pericolosissimo usare cibi che possano creare briciole, perché potrebbero infilarsi nella strumentazione e danneggiarla.

L’acqua calda fu introdotta solo nelle missioni Apollo e fu una vera innovazione, perché permetteva la reidratazione degli alimenti migliorandone il gusto. Con le missioni sullo Space Shuttle (iniziate nel 1981 e conclusesi nel 2011), la Nasa introdusse invece i prodotti termostabilizzati, ancora oggi i più usati, che permettono una lunga conservazione degli alimenti senza però dover usare la catena del freddo e preferibili rispetto a quelli liofilizzati perché non richiedono l’uso di acqua.

 

space lab argotec

 

Lo zampino della cucina italiana. Oggi, se sei un astronauta italiano, puoi avere la fortuna di portare con te nello spazio risotto al pesto, le lasagne, la parmigiana di melanzane, la caponata e il tiramisù. Vere delizie, merito della società torinese Argotec, produttrice di cibo per le grandi occasioni e curatrice dell’alimentazione delle missioni sia di Luca Parmitano che di Samantha Cristoforetti. Fondata 7 anni fa da David Avino, oggi amministratore delegato, l’azienda si occupa, oltre che di training e addestramento, anche di ricerca e innovazione, settore da cui ha preso vita il progetto “Space Food”. Nello “Space Food Lab”, un’area di ricerca tecnologicamente sofisticata per lo studio degli alimenti pensati per gli astronauti, si trova una vera e propria cucina dedicata al cibo per lo spazio. Gli studi a volte richiedono molti mesi per la realizzazione finale di un solo piatto. Ma questo settore ha reso la società, in poco tempo, unica responsabile della produzione degli alimenti per gli astronauti europei. Responsabile di questa eccellenza della cucina (seppur sui generis) italiana è Stefano Polato, chef del Ristorante Campiello di Monselice (Pd) e chef responsabile della missione Futura, di cui fa parte Samantha Cristoforetti.

 

stefano polato

 

La preparazione di un piatto… spaziale. La prima cosa da fare prima di iniziare a preparare dei piatti spaziali è capire i gusti dell’astronauta per cui si deve cucinare. Accontentarlo significa renderlo felice e favorire il buon esito della missione attraverso il suo lavoro. Non tutte le pietanze, inoltre, sono riproducibili: gli spaghetti o la pizza, ad esempio, al momento non sono mangiabili perché nello spazio diverrebbero gommose a causa del processo di preparazione a cui devono essere sottoposti i piatti da portare in orbita. Sono preferite le consistenze cremose, mai brodose, ma assolutamente fedeli nel gusto e dagli ingredienti ben distinguibili. Realizzare questi piatti necessita di molto tempo. Come spiega Polato, anche 6 o 7 mesi a piatto: «Tutto inizia in cucina. Dopo la richiesta dell’astronauta si prepara il piatto. Se supera la scheda di gradimento, si termostabilizza o liofilizza a seconda degli ingredienti: le zuppe saranno termostabilizzate, mentre la frutta liofilizzata. A questo punto il lavoro passa in laboratorio per i test».

Presente e futuro. Se Parmitano si era potuto portare sull’ISS, grazie all’abilità dello chef Polato, vere e proprie leccornie, Samantha Cristoforetti ha dovuto invece optare per un menù sano ed equilibrato. Per questo Polato e la Argotec hanno stretto una collaborazione con l’associazione Slow Food, che ha fornito tutte materie prime di assoluta qualità e di provenienza certa per la preparazione dei piatti che sarebbero poi stati portati nello spazio dalla nostra astronauta. Ma come cambierà, nei prossimi decenni, l’alimentazione tra le stelle? La Nasa non ha smesso di lavorarci. Recentemente è stato fatto un investimento di ben 125mila dollari per lo sviluppo di una stampante 3D in grado di produrre del cibo direttamente nello spazio. Ciò permetterebbe di ridurre al minimo il carico iniziale nella dispensa e permetterebbe anche viaggi più lunghi, magari fino a Marte, sogno nel cassetto degli astronauti di tutto il mondo. Pare incredibile, ma la conquista del Pianeta Rosso da parte dell’uomo passa anche dalla tavola.