Pensare positivo
A Santa Cruz, in Bolivia

Il discorso epocale del Papa voce degli esclusi del mondo

Il discorso epocale del Papa voce degli esclusi del mondo
Pensare positivo 10 Luglio 2015 ore 16:15

L’intervento di papa Francesco all’incontro dei movimenti popolari di tutto il mondo tenutosi negli scorsi giorni a Santa Cruz, in Bolivia, è un evento che non è esagerato chiamare epocale. Gli abusi nei confronti del linguaggio sono all’ordine del giorno: questo speriamo che non lo sia. Si è già detto in precedenza che, più ancora del contenuto, è valsa la sua collocazione: nessun leader di nessuno Stato, organizzazione globale o religione ha mai parlato in un contesto come quello in cui si è presentato l’hermano Francisco. Niente tronetto, nessuna insegna speciale, la tribuna comune. Un palco da teatro dell’oratorio, un tavolo, una sedia come tutte le altre. Abito bianco da giorno feriale. Nessun comportamento cui la platea fosse tenuta: clima da assemblea studentesca o di quartiere, non da convegno. Nessun servizio d’ordine, all’apparenza. Nessun monsignore nei paraggi. Stiamo insistendo su questa cornice non perché amiamo il folklore o le tipicità localistiche, ma per sottolineare che in un simile contesto comunicativo il testo dell’intervento ha visto moltiplicati a dismisura il suo peso e il suo senso. Ne offriamo di seguito una sintesi, augurandoci di poter riprenderne i singoli punti nei prossimi giorni.

Stiamo già lavorando insieme. Non era la prima volta che il Papa incontrava i movimenti popolari. Avevano già lavorato insieme a Roma mesi fa e per questo si è detto contento di rivederli qui «a discutere sui modi migliori per superare le gravi situazioni di ingiustizia che soffrono gli esclusi in tutto il mondo». La radice di “esclusi” (escludere, esclusione, …) ricorrerà altre 18 volte nel testo, ricomparendo ogni volta che venga ricordata qualche categoria affine, come poveri, emarginati o altra. In sintesi, il Papa dice: «Noi, gli esclusi, stiamo già lavorando assieme». La Chiesa si sta avvicinando sempre più ai movimenti popolari e lui stesso ha già invitato «tutti, Vescovi, sacerdoti e laici, comprese le organizzazioni sociali nelle periferie urbane e rurali, ad approfondire tale incontro».

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I parte: i termini della questione. Ovvero i punti fermi su cui la Chiesa e i movimenti popolari possono consentire senz’altro.

«Iniziamo riconoscendo che abbiamo bisogno di un cambiamento. Ci tengo a precisare, affinché non ci sia fraintendimento, che parlo dei problemi comuni a tutti i latino-americani e, in generale, a tutta l'umanità. Problemi che hanno una matrice globale e che oggi nessuno Stato è in grado di risolvere da solo». E questi problemi sono: i milioni di contadini senza terra, le famiglie senza casa, molti lavoratori senza diritti, molte persone ferite nella loro dignità. Oltre a ciò la costante minaccia in cui vivono il suolo, l'acqua, l'aria e tutti gli esseri della creazione. Essi sono l’esito di un sistema globale che «ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura». Per questo, ha ribadito il Papa, c’è necessità di un vero cambiamento, un cambiamento delle strutture, perché «Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi... E non lo sopporta più la Terra, la sorella Madre Terra».

Tale cambiamento dovrà investire la vita individuale, quella dei quartieri, dovrà intervenire nella determinazione del salario minimo, come nella nostra realtà più vicina. Ma dovrà pure costituirsi come «un cambiamento che tocchi tutto il mondo perché oggi l'interdipendenza planetaria richiede risposte globali ai problemi locali. La globalizzazione della speranza, che nasce dai Popoli e cresce tra i poveri, deve sostituire questa globalizzazione dell’esclusione e dell’indifferenza!» Anche tra coloro che stanno “meglio, «Molti si aspettano un cambiamento che li liberi dalla tristezza individualista che rende schiavi».

E bisogna anche fare presto, perché il tempo giunge oramai al termine. «Quando il capitale diventa idolo e dirige le scelte degli esseri umani, quando l’avidità di denaro controlla l’intero sistema socioeconomico, rovina la società, condanna l’uomo, lo fa diventare uno schiavo, distrugge la fraternità interumana, spinge popolo contro popolo e, come si vede, minaccia anche questa nostra casa comune» è tempo ormai di destarsi dal sonno. Le analisi non bastano a scongiurare il dramma. Anzi, ha aggiunto il Papa, «Noi soffriamo un certo eccesso diagnostico che a volte ci porta a un pessimismo parolaio o a crogiolarci nel negativo», cedendo alla tentazione di chiuderci in noi stessi. La tentazione di isolarsi va invece respinta.

Ed è a questo punto che il discorso traccia il profilo del nuovo soggetto rivoluzionario.
Prosegue il Papa: «Cosa posso fare io, raccoglitore di cartoni, frugatrice tra le cose, raccattatore, riciclatrice, di fronte a problemi così grandi, se appena guadagno quel tanto per mangiare? Cosa posso fare io artigiano, venditore ambulante, trasportatore, lavoratore escluso se non ho nemmeno i diritti dei lavoratori? Cosa posso fare io, contadina, indigeno, pescatore che appena appena posso resistere all’asservimento delle grandi imprese? Che cosa posso fare io dalla mia borgata, dalla mia baracca, dal mio quartiere, dalla mia fattoria quando sono quotidianamente discriminato ed emarginato? Che cosa può fare questo studente, questo giovane, questo militante, questo missionario che calca quartieri e luoghi con un cuore pieno di sogni, ma quasi nessuna soluzione ai miei problemi?».

E risponde: «Molto! Potete fare molto. Voi, i più umili, gli sfruttati, i poveri e gli esclusi, potete fare e fate molto. Oserei dire che il futuro dell'umanità è in gran parte nelle vostre mani, nella vostra capacità di organizzare e promuovere alternative creative nella ricerca quotidiana delle “tre T” (lavoro, casa, terra - in spagnolo Trabajo, Techo, Tierra) e anche nella vostra partecipazione attiva ai grandi processi di cambiamento, nazionali, regionali e globali. Non sminuitevi!».

La rivoluzione è un processo. Ribadito che la rivoluzione sarà vera solo se sarà un processo nel quale «la passione per il seminare, per l’irrigare con calma ciò che gli altri vedranno fiorire sostituisce l’ansia di occupare tutti gli spazi di potere disponibili e vedere risultati immediati», il Papa sottolinea la necessità che il nuovo soggetto si faccia carico dell’umanità sofferente, dei “volti e nomi” dei compagni di cammino, che si sostituiscono alla fredda statistica. Questo modo di operare «è molto diverso dalla teorizzazione astratta o dall’indignazione elegante. Questo ci tocca, ci commuove e cerchiamo l’altro per muoverci insieme. Questa emozione fatta azione comunitaria non si comprende unicamente con la ragione: ha un “più” di senso che solo la gente capisce e che dà la propria  particolare mistica ai veri movimenti popolari».

Per avere speranza di riuscire nel loro intento i movimenti popolari, radicati nella prossimità locale che impedisce loro di diventare ideologici, astratti, necessitano tuttavia - e il Papa lo sa bene - di una prospettiva più ampia e universale. Per questo si congratula con loro: «Lavorate in una prospettiva che non affronta solo la realtà settoriale che ciascuno di voi rappresenta e nella quale è felicemente radicato, ma cercate anche di risolvere alla radice i problemi generali di povertà, disuguaglianza ed esclusione».
Questa prima parte dell’intervento si chiude con una formula molto precisa: «È indispensabile che, insieme alla rivendicazione dei vostri legittimi diritti, i popoli e le loro organizzazioni sociali costruiscano un’alternativa umana alla globalizzazione escludente».

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II parte: La Chiesa

Perentorio: «La Chiesa non può e non deve essere aliena da questo processo nell’annunciare il Vangelo». Ricordato l’enorme lavoro che molti sacerdoti e operatori pastorali svolgono «accompagnando e promuovendo gli esclusi in tutto il mondo» e confermata la disposizione a collaborare con i movimenti popolari per potenziare i loro sforzi e rafforzare i processi di cambiamento, il Papa affida questa opera alla Vergine Maria, «umile ragazza di un piccolo villaggio sperduto nella periferia di un grande impero, una madre senza tetto che seppe trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù con un po’ di panni e una montagna di tenerezza».

III parte: i compiti

Detto che si desidera un cambiamento positivo, non è facile definirne il contenuto. «In tal senso, non aspettatevi da questo Papa una ricetta. Né il Papa né la Chiesa hanno il monopolio della interpretazione della realtà sociale né la proposta di soluzioni ai problemi contemporanei. Oserei dire che non esiste una ricetta. La storia la costruiscono le generazioni che si succedono nel quadro di popoli che camminano cercando la propria strada e rispettando i valori che Dio ha posto nel cuore». E tuttavia si possono individuare tre compiti da tener presenti:

il primo compito. «Mettere l’economia al servizio dei popoli: gli esseri umani e la natura non devono essere al servizio del denaro. Diciamo NO a una economia di esclusione e inequità in cui il denaro domina invece di servire. Questa economia uccide. Questa economia è escludente. Questa economia distrugge la Madre Terra». Un'economia veramente comunitaria deve saper garantire ai popoli dignità, «prosperità senza escludere alcun bene».  Ciò comporta le “tre T”, ma anche l’accesso all’istruzione, alla salute, all’innovazione, alle manifestazioni artistiche e culturali, alla comunicazione, allo sport e alla ricreazione. Un’economia giusta deve creare le condizioni affinché ogni persona possa godere di un’infanzia senza privazioni, sviluppare i propri talenti nella giovinezza, lavorare con pieni diritti durante gli anni di attività e accedere a una pensione dignitosa nell’anzianità».

Attenzione: quanto sopra non è un’utopia: «l’economia al servizio dei popoli è possibile», «È una prospettiva estremamente realistica» da opporre al sistema che «a forza di accelerare in modo irresponsabile i ritmi della produzione, a forza di incrementare nell’industria e nell’agricoltura metodi che danneggiano la Madre Terra in nome della “produttività”, continua a negare a miliardi di fratelli i più elementari diritti economici, sociali e culturali. Questo sistema attenta al progetto di Gesù».

«L’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è semplice filantropia. È un dovere morale. Per i cristiani, l’impegno è ancora più forte: è un comandamento. Si tratta di restituire ai poveri e ai popoli ciò che appartiene a loro. La destinazione universale dei beni non è un ornamento discorsivo della dottrina sociale della Chiesa. È una realtà antecedente alla proprietà privata. La proprietà, in modo particolare quando tocca le risorse naturali, dev’essere sempre in funzione dei bisogni dei popoli». «In questo cammino, i movimenti popolari hanno un ruolo essenziale, non solo nell’esigere o nel reclamare, ma fondamentalmente nel creare. Voi siete poeti sociali: creatori di lavoro, costruttori di case, produttori di generi alimentari, soprattutto per quanti sono scartati dal mercato mondiale».

Il secondo compito. Unire i nostri popoli nel cammino della pace e della giustizia. «I popoli del mondo vogliono essere artefici del proprio destino. Vogliono percorrere in pace la propria marcia verso la giustizia. Non vogliono tutele o ingerenze in cui il più forte sottomette il più debole», perché «la pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli, in particolare il diritto all’indipendenza». I popoli dell’America Latina hanno da tempo unito le forze per far rispettare “la propria sovranità, quella di ciascun Paese e quella della regione nel suo complesso, che in modo così bello, come i nostri antichi padri, chiamano la “Patria Grande”». Mantenere l’unità contro ogni tentativo di divisione è necessario perché la regione cresca in pace e giustizia.

Si tratta, cioè, di respingere la sottile ideologia che regge il nuovo colonialismo mascherato da “libero commercio”, “austerità” e perfino da iniziative nobili come la lotta contro la corruzione, il traffico di droga e il terrorismo. Tutto ciò viene gestito mediante «la concentrazione monopolistica dei mezzi di comunicazione che cerca di imporre alienanti modelli di consumo e una certa uniformità culturale è un'altra modalità adottata dal nuovo colonialismo. Questo è  il colonialismo ideologico». E dunque «Diciamo NO a vecchie e nuove forme di colonialismo. Diciamo SÌ all’incontro tra popoli e culture».

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Richiesta di perdono. Consapevole dei peccati della Chiesa in tal senso, il Papa chiede a questo punto che essa «si inginocchi dinanzi a Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli». «Non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America». Ciò non toglie che «dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia» attraverso i sacerdoti che si batterono fino al sacrificio per «la giustizia dei popoli originari, uomini che hanno predicato e predicano la Buona Notizia di Gesù con coraggio e mansuetudine, rispetto e in pace». Un lavoro che «sia qui che in altri Paesi, alcuni poteri sono determinati a cancellare, talvolta perché la nostra fede è rivoluzionaria, perché la nostra fede sfida la tirannia dell’idolo denaro». Lo si vede oggi nel martirio dei cristiani in Medio Oriente.

Il terzo compito: difendere la Madre Terra. Scrive il papa: «La casa comune di tutti noi viene saccheggiata, devastata, umiliata impunemente. La codardia nel difenderla è un peccato grave. Vediamo con delusione crescente che si succedono uno dopo l’altro vertici internazionali senza nessun risultato importante. C’è un chiaro, preciso e improrogabile imperativo etico ad agire che non viene soddisfatto. Non si può consentire che certi interessi – che sono globali, ma non universali – si impongano, sottomettano gli Stati e le organizzazioni internazionali e continuino a distruggere il creato. I popoli e i loro movimenti sono chiamati a far sentire la propria voce, a mobilitarsi, ad esigere – pacificamente ma tenacemente – l’adozione urgente di misure appropriate. Vi chiedo, in nome di Dio, di difendere la Madre Terra».

Conclusione. E così conclude: «il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento. Io vi accompagno. Diciamo insieme dal cuore: nessuna famiglia senza casa, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessun popolo senza sovranità, nessuna persona senza dignità, nessun bambino senza infanzia, nessun giovane senza opportunità, nessun anziano senza una venerabile vecchiaia. Proseguite nella vostra lotta e, per favore, abbiate molta cura della Madre Terra». E, per favore, vi chiedo di pregare per me e se qualcuno non può pregare chiedo che rivolga a me buoni pensieri.

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