Intervista a Emanuele Beschi

Il tesoro che Bergamo non valorizza cioè Donizetti e il suo conservatorio

Il tesoro che Bergamo non valorizza cioè Donizetti e il suo conservatorio
Pensare positivo 28 Febbraio 2016 ore 00:30

Bergamo ha un tesoro in casa ma non se ne è ancora resa conto fino in fondo, parola di esperto. Il tesoro si chiama Gaetano Donizetti, che non è solo uno dei più grandi compositori della storia, ma anche un istituto superiore di studi musicali, paritario, che porta il suo nome. È quello che i bergamaschi hanno sempre chiamato familiarmente “il conservatorio”. Paritario significa che la scuola deve sottostare alle normative nazionali in materia di insegnamento, ma che deve arrangiarsi a trovare i soldi per sostenersi. Per decenni si è parlato di statizzazione di questa antica istituzione educativa, ma la realtà è che il nostro conservatorio, come altri in Italia, vive ancora in una specie di limbo normativo, interamente sulle spalle della comunità locale. Che fa quel che può, ma forse potrebbe fare qualcosa di più. Dalla metà del 2012 direttore dell’istituto è Emanuele Beschi, fratello del vescovo di Bergamo, musicista e dirigente di ottimo livello, che è anche consulente del ministro dell’istruzione. Beschi è un uomo simpatico e carico di entusiasmo, felicissimo di stare a Bergamo e orgoglioso della sua squadra e di quanto ha potuto realizzare finora. Di sicuro anche per questo il conservatorio, dopo anni in cui la sua sorte sembrava segnata, sta conoscendo una sorta di rinascita.

 

 

Maestro, come sta andando il conservatorio?

«Per come lo vedo io, va molto bene. Il problema è che è un istituto che ha delle potenzialità sicuramente superiori, un gioiello che andrebbe valorizzato al massimo, ed è un peccato che la città non lo percepisca».

Bergamo non l’ha ancora capito?

«Solo in parte».

A inizio 2013 si diceva che l’istituto musicale stava morendo. Cosa le fa pensare che oggi abbiamo tra le mani un gioiello?

«A prescindere dai risultati, che sono buoni, le posso garantire, avendo lavorato e frequentando ancora il ministero, e conoscendo la situazione delle scuole di musica a livello nazionale, che il nostro conservatorio è messo bene. Anche rispetto a quello di Milano, dove insegno da quasi trent’anni, abbiamo dei vantaggi. Tra l’altro ho scoperto una cosa bellissima: che il Donizetti è più vecchio del Verdi di Milano».

Però il Verdi è statale e non ha grandi problemi dal punto di vista economico.

«È così, ma il conservatorio di Bergamo, rispetto a quelli statali, gode di una “piccola autonomia” che potrebbe aprire le porte del futuro. Ho preferito fare il reclutamento per esami, non solo per titoli. L’esame non era solo esecutivo ma consisteva anche in una prova didattica. Abbiamo da assegnare 5 cattedre importanti come violino, canto, pianoforte, flauto, accompagnamento pianistico e sono arrivate 500 domande. Fra i candidati si sono presentati il premio Paganini, vincitori di concorsi, concertisti. Poter scegliere i migliori insegnanti è la fortuna più grande per una scuola, perché sono i docenti di alto livello – e per tradizione Bergamo ne aveva già molti – che fanno la differenza».

Anche a livello internazionale?

«I nostri diplomati sono regolarmente chiamati nelle orchestre nazionali, in Svizzera e in altri Paesi europei. Abbiamo una grande tradizione sugli strumenti a fiato, in particolare gli ottoni, e vantiamo classi di pianoforte che in molti ci invidiano. Io credo che tutto questo per Bergamo abbia un grande significato».

Ce lo chiarisca lei.

«Al nostro istituto si iscrivono allievi da tutto il mondo. Sono arrivati, per studiare, perfino dal Venezuela e moltissimi studenti dell’est per perfezionarsi in canto da noi. Perché succede questo? Perché Bergamo è la città di Donizetti e Donizetti nel mondo vuol dire “bel canto”. Un dato, questo, che potrebbe rivelarsi magico. Se facessimo una hit parade dei compositori d’opera più eseguiti al mondo Donizetti sarebbe al terzo o quarto posto».

Sono strani i bergamaschi: hanno uno dei più grandi nomi della musica di tutti i tempi e su quel nome investono poco…

«Bergamo dovrebbe essere come Salisburgo, la città di Mozart: siamo così simili…. E diventerebbe ancora più bella».

Torniamo coi piedi per terra e ripartiamo dai conti. Qualche anno fa la città dava al conservatorio un milione e 800mila euro l’anno, poi i contributi sono scesi a un milione e 300 e lei ha puntato i piedi con il sindaco Tentorio. Ricordiamo bene?

«Ero appena stato nominato. Tentorio comunque mi ha ascoltato e credeva nel nostro istituto. Dalla prima riunione a quattr’occhi i fondi sono aumentati subito di centomila euro (Tentorio mi aveva ipotizzato un milione e 200), che poi sono diventati un milionequattrocentodieci».

Tra i ricavi avete poi le rette, che oggettivamente sono basse, non trova?

«A livello internazionale sì, ma a livello nazionale siamo i più alti. Per aumentarle dovrei offrire servizi di profilo ancora superiore».

Poi ci sono i contributi di enti privati e di soggetti terzi che quando lei è arrivato erano decisamente pochi. A che punto siamo?

«Abbiamo seguito due strade: le istituzioni e le fondazioni locali. I maggiori aiuti li abbiamo dagli Istituti Educativi (50mila euro) e dalla Fondazione MIA (60mila). I primi due anni anche il BIM ci ha aiutato. Sono invece ancora alla ricerca di strategie per il coivolgimento delle fondazioni delle banche bergamasche..».

La Regione le ha confermato fondi per le borse di studio l’anno mentre la Provincia non dà nulla. Come ha fatto a far quadrare i conti?

«Ho coinvolto la classe docente, gli studenti e le famiglie degli studenti, che sono quelle che hanno sofferto di più questa spremitura. Con loro abbiamo cominciato a rilanciare la scuola, che legge ha portato al rango universitario. Nell’articolo 2 della legge 508/99 c’è scritto che le nostre istituzioni si occupano di didattica, produzione e ricerca. Su quest’ultima, purtroppo, siamo al palo, magari ci arriveremo un giorno. La produzione, invece, l’ho presa alla lettera: abbiamo quasi 500 allievi, dai piccoli ai grandi, un’orchestra junior, un’orchestra grande, un coro, i solisti, il gruppo di ottoni che è il punto di eccellenza e mi sono detto: bene, organizziamo una stagione di concerti».

E avete avuto richieste?

«Abbiamo cominciato a proporci non solo nella città ma anche in provincia e c’è stata una grandissima risposta di pubblico. È chiaro che questo non ci ha portato immediati benefici economici, ma se ci si fa conoscere e se si fanno conoscere le potenzialità della scuola (oggi sono circa 70 le professioni che si possono fare grazie al diploma di conservatorio) la gente mostra interesse. Abbiamo terminato l’anno accademico con un concerto al teatro sociale e siamo stati sede del premio Abbado per gli archi. Stiamo organizzando di tutto e di più, con il teatro e con l’università, io vedo un entusiasmo enorme».

 

21 SOStieni il conservatorio

 

Gli iscritti sono aumentati?

«Siamo in costante crescita e abbiamo un notevole incremento di studenti stranieri. Certo, sono sempre numeri relativi rispetto all’università, ma la Cina ci ha chiesto collaborazioni, abbiamo contatti con la Corea ed è stata ipotizzata l’apertura di una sede staccata in Cina. Un nostro docente è stato chiamato dal direttore del conservatorio di Shanghai per una serie di concerti e Master Class e per un concerto privato di musiche di Piatti. C’erano 500 persone e ha scoperto che erano tutti violoncellisti professionisti. Volevano ascoltare come si suona Piatti all’italiana e lui ci ha messo del suo, maltrattando anche le partiture, per far capire loro che tutta la meravigliosa tecnica di cui erano capaci rischiava di far scempio della musica del grande compositore. La differenza sta tutta nel fatto che l’italiano suona col cuore oltre che con la tecnica».

Quindi lei pensa che quanto fatto finora dal conservatorio sia solo una piccola parte di un lavoro ben più grande che si dovrebbe realizzare.

«Una minima parte. Ci sono progetti, non so se li porterò avanti io, che sto mettendo in cantiere. Uno è quello dell’accademia, cioè una scuola di grandissima eccellenza. L’altro è il politecnico delle arti sul quale sto facendo un po’ più di fatica. Un decreto del governo dice che bisogna razionalizzare il sistema e il reclutamento del personale. Questo significa che non si possono avere 70 università della musica in Italia. In un primo tempo si diceva: facciamo 5 conservatori superiori: uno al nord, uno al centro, uno al sud e due sulle isole; poi si è passati a 12; poi ancora a uno per regione. Adesso sta venendo fuori la questione dei politecnici, che potrebbero raggruppare diverse città delle belle arti, nel nostro caso Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova. In questo progetto ogni scuola mantiene la sua identità, ma si razionalizza tutto ciò che può essere fatto in comune come le esercitazioni orchestrali. Milano dovrebbe unirsi con Pavia, Gallarate e Como, però in questo momento ci sta corteggiando non poco».

Avete risolto la questione della sede?

«Presto ci sposteremo in un’ala dell’Istituto Palazzolo, con l’ingresso in via Palazzolo: è una buona soluzione e ci costa molto meno dell’attuale via Scotti. D’altra parte, per altre sistemazioni come la Montelungo, l’ex casema Scotti, l’ex ospedale… per le quali mi ero interessato non ci sono state risposte. Si ipotizza per il futuro il complesso di Sant’Agata! Bellissimo».

Lei, sinceramente, dove vorrebbe andare?

«In Città Alta, è ovvio. In qualsiasi città d’Italia il conservatorio è nel centro storico».

In Città Alta dove?

«Nella vecchia sede di via Arena. Quella è la sede storica e naturale del conservatorio, anche perché usiamo ancora la sala Piatti e la sala Locatelli».

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