Lo hanno introdotto i mercanti Arabi

Gli illustri amanti del caffè (con due battute finali)

Gli illustri amanti del caffè (con due battute finali)
Pensare positivo 14 Ottobre 2014 ore 11:06

Era l’anno Mille e i predicatori millenaristi se ne andavano in giro a dire che il mondo sarebbe presto finito. Tanti ci credevano – forse, in fondo in fondo, ci speravano anche – ma fortunatamente per noi sbagliarono la stima. Al posto dell’apocalisse si ritrovarono tra le mani una cosa mai vista. Era una bevanda, ma scura, un po’ amara, che uno a sorbirla capiva di essere un po’ più energico del solito. Veniva dall’Africa e in Europa ci era arrivata grazie ai mercanti Arabi, che l’avevano chiamata qahwa, kahve per i turchi. L’aspetto insolito, pericolosamente tendente al bruno, la provenienza, tutto insomma faceva sospettare che la nuova bevanda avesse qualcosa a che fare con il diavolo. Un giorno però, chissà come, finì sulla tavola di Clemente VIII che una cosa così buona non poteva essere lasciata sotto nomenclatura infedele e occorreva che fosse tenuta a battesimo. La scelta ricadde su caffè, assonante con il kahve turco.

 

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I commercianti veneziani, che avevano fiutato da lontano il buon affare, diedero il via alla diffusione dei preziosi chicchi, il cui distillato veniva reclamizzato come il “vino d’Arabia”. Il primo “caffè” venne aperto nella Serenissima nel 1640 e fu seguito da moltissimi altri, più o meno celebri. Molti “caffè” sarebbero diventati templi di letterari e intellettuali, nonché dei sedicenti tali, ricevendo lustro dagli altolocati personaggi che usavano frequentarli. A Parigi, ad esempio, il Cafè Procope famoso perché nel 1669 un ambasciatore del sultano Mehmet IV offrì la pregiata tazzina al re Luigi XIV, il quale si affrettò ad ordinare che piante di caffè venissero coltivale nel suo Giardino. E poi, come dimenticare il caffè delle Giubbe Rosse di Firenze, luogo di ritrovo dei futuristi italiani prima, e poi di illustri scrittori e poeti. Oggi è diventato un “Restaurant” che offre ai suoi avventori una “American breakfast”.

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Quelli del caffè. La bevanda ha avuto illustri appassionati, che lesinarono elogi e poetiche descrizioni dei suoi effetti. Nel 1732 Bach ha persino composto una poco conosciuta Coffee Cantata, mentre Beethoven esigeva che il suo caffè fosse preparato con 60 grani. Giuseppe Verdi, il nostro, lo definiva un balsamo per cuore e spirito. Ma il più convinto e accanito fan era Honoré de Balzac, consumatore di 50 tazzine al giorno e estensore di un trattatello sul caffè posto in appendice a un’edizione della Fisiologia del gusto del gastronomo Brillat-Savarin: «Il caffè giunge nello stomaco e tutto mette in movimento: le idee avanzano come battaglioni di un grande esercito sul campo di battaglia; questa ha inizio. I ricordi arrivano a passo di carica come gli alfieri dello schieramento, la cavalleria leggera dei paragoni si fa avanti impetuosa con splendido galoppo. Ecco l’artiglieria della logica con carriaggi e cartucce. I pensieri geniali e subitanei si precipitano nella mischia come tiratori scelti…». Qualcuno avrebbe chiosato: «Bevi il caffè e “arrivano i nostri”». Ma se Balzac morì a 51 anni per una crisi cardiaca, Voltaire consumò un uguale quantità di caffè unito a cioccolato arrivando in piena salute agli ottant’anni. James McKintosh, filosofo del XVIII secolo, diceva poi che «il potere della mente di un uomo è direttamente proporzionale alla quantità di caffè che beve» e forse per questo Søren Kierkegaard amava versare caffè bollente su una piramide di zucchero in una delle sue 50 tazze, scelta a rotazione quotidiana dalla sua segretaria e sulla base di una rigorosa spiegazione filosofica. Anche il regista David Lynch preferisce il caffè molto dolce: ne beve dalle 4 alle 8 dosi al giorno, con molto zucchero e accompagnate da un milk-shake al cioccolato.

 

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Ma se la fredda ragione non vi convince, potete sempre dare retta al buon senso di Totò, e prendere tre caffè alla volta per risparmiare due mance. Eduardo de Filippo, benché convenisse che il costo della bevanda fosse troppo caro, se lo faceva da sé, il caffè. In Questi fantasmi (1946) svela a un certo punto una ricetta infallibile:

A tutto rinuncerei, tranne a questa tazzina di caffé, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo preparare io stesso, con le mie mani. Questa è una macchinetta per quattro tazze, ma se ne possono ricavare pure sei, per gli amici… il caffé costa così caro… Sul becco della caffettiera io ci metto questo coppitello (cappuccio) di carta che ha la sua funzione, perché il fumo denso del primo caffè che scorre, che è poi quello più carico, non si disperda, anzi così facendo, rimane dentro.

Come pure…prima di colare l’acqua…che bisogna farla bollire per tre, quattro minuti, bisogna cospargere un mezzo cucchiaino di caffè appena macinato, nella parte interna della capsula bucherellata, in modo che nel momento della colata, l’acqua in pieno bollore si aromatizza per conto suo e il caffè viene più profumato. 

 

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