Prima regola, condividere

La famiglia di Valbrembo con 8 figli ma forse sono anche più di 20

La famiglia di Valbrembo con 8 figli ma forse sono anche più di 20
Pensare positivo 11 Settembre 2017 ore 05:00

A casa della famiglia Salvetti le regole sono poche ma chiare. Tra tutte, a spiccare, è quella che sembra essere un invito, più che un precetto: condividere fa bene. In questa casa di Valbrembo, dove i figli sono ben 8, pare che neanche le pareti siano mai state lasciate sole. Tappezzati di fotografie, di poesie, di scritte e ricordi, i muri di questo singolare focolare domestico testimoniano il passaggio di storie e di vite che qui  hanno trovato un po’ di sollievo e lo spazio di un abbraccio. Un abbraccio abbastanza stretto per donare calore, ma altrettanto coraggioso da saper lasciare andare.

L’inizio dell’avventura. Quando oltrepasso la soglia di casa, Fiorenza e Claudio mi invitano a mettermi comoda. «Siediti pure dove vuoi. Bevi qualcosa?». Scelgo senza pensarci una delle numerose sedie disposte attorno al loro tavolo, un tavolo che nella sua lunghezza impera come una sorta di passaggio obbligato tra la cucina e il soggiorno. E davanti a una tazza di caffè, i coniugi Salvetti mi raccontano di come siano arrivati ad essere una famiglia così numerosa. «Quella di accogliere ragazzi in affido è una scelta che parte da lontano» spiega Fiorenza. Una scelta imboccata quasi per caso. Dopo il matrimonio nel 1994 e il felice arrivo di Daniela, Benedetta e Caterina, marito e moglie hanno pensato di aprire la porta di casa ai ragazzi con problemi di disagio familiare. «All’inizio non avevamo preso in considerazione l’affido, anche se per l’adozione c’erano poche prospettive: i bambini a livello nazionale sono pochi e le coppie che non possono avere figli sono tanti». Tuttavia vengono avviate tutte le procedure burocratiche e, appena ottenuta l’idoneità dai servizi sociali, Fiorenza e Claudio sono contattati per un’emergenza per un caso di affido: si tratta di Elisa, una bambina di 5 anni affetta da una disabilità acquisita. «Quella è stata nel 2003 la nostra prima accoglienza. Elisa, che è ancora con noi, senza saperlo ha aperto la strada ad una scelta di vita».

 

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Accogliere una persona diversa è stata per la famiglia un’autentica avventura, tanto impegnativa da portare Fiorenza a lasciare il suo posto da infermiera professionale e Claudio ad andare in pensione dalla scuola, dove insegnava religione. «Noi viviamo per loro, e lo facciamo a tempo pieno». Prima di cominciare l’esperienza dell’affido, però spiega Fiorenza «bisogna rendersi conto che il ragazzo che arriverà non sarà il figlio così come lo avresti desiderato. La stessa cosa vale per i figli naturali, certo, ma con i figli in affido il rapporto è molto più complesso». Ed è proprio questa complessità a rendere, in questa casa, ogni giorno diverso da tutti gli altri. «I nostri ragazzi devono continuamente curare la ferita di essere stati tolti dalla loro famiglia di origine. Oltre a ferite nascoste che non conosceremo mai del tutto».

Dopo Elisa è stata la volta di due fratelli, Matteo e Andrea: si trattava, nel loro caso, di pronto intervento (figli che vengono tolti d’urgenza dalla famiglia d’origine). Matteo aveva allora 5 anni, ora ne ha tredici ed è portatore di disabilità. Mentre il fratello Andrea, ora maggiorenne, non vive più all’interno della famiglia, ma ha intrapreso la sua strada verso l’indipendenza. «Vederli spiccare il volo è una grande soddisfazione, anche se non ci si allena mai al distacco. Bisogna viverlo pensando che il tempo passato insieme è stato un tempo proficuo, lasciarli andare al loro futuro. Dopotutto, se fossero rimasti con noi tutti i ragazzi che abbiamo accolto anche solo per qualche mese, qui ci sarebbero almeno trenta bambini».

 

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L’adozione. 5 anni fa la famiglia si è nuovamente allargata con l’arrivo di Giulia (14 anni), seguito tre anni dopo dall’accoglienza di sua sorella Rosa (17 anni). La casa ha assunto pian piano la forma di questa pluralità composita, adattando ogni elemento. Nelle camere c’è un’organizzazione impeccabile di spazi: scrivanie condivise, letti ad incastro, stanze comunicanti dove, invece che ristrettezza, si avverte una sensazione di benefica pienezza. E nell’equilibrio denso e ordinato di questo inusuale focolare, qualcun altro è giunto a ricercare qui la sua serenità. «Tre anni fa abbiamo avuto la richiesta di affido di una bambina dal tribunale dei minori di Milano». Si tratta di Maria, i cui genitori naturali hanno firmato il non riconoscimento a tre giorni dalla nascita, dopo il riscontro della sindrome di Cri du chat, una patologia che attacca l’aspetto psico-motorio e che spesso conduce alla morte del bambino in gravidanza, o a volte, subito dopo la nascita. «I medici ci dicevano continuamente che non sarebbe sopravvissuta. Ma quando, nonostante la sua fragilità, ha superato i 7 mesi, ci siamo esposti, e abbiamo fatto domanda di adozione». Alla richiesta presentata dalla famiglia sono seguite le consuete procedure, accelerate dalla delicatezza del caso. L’equipe di riferimento ha valutato i vantaggi e gli svantaggi di inserire una bambina con le difficoltà di Maria all’interno di una famiglia già molto numerosa. E dopo tutte le valutazioni del caso, la decisione è stata presa. «Quando Maria ha compiuto un anno e mezzo il giudice ci ha fatto sapere che secondo lui era proprio la ricchezza data da tutte le diversità presenti nella nostra famiglia a rappresentare la potenzialità maggiore che le si potesse offrire. Così nel 2012 l’adozione è andata in porto. E a dicembre dello stesso anno Maria ha assunto ufficialmente il cognome Salvetti».

 

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Una scelta possibile. L’inizio della giornata in casa Salvetti è scandito dalla colazione, l’orario per ciascuno varia a seconda delle partenze per la scuola. Anche il momento del pranzo è dilazionato in base ai rientri, con il patto che all’ultimo arrivato spetta il compito di sistemare la cucina. La sera è il momento di ritrovo, in cui si è davvero tutti insieme attorno al tavolo: tutti e tre i pasti, comunque, sono accumunati da un’unica, preziosa regola: Fiorenza prepara un unico menù per tutti, senza eccezioni. «Quando ci invitano a parlare della nostra esperienza, non lo facciamo per spronare gli altri a seguire il nostro esempio, ma per far capire che il mondo non si riduce alla propria casa. Stanno aumentando i ragazzi in difficoltà, mentre le famiglie sono sempre meno. A volte basterebbe essere disposti ad accogliere un bambino anche solo per il pasto o per l’aiuto compiti, perché il fenomeno del disagio genitoriale è molto più esteso di quanto si possa credere». Accogliere fa paura, è molto faticoso. Perché si è sempre più individualisti e perché, dicono, “c’è la crisi”. Ma queste ragioni, per papà Claudio, non sono sufficienti: «Si può vivere in maniera più sobria. E questo non significa rinunciare alle esperienze più belle. Noi, per esempio, andiamo in vacanza, in Toscana. Ma anche lì ci sono regole da rispettare. Viviamo in appartamento, perché chiaramente uscire tutte le sere a cena sarebbe insostenibile. E in spiaggia si mangia quello che è stato preparato, evitando di andare al bar». Daniela, Benedetta e Caterina, le figlie naturali, sono state abituate fin da piccole ad uno stile di vita condiviso, e questo le ha allenate a vivere l’esperienza dei “fratelli in affido” come un’occasione di arricchimento, piuttosto che di rinuncia. «Come tutti i genitori – aggiunge Claudio – noi ci lamentiamo dei nostri figli. Ma in realtà siamo loro molto grati per averci insegnato la sfida della condivisione».

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