un po' di speranza

La lettera di un padre che racconta a sua figlia perché, alla fine, «andrà tutto bene»

Un nostro lettore, Valerio Cornolti, ci ha inviato una bellissima mail nella quale parla a cuore aperto alla sua piccola Annalù. Parole dolci, sincere, che riguardano ogni genitore

La lettera di un padre che racconta a sua figlia perché, alla fine, «andrà tutto bene»
16 Marzo 2020 ore 11:52

Sono giorni difficili, per tutti. Dover stare chiusi in casa, oggettivamente, è il meno. C’è la sofferenza, in tutta la Bergamasca, di chi è consapevole di stare vivendo una tragedia. Tante persone che stanno male, tanti morti. In tutto questo, però, ci sono anche i più piccoli. I quali faticano a comprendere quanto sta accadendo. E, talvolta, si chiedono come mai mamma e papà abbiano quegli occhi tristi. Per questo motivo ci è molto piaciuta la lettera che ci ha inviato un lettore, Valerio Cornolti. Una lettera dedicata a sua figlia, ancora piccola. Le sue parole crediamo rappresentino lo stato d’animo di molti di noi e abbiamo quindi pensato di condividerle con voi.

È notte fonda e di dormire non se ne parla. Allora mi alzo, passo davanti alla scritta “Annalù” che ti ha regalato la zia R. quando sei nata, è appesa sulla porta della cameretta, e inizio a sistemare i tuoi giocattoli sparsi per casa. Ci sono pezzi di puzzle mamma-cuccioli-pappa; una Barbie senza gambe; Carlotta, il tuo orsetto rosa con le lucine; le chiavi della macchina di mamma (che abbiamo già perso più volte); pezzetti appuntiti di un gioco in plastica che se non stai attento ti si conficcano sotto la pianta del piede, nascosti in posti che solo l’immaginazione, la fantasia e la spensieratezza dei tuoi due anni possono concepire.

Mi domando cosa capisci di questa situazione, di questa emergenza, di questo fottuto Coronavirus (lo so non si dicono le parolacce, ma quando ci vuole, ci vuole). Oggi ci hai detto, con quella vocina che amiamo tanto e a parole tue, che sei «tritte pecchè non puoi andae all’ascilo» e che ti «mancano tatto Eva, Michea, Scimone e la maestra Laua», che ti «dippiace che i nonni siano tonnati in Siciia». E, per la centesima volta, ci hai chiesto: «Andiamo Antonniioo?». Mi chiedo cosa ti ricorderai di tutto questo, non so come potrò integrare responsabilmente quei tuoi frammenti, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato raccontarti quando tutto questo sarà finito. Perché finirà.

Ci ho pensato tanto, piccola mia, e ho deciso che: non ti racconterò dei complottisti, di quelli che sanno solo lamentarsi, degli assalti ai supermercati nella notte, di quelli che il governo ha fatto bene e ha fatto male, degli hater (aka leoni da tastiera) sempre pronti a disprezzare e criticare senza però fare nulla per risolvere il problema (e anche a rompere le palle. Ok basta parolacce). Di quelli che “è colpa dei cinesi”. Poi dei Lodigiani, dei Lombardi, ah no! Dei Tedeschi, di Peppa Pig e di Gargamella. E nemmeno dei giornalisti che a volte hanno esagerato, calpestando privacy di persone ricoverate e approfittando come niente fosse della paura e del dolore per fare audience.

Non ti racconterò della gente che non ha rispettato i divieti infischiandosene del prossimo, di quelli che hanno sciacallato su mascherine e disinfettanti, dei tentativi di speculazione politica e non. E neanche dell’ansia che mi coglie sentendo il vicino di casa che tossisce, del trasalimento ogni volta che ho sentito il suono delle ambulanze che passano in continuazione. Non ti racconterò della quantità di volte che ti abbiamo provato la febbre anche se non eri calda e di quanto possano essere lunghi dieci secondi di attesa, perché anche mamma e papà, bimba mia, avevano paura!

Niente di tutto questo.

Ti racconterò invece dei tanti non ce l’hanno fatta. E che non c’è niente di male ad avere paura. Ti racconterò di quegli angeli con camice, mascherina e divisa che nonostante la stanchezza e lo sconforto hanno salvato millemila vite mettendo a rischio la loro. Delle migliaia di uomini e donne che si sono rimboccati le maniche per aiutare, anche solo con un sorriso e una buona parola per chi era in difficoltà o aveva paura. Dei camionisti, dei commessi, dei magazzinieri, degli operai e tutti gli altri che hanno permesso che tu e tutti noi potessimo avere le medicine e la pappa nel piatto rosa dell’Ikea che adori. Ti racconterò dei flash mob e delle iniziative sui social; di un vecchietto che suona l’Inno di Mameli con la sua tromba (che poi la tromba l’ha imparata a suonare in guerra) in mezzo alla campagna, incurante che nessuno lo senta, e di un condominio di Napoli con la gente che canta affacciata ai balconi alle 18 in punto; delle candele sui davanzali e degli arcobaleni disegnati dai bambini appesi ai balconi, arcobaleni di speranza e d’amore.

Ti racconterò delle nonnine che recitavano il rosario sincronizzate come un orologio svizzero anche a chilometri di distanza. Di zii, nonni, fratelli, amici non più giovani che hanno imparato a usare le videocall pur di vedersi e abbracciarsi seppur a distanza; dei video e delle vignette da morir dal ridere che giravano nelle chat di famiglie e collegi di lavoro, perché ridere ci faceva bene! Dei messaggi di amore, gratitudine e solidarietà; dei doni che sono stati mandati agli ospedali, pizze, focacce e dolci; della generosità delle persone che hanno donato presidi e attrezzature, delle iniziative di quartiere per aiutare i più deboli a fare la spesa. Ti racconterò che in questa Italia, una Sirena ferita che ha mai mollato, per una volta non esistevano Nord e Sud, di questa gente «sole, mare, pizza e mafia» che non si è mai arresa! Che per questo devi essere orgogliosa del tuo Paese.

Ti racconterò che anche gli esseri umani adulti, come i bambini, sanno essere straordinari, anche se a volte si dimenticano come si fa. Perché questo è ciò che vorrei che ricordassi, che tutti ricordassimo, che tutti noi meritiamo di ricordare: che il bene vince sempre sul male, che gli abbracci sono importanti. Solo questo, nient’altro. Un giorno te lo racconterò, ma non adesso. Ora stai dormendo, piccola Annalù. E papà Vali ti guarda rapito far la nanna nel lettone sussurrandoti all’orecchio che sa di bimba: «Andrà tutto bene».

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