Pensare positivo
Dall'Ecuador alla Bolivia

L'arrivo del Papa a El Alto (4000 m.) I fiori impossibili e un bombardino

L'arrivo del Papa a El Alto (4000 m.) I fiori impossibili e un bombardino
Pensare positivo 09 Luglio 2015 ore 18:10

La teologia può attendere. Dell’ampio, straimportante intervento a La Paz parleremo domani. Come del dono del presidente Morales, un Cristo Crocifisso su un martello con ai piedi la falce. Quanto lo sentiremo citare. Adesso parliamo dell’arrivo del Papa a El Alto, e non solo perché c’è di mezzo mons. Scarpellini, bergamasco, vescovo di quella diocesi. El Alto, da sobborgo della capitale divenuto quasi megalopoli povera e autonoma, si chiama così perché si trova ad oltre 4.000 metri. La Paz sta cinquecento metri sotto, se abbiamo sentito bene. Dunque potremmo scrivere: «Un bergamasco sul tetto del mondo». La cosa che vorremmo dire è però un’altra. Riguarda i fiori. E anche un bombardino, che è una specie di tromba.

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Già all’arrivo a Quito il Papa aveva raccomandato agli ecuadoriani «Dalla cima del Chimborazo, fino alla costa del Pacifico; dalla selva amazzonica fino alle isole Galápagos; non perdete mai la capacità di rendere grazie a Dio per quello che ha fatto e fa per voi; la capacità di difendere il piccolo e il semplice, di aver cura dei vostri bambini e dei vostri anziani, che sono la memoria del vostro popolo, di avere fiducia nella gioventù, e di provare meraviglia per la nobiltà della vostra gente e la bellezza singolare del vostro Paese – che secondo il Signor Presidente è il paradiso». Come è vero: Dio solo sa quanto è bello l’Ecuador!

Qui, in un Paese che, come ha ricordato il presidente Evo Morales, ha perduto per motivi bellici l’accesso al mare ma è ugualmente bellissimo, il Papa ha fatto - se possibile - di più. Ha zoomato dal panorama ampio delle montagne, dell’Amazzonia e dei laghi andini, sul nome di due fiori: Kantuta e Patuju. Una macro, verrebbe da dire. Non li trovate se andate su Google news perché nessuno riporta questo fulmineo passaggio del discorso di benvenuto. La Kantuta e il Patuju sono i fiori impossibili, dipinti quasi a strisce da un Padre Eterno in forma smagliante, coi tre colori della bandiera boliviana: il giallo, il rosso, il verde in egual proporzione.

 

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Dai trentasei idiomas di cui il Paese andino si può fregiare il Papa ne ha scelto uno, l’aymará, come formula sintetica di saluto a quelle genti. Nella varietà della natura ha colto la Kantuta e il Pataju per significare che nessun particolare del mondo sfugge agli occhi di Dio e al cuore della sua Chiesa perché ogni particolare contiene sempre il tutto. Se è vero che la gente semplice ricorda, del Papa, più il sorriso e un abbraccio che quello che ha detto, il nome dei fiori nazionali resterà come un sorriso che illumina il cuore e il pensiero di gioia.

Poi è stato il turno della banda. Ad inizio trasmissione era stato detto che il presidente Evo Morales, per rispetto al Papa che non ha i globuli rossi della gente abituata a vivere in altura, avrebbe fatto un discorso brevissimo: cinque minuti al massimo. Ed è durato anche meno. Puntati sui discorsi, gli organizzatori non avevano tenuto conto della banda, che invece dei soliti, brevi squilli presto interrotti cui ci hanno abituato le cerimonie in piazza San Pietro, ha voluto suonare entrambi gli inni sino alla fine, con tutte le strofe e comprese le battute finali. E il Papa lì, in piedi, ritornello dopo ritornello, mentre le autorità civili e militari e la folla cantavano a squarciagola - la destra sul petto e il pugno sinistro alzato. La televisione vaticana si è soffermata solo pochi secondi,  e molto prima che l’aereo papale entrasse nel cielo terso di El Alto, sui suonatori. Ed è stato un vero peccato che non ci sia tornata mentre suonavano. Si sarebbe così potuto vedere da dove arrivavano quei suoni del tutto inusuali nelle cerimonie di accoglienza, perché originati da un mix molto originale fra trombe - in particolare un bombardino dal tono poco allineato che spernacchiava basso ogni quattro battute - e siku (anche chiamato zampolla o zampoña), i flauti andini che noi chiameremmo “flauto di Pan” se questi non fossero fatti di canne lunghissime che emettono un suono tremulo e vibrato, come spesso succede agli strumenti di canna.

 

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Quell’orchestra sfiatata che avrebbe fatto la felicità di Goran Bregovich, a tratti addirittura steccante, era la voce delle Ande, il vento dei laghi e delle cime misto di genti locali e di invasori europei, come le tromba e i violini dei mariachi stampano il Messico nelle nostre orecchie o i tamburi l’Africa. E il Papa se l’è presa tutta, quella voce. Tornava alla mente - forse anche per le giubbe delle divise settecentesche del picchetto d’onore, rosse, e dei fucili da guerre coloniali con tanto di baionetta innestata - un brano di Arthur Rimbaud:

A me. La storia di una delle mie follie.

Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo ridicole le celebrità della pittura e della poesia moderna.

Mi piacevano i dipinti idioti, sovrapporte, addobbi, tele da saltimbanchi, insegne, miniature popolari; la letteratura fuorimoda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle nostre bisavole, racconti di fate, libretti per bambini, vecchie opere, semplici ritornelli, ritmi ingenui.

Sognavo crociate, spedizioni di cui non esistono relazioni, repubbliche senza storia, guerre di religione represse, rivoluzioni dei costumi, spostamenti di razze e continenti: credevo a tutti gli incantesimi.

Inventai il colore delle vocali! - A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. - Regolai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusingai d'inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l'altro, a tutti i sensi. Tenevo per me la traduzione.

Fu all'inizio uno studio. Scrivevo silenzi, notti, annotavo l'inesprimibile. Fissavo vertigini.

L’altro giorno, ricevendo due lauree honoris causa conferitegli dall’Università di Cracovia, papa Benedetto, in un discorso da incanto, ha esaltato la musica occidentale da Palestrina, a Mozart, a Bruckner. Con Francesco siamo entrati nell’era di Rimbaud, l’epoca del fuori quadro, delle stanze dove si ammassano i materiali di sgombero, dell’inesprimibile fascino dei neri cappelli duri, a bombetta, che le donne delle Ande riescono non si sa come a tenere sulla cima del capo. Rimbaud: morto cattolico dopo aver vanamente cercato in Africa, contrabbandando armi, il senso della vita. Della sua, di quella di tutti noi poveri, delle casse in soffitta. Dei rifiuti.

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