L'omelia del fratello don Chino

L’imprenditore che amava i poveri

L’imprenditore che amava i poveri
Pensare positivo 21 Ottobre 2014 ore 19:10

Un uomo umile, che sapeva leggere nel pensiero e nel cuore di chi incontrava. Un grande imprenditore capace di arrivare alle persone, e alle loro necessità, con discrezione e dignità. Questo è il ricordo di Luigi Pezzoli, imprenditore del tessile e personaggio amato dalla Valseriana, spentosi sabato pomeriggio, all’età di 78 anni. Fondatore negli anni Settanta dell’azienda Sitip con sedi a Cene, Albino e Malta, Luigi, conosciuto da tutti come Gigino, era stimato dai dipendenti e dai collaboratori, gli stessi che lunedì scorso, 20 ottobre, con gli alpini e gli abitanti di Cene e dei paesi della Valgandino, hanno gremito la Parrocchiale del paese per dargli l’ultimo saluto.

Gigino Pezzoli è stato l’ultimo capitano d’industria della vecchia generazione e ha dato l’esempio di un impegno instancabile, sereno e costante. Chi gli è stato vicino conosce i grandi sacrifici a cui è andato incontro quest’uomo, che già di buon mattino era sul posto di lavoro per incontrare i dipendenti e dare loro sicurezza. Con la semplicità della sua vita e del suo linguaggio ha dimostrato di non aver mai dimenticato le sue origini. “Noi siamo tutti figli del fiume”, aveva detto molti anni fa in un’intervista a L’Eco di Bergamo. Amava la sua famiglia e il suo lavoro e si esprimeva con un dialetto marcato anche quando parlava di crescita umana ed economica. «Se dessi retta a quelli del controllo di gestione, smetterei di fare l’imprenditore», scherzava. Ma l’organizzazione e l’innovazione furono sempre i suoi punti fermi. Uniti a una genialità e a una generosità non comuni.

Dinnanzi alla folla che riempiva la navata e il bianco sagrato della chiesa dove per seguire la cerimonia era stato allestito un maxischermo, il fratello di Gigino, don Chino Pezzoli, fondatore delle comunità Promozione umana per il recupero dalle tossicodipendenze, ha tenuto l’omelia con voce rotta dalla commozione. In prima fila c’erano la moglie di Gigino, Elisabetta, i figli Giancarlo e Silvana e la nipote Clara.

“All’inizio non volevo parlare – ha esordito don Chino – ma poi ho sentito il vostro applauso all’arrivo della bara. Un applauso che sapeva di gratitudine, di un grazie sincero rivolto a mio fratello. E così è come se mi aveste aiutato a parlare, a raccontare il mio pensiero. Noi dobbiamo prepararci al distacco, da tutti e da tutto. C’è come una voce dentro di noi che dice: “Guarda che un giorno, dentro a quella bara ci sarai anche tu”. Mio fratello Gigino mi diceva sempre: “Tocca a te per primo”. Ma queste classifiche non sempre sono rispettate, ed è toccato a lui. Ma toccherà a tutti. E quindi noi piangiamo di fronte ad una bara, perché dentro di noi c’è anche la nostra bara, c’è la nostra morte, c’è anche la nostra fine. È di fronte a questa bara, però, che dobbiamo scoprire il senso della vita. È di fronte a questa bara, e a tutte le bare che noi portiamo in questa chiesa e in tutte le chiese, che sta il senso della vita. Sta a dirci, questa bara, che ogni ora, ogni attimo, ogni giorno va vissuto intensamente. Per dare a Dio quel che è di Dio. E cosa è di Dio, se non la nostra vita? Noi siamo di Dio, e giorno dopo giorno noi siamo chiamati a dare a Dio la nostra vita. Ecco Signore, prendila. Sono tuo.

Certo bisogna preparare l’incontro con Dio. Preparare la nostra Resurrezione. Ma come la si prepara? Sapendo che i nostri nomi sono scritti lassù in cielo. E che quando arriveremo con la nostra valigia, anche Gigino ci verrà incontro per dirci: “Ben arrivato”.

Dobbiamo pensare a questa offerta della vita. Iniziare ogni giorno dicendo: “Signore, ti offro la mia vita. Quando vuoi, eccomi!”

Certo, lo sapete che l’agonia è una lotta. Ogni tanto si dice al Signore: “Guarda, ho ancora tanto da fare. Lasciami qui ancora un po’ perché io devo fare, devo costruire, devo fare, devo amare!”
E il Signore a volte rispetta la nostra richiesta, a volte no. Dobbiamo prepararci a questo momento, dobbiamo attenderlo, perché è il momento della Resurrezione, è il momento della Vita.

Lasciate che dica, soprattutto a te Elisabetta, che ci sia un ricordo. Il vostro ricordo d’amore, un’esperienza che ti fa dire e gridare quell’essere stati due in una vita sola. Un canto d’amore che continua in te. Non si è spento sabato pomeriggio mentre Gigino varcava il cancello della sua casa. Questo canto continua lassù, dove ti attende. Per voi Giancarlo e Silvana è un ricordo forte, di un padre che vi ha trasmesso il più bel comandamento: onorare i genitori. Voi il papà l’avete sempre onorato con rispetto, collaborazione e amore. Continuate ad essergli figli, rendete i suoi desideri e fatene realizzazioni. E ricordatevi sempre che lui amava i poveri. Tante volte mi chiedeva: “Quanti ne sono entrati in comunità? Quanti ne hai lì con te?” Vostro papà, cresciuto povero con me, nella nostra famiglia di otto persone, ha mantenuto dentro questo grido del povero. Ha mantenuto questa sensibilità per chi aveva bisogno. Tante volte mi ha parlato dei suoi dipendenti: “Non li voglio lasciare a casa – diceva – perché hanno famiglia”. Quindi anche voi che prendete in mano questa fiaccola continuate il suo desiderio, un desiderio di solidarietà e di bontà.

E poi, un pensiero alla piccola Clara, la sua nipote. Ti ricordi Clara quando ti portava a catechismo da don Giuseppe? Lui me lo diceva. Gigino era un credente e mi diceva: “Che cresca con il Signore vicino”. Ecco, il ricordo tuo Clara sia quello di un nonno che ti ha parlato di Dio, che ti accompagnava a catechismo. E a noi, suo fratelli e sue sorelle, non reste che pregare. Non rimane che avere un cuore in pace. E che cosa dice da ultimo Gigino a tutti i suoi amici? Dà loro un consiglio. Di non fermarsi mai. Di far sì che la vita sia attiva, abbia tanti desideri, fino all’ultimo giorno. Lui parlava poco, ma dentro era un laboratorio di desideri. “Adesso vado, adesso realizzo, adesso faccio…”

Ecco, dico a tutti coloro che l’hanno conosciuto, di non mollare. Di avere tanti desideri nella vita, perché questo significa essere giovani. Sì, l’età invecchia, ma si è giovani se si hanno tanti desideri. E termino lasciando la parola ad un grande poeta e mistico, David Maria Turoldo. Si rivolge a Dio e dice: “Vieni di notte”. Questo è il titolo della sua profonda poesia.

“Vieni di notte, ma nel nostro cuore è sempre notte. E dunque vieni sempre, Signore.

Vieni in silenzio. Noi non sappiamo più cosa dirci. E dunque vieni sempre Signore.

Vieni in solitudine. Ma ognuno di noi è sempre più solo. E dunque vieni sempre Signore.

Vieni a cercarci. Noi siamo sempre più perduti. E dunque vieni sempre Signore.

Vieni tu che ci ami, nessuno è in comunione con il fratello se prima non è con te, o Signore. Noi siamo tutti lontani e smarriti, né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo. Vieni Signore, vieni sempre Signore”.

 

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