Da un articolo del New York Times

L’incredibile storia di Justus dai rifiuti del Ruanda ad Harvard

L’incredibile storia di Justus dai rifiuti del Ruanda ad Harvard
Pensare positivo 25 Ottobre 2014 ore 14:08

Proponiamo la traduzione di un articolo del New York Times apparso sulla versione online del quotidiano statunitense il 22 ottobre 2014.

Boston – Rimasto orfano a nove anni a causa del genocidio etnico in Ruanda, ha vissuto in una macchina bruciata dentro una discarica, dove frugava tra i rifiuti per trovare cibo e vestiti. Durante il giorno era un mendicante di strada. Non ha fatto un bagno per più di un anno. Quando una domenica un’operatrice americana della carità, Clare Effiong, ha visitato la discarica, gli altri bambini si sono sparpagliati. Sporco e affamato, Justus Uwayesu è rimasto lì, e lei gli ha chiesto perché. «Voglio andare a scuola», ha risposto. Oggi ha realizzato il suo desiderio.

Questo autunno, Mr. Uwayesu, grazie a una borsa di studio, si è iscritto come matricola all’università di Harvard. Studierà matematica, economia e diritti umani e mira a una laurea in un corso avanzato in ambito scientifico. Adesso, a quasi 22 anni – la sua data di nascita è sconosciuta – potrebbe essere, in jeans, maglione e scarpe da ginnastica, solo una delle 1.667 matricole che studiano ad Harvard. Ma certamente non lo è. È un esempio del potenziale umano sepolto in uno dei luoghi privi di speranza del mondo, un esempio che ricorda quanto sia difficile scovare questo potenziale. Da quando è scappato dalla discarica composta dal mucchio di rifiuti fumante che era la sua casa – sono passati tredici anni -, Mr. Uwayesu non ha “semplicemente” scalato le classifiche scolastiche del suo Paese. Come studente in Rwanda, ha imparato l’inglese, il francese, lo swahili e il lingala. Ha supervisionato il programma di tutoraggio studentesco del suo liceo. E ha aiutato a trovare fondi per i giovani che ha distribuito ai licei della nazione, comprando assicurazioni sanitarie per gli studenti poveri e dando aiuti medici e scolastici agli altri.

Rimane comunque stupito e divertito dalle tradizioni e dalle stranezze di una terra straniera. «Ho provato l’aragosta e ho pensato che era davvero una dura lotta» ha detto. «Devi lavorarci per trovare la “carne”». E il gusto? «Non sono sicuro che mi piaccia», ha aggiunto. Nativo di una terra dominata da due gruppi etnici – per la maggioranza Hutu e Tutsi, che sono morti in massa con alcuni Hutu moderati in un conflitto del 1994 – ha detto di essere rallegrato dalla varietà di nazionalità e stili di vita che s’incontrano ad Harvard. È stato piacevolmente preso alla sprovvista dalla tranquilla accettazione di studenti apertamente omosessuali – «Questo non succede in Rwanda» – e infastidito dal fatto di trovare individui senzatetto in una nazione per il resto così in salute che “Non puoi dire chi è ricco e chi non lo è”.

Ha detto che i suoi quattro coinquilini, provenienti da Connecticut, Hawaii e luoghi tra questi due posti, l’hanno aiutato ad abituarsi alla vita di Boston. Ma sta ancora cercando di adattarsi a una cultura americana che è molto più frenetica e indisciplinata rispetto a quella della sua terra. «Le persone lavorano sodo per qualsiasi cosa», ha detto. «Fanno le cose velocemente, e si muovono velocemente. Ti dicono la verità; ti parlano delle loro esperienze e delle loro riserve. In Rwanda, abbiamo un modo diverso di interagire con gli adulti. Non urliamo. Non siamo chiassosi. Ma qui, puoi pensare in maniera indipendente».

Nato nella zona est rurale del Rwanda, Mr. Uwayesu aveva solo tre anni quando i suoi genitori, entrambi contadini analfabeti, morirono in una carneficina politicamente guidata che uccise 800mila persone in 100 giorni. I lavoratori della Croce Rossa salvarono lui con suo fratello e due sorelle – quattro altri figli sopravvissero – e si presero cura di loro fino al 1998, quando l’ondata di orfani costrinse i lavoratori a farli tornare ai loro villaggi. Arrivarono nel momento in cui la siccità e la carestia iniziarono a diffondersi nella loro terra. «Ero malnutrito» ha detto Mr. Uwayesu. «Mio fratello mi diceva “Esco a cercare del cibo”, e a volte tornava senza niente. C’erano volte in cui non mangiavamo per tutto il giorno».

Nel 2000, il giovane Justus e suo fratello iniziarono a camminare in direzione di Kigali, la capitale del Rwanda – città di circa un milione di abitanti -, in cerca di cibo e aiuto. Si fermarono però a Ruviri, una disordinata discarica di rifiuti alla periferia della città che era la casa di centinaia di altri orfani e mandrie di maiali. Justus trovò casa con altri due bambini in una macchina abbandonata, coi finestrini fracassati e il pavimento coperto di cartone. Per il successivo anno e mezzo, ha detto, non fece altro che cercare cibo tra i rifiuti che trovava abbandonati per strada. «Non c’era la doccia, nessun bagno di alcun tipo» ha detto. «L’unica cosa era cercare qualcosa di caldo per la notte, qualcosa di veramente caldo».

Imparò a guardare ai camion della spazzatura che arrivavano dagli hotel e dai panifici, e a saltare più in alto degli altri per afferrare il cibo che veniva scartato. Per i bambini meno agili non c’era rimedio. Per i giorni in cui non c’era niente da mangiare – i camion non arrivavano di domenica, e i bambini più grandi avevano il diritto sulla spazzatura più commestibile – accumulava il cibo in alcuni barattoli di olio per cucinare, tenuti nella brace dei rifiuti bruciati per conservarne al caldo il contenuto. Mr. Uwayesu ha detto che una volta è rimasto zoppicante a causa di una caduta da un camion della spazzatura in movimento, e che un’altra volta è rimasto quasi sepolto vivo da un buldozzer che stava spingendo cumuli d’immondizia in un pozzo.

A 9 anni ha speso intere notti di terrore pensando che una tigre girovagante per la discarica l’avrebbe attaccato (non ci sono tigri in Africa). Durante il giorno, chiedendo l’elemosina sulle strade, vedeva un mondo che gli stava al di là. «Di pomeriggio» disse «c’erano bambini di ritorno da scuola nelle loro uniformi che correvano e giocavano nelle strade. A volte mi chiamavano nayibobo – letteralmente, bambino dimenticato – sapevano quanto eravamo diversi da loro. Erano davvero tempi oscuri, perché non riuscivo a guardare al futuro. Non riuscivo a vedere come la vita sarebbe potuta migliorare, come sarei potuto uscire da lì».

Per un colpo del caso, Ms. Effiong fu la salvatrice del bambino. La caritativa fondata da Ms. Effiong, a New Rochelle, New York, la “Esther’s Aid”, decise nel 2000 di dedicare i suoi aiuti alla moltitudine di orfani del Rwanda. Una domenica del 2001, dopo aver spedito un container contenente cibo e vestiti, (Ms. Effiong, ndr) prese un taxi per la discarica, individuò un gruppo di orfani e, dopo un po’ di conversazione, si offrì di portarli in un posto sicuro. Tutti rifiutarono, tranne Justus. «Lo portai dove stavo, lo lavai, gli cambiai i vestiti, gli curai le ferite sul corpo e lo mandai alla scuola primaria», disse. Finì il primo anno di scuola come migliore della classe. Era un segno del talento che avrebbe poi dimostrato: una A fissa durante tutto il liceo, seguita da un posto in un liceo specializzato nelle scienze. Mr. Uwayesu si trasferì in un orfanatrofio gestito da Esther, dopodiché, con due sorelle, nel complesso in cui viveva Ms. Effiong mentre era a Kigali. Durante la scuola, lavorò nella caritativa, che allora aveva aperto una scuola di cucina per ragazze e stava costruendo un campus per gli orfani. «La mia vità cambio grazie a lei», disse.

Non sarebbe comunque stato in grado di competere per un posto in un’università americana senza aiuto esterno. Dopo il liceo, inviò delle domande e vinse un posto in un programma scolastico della durata di un anno, il Bridge2Rwanda, gestito da una organizzazione caritativa di Little Rock, Arkansas, che prepara gli studenti più promettenti al processo di selezione dei college. Negli ultimi dieci anni, l’ufficio delle ammissioni internazionali di Harvard ha setacciato l’Africa in cerca di potenziali candidati. Come altre università di massimo livello, Harvard sceglie le sue matricole senza guardare al loro reddito o alla possibilità che hanno di mantenersi. Fino a quest’anno, il campus di Cambridge aveva solo una studentessa del Rwanda, Juliette Musabeyezu, al secondo anno. Nessun altro. Dei 25 candidati africani che quest’anno hanno superato il processo di selezione, tre vengono dal Rwanda, incluso un secondo studente proveniente dal progetto Bridge2Rwanda.

Non male per un piccolo Paese la cui popolazione rappresenta solo l’1 percento di quella di più di un miliardo di tutta l’Africa. Una foto dei quattro studenti del Rwanda di Harvard si trova sulla pagina Facebook di Ms. Musabeyezu. Sul titolo della foto si legge: «La mia gente è finalmente qui».

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