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Un'impresa colossale

L'uomo che ha incanalato le gocce d'acqua sulle foglie

L'uomo che ha incanalato le gocce d'acqua sulle foglie
Pensare positivo 12 Settembre 2014 ore 12:00

Dove vanno a finire le gocce sulle foglie?

L'Africa tropicale ha un regime di piogge concentrate in due periodi: quello delle grandi e quello delle piccole piogge. Ma ogni tanto questi periodi saltano. E sono guai. Le popolazioni riescono ugualmente a allevare animali e a coltivare quel che serve a sopravvivere solo grazie alle donne che percorrono a piedi distanze impressionanti per tornare portando i recipienti pieni sulla testa. Negli ultimi decenni la siccità ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone. Kenya e Corno d’Africa sono le regioni più colpite. Che fare?

Da oltre 50 anni in Kenya, nella regione del Meru, Fratel Argese dei Missionari della Consolata combatte contro la pioggia che non c’è traendo l'acqua direttamente dalla Foresta del Nyambene, un antico vulcano spento alto 2.000 metri. Funziona così: durante la notte l'umidità dell'aria della foresta condensa in forma di gocce che, scorrendo lungo le foglie, cadono sul terreno vulcanico, che è poroso. Sotto lo strato poroso corre uno strato di argilla, che è impermeabile. L’acqua vi scivola andando a finire chi sa dove. Fratel Argese pensò che non era proprio il caso di lasciarsela scappare.

 

 

Dando lavoro agli abitanti della zona fece scavare gallerie lunghe centinaia di metri per seguire lo strato di argilla e si accorse che dalle volte e dalle pareti di queste gallerie trasudava una gran quantità d’acqua potabile purissima. Il valore di questo “sudore” all’interno delle gallerie varia da 2,5 a 30 litri per secondo (dipende dalle condizioni di umidità circostanti). Si trattava solo di portarla fino a Tuuru, dove c’era l’Ospedale dei bambini poliomielitici e la missione: e così si inventò un acquedotto di 25 chilometri. Il resto venne di conseguenza.

Oggi il Cottolengo ha un bacino di utenza di 250 mila persone che possono contare su 16 litri d’acqua al giorno per persona. Nella zona si allevano 50 mila capi di bovini e 20 mila fra pecore e capre, sono sorti un mercato, un villaggio, diverse vigne, piantagioni di tè. Le donne non devono più temere incontri sgradevoli quando vanno a prender l’acqua e possono dedicarsi ai figli.

Altra storia di successo è quella della cascata di Ura, nella quale confluiva l’acqua di diverse fonti non note in precedenza. E Ura fu il nome di un primo invaso da 6000 metri cubi e di una seconda diga che ne moltiplicò per dieci la capacità - 60.000 mq!. La terza diga, ancora in costruzione, lo porterà a mezzo milione di metri cubi.

Tutto rose e fiori (di cui il Kenya, fra l’altro è grande esportatore)? Assolutamente no. Nel 2009 per 6 mesi la distribuzione dell'acqua ha subito un fortissimo calo: da 16 litri a 6, diventati meno di 2 nel 2010. I lavori per un nuovo bacino sono ancora in corso.

Quella che presentiamo è la traduzione di un’intervista rilasciata da padre Argese l’1 agosto 2011.

 

Il mistero dell’acqua della foresta di Nyambene

Era il 1942. Giuseppe Argese incontra un missionario della Consolata e decide di cambiar vita. Nel 1950 entra nell’ordine. Nel 1957 arriva in Kenya. Questo il suo racconto.

«All’inizio era tutto nuovo per me. Ma la cosa che soprattutto mi colpì era la gente che copriva, scalza, distanze enormi. L’ambiente era secco e polveroso. Le uniche auto in circolazione erano quelle dei coloni inglesi e delle missioni. Uno dei principali problemi che notai al mio arrivo alla missione di Meru fu che non c’era l’acqua. La situazione - parlo degli anni Sessanta - era delicata perché la possibilità di attingere dipendeva dalla pioggia, che si faceva vedere solo due volte l’anno. Dispensari, ospedali, scuole usavano l’acqua piovana delle cisterne.

 

 

Cominciai a cercare l’acqua usando tecniche da rabdomante, con la forcella come strumento più affidabile. Sicuramente questa tecnica mi aiutò a rintracciare i percorsi dell’acqua nel sottosuolo. Però mi affidai anche al pendolo e a una notevole dose di intuizione. Quando cominciai a trovare l’acqua mi misi a osservare la gente e così riuscii a scoprire le sorgenti di alcuni torrentelli. Notai anche che le donne percorrevano distanze enormi per andare a prender l’acqua in un certo posto della foresta di Nyambene. E in effetti trovai che l’acqua nasceva in un terreno che i locali consideravano sacro. Una parete della collina conosciuta come “montagna dell’acqua” trasudava il prezioso liquido che però si perdeva immediatamente nel sottosuolo.

In principio ci furono un sacco di problemi, perché quella parte della foresta era dedicata ai sacrifici agli dei […] ma una volta superato l’inconveniente passai due settimane da quelle parti, battendo tutti i sentieri possibili fino a quando non mi trovai di fronte a una cascata d’acqua limpida e freschissima. A quel punto mi misi a raccogliere ogni goccia di quella cascata mediante un sistema di dighe e canalizzazioni.

Dato che l’acqua scorreva sulle pareti della collina, pensai che si sarebbe potuto scavare una canaletta per portarla a una cisterna. E a questo punto tutto cominciò a complicarsi. Dovetti leggere parecchi libri per acquisire le conoscenze necessarie a sviluppare l’opera il più rapidamente possibile. Mi misi a studiare il terreno, i suoi rilievi e gli avvallamenti e, grazie all’aiuto di amici ingegneri che sono venuti qui e mi hanno dato preziosi suggerimenti, facemmo un progetto che oramai è quasi completato.

 

 

L’acqua ha trasformato in maniera impressionante la vita di questo posto: educazione, salute, economia, lavoro… Il progetto iniziale prevedeva l’impiego di 200 persone circa, ai quali si aggiunsero oltre cento lavoratori occasionali, visto che di macchinari praticamente non ce n’erano. E in ogni modo era una questione di giustizia: se avessimo introdotto macchine di una certa importanza, oltre al danno ecologico, avremmo tolto il lavoro a parecchie famiglie.

I cambiamenti, dicevo, sono stati radicali. Prima cosa, la salute: non ci sono più problemi di colera o di tifo, e gli ospedali si sono moltiplicati come funghi in tutta la regione. In un secondo tempo furono aperte scuole in grado di assicurare un’educazione regolare e continuativa.

Da qualche tempo sono comparsi mercati e negozi che hanno contribuito a innalzare il livello di vita della popolazione. Il Kenya è un paese che sta lì a sonnecchiare: non è ancora sveglio del tutto e non è capace di tirarsi in piedi. Ci tengo, però, a sottolineare che se si trova in questa situazione non è perché lo abbia scelto, ma per via degli interessi macroeconomici che condizionano i mercati. Un giorno si sveglierà e allora produrrà ciò di cui ha bisogno e non esporterà soltanto fiori e verdura…».

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Note informative
Giuseppe Argese nasce a Martina Franca (TA) il 10 novembre 1932. A 15 anni è apprendista muratore. Presso la parrocchia «San Francesco di Assisi» conosce i missionari della Consolata. Nel 1953 diventa uno di loro come «fratello». È in Kenya dal 1957. L’acquedotto di Tuuru, realizzato da fratel Argese, acquista notevole risonanza:
- Il Corriere della Sera, 11 gennaio 1998, titola: «Il missionario dell’acqua. Un’impresa colossale»;
- nel 1999 Daniele Giolitti si laurea in ingegneria idraulica, al Politecnico di Torino, presentando l’acquedotto ed evidenziandone il rispetto dell’ambiente;
- Geo & Geo, di Rai 3, trasmette quest’anno il documentario «Missione acqua», realizzato dalla Società Generale dell’Immagine (SGI) di Torino;
- Valeria Bianchi cura Il nostro Kenya, SGI, Torino 2004 (volume cartonato, formato 28 x 28, che raccoglie 97 splendide foto); esiste pure un CD.
Altri riconoscimenti al missionario: la nomina di «Cavaliere al merito della Repubblica Italiana» e il conferimento della onorificenza «Servitor Pacis» delle Nazioni Unite.
Nel 2005 l’Azienda Lauretana («l’acqua più leggera d’Europa») e la Società Generale dell’Immagine sponsorizzano l’acquedotto di Tuuru. Ma tutti possono sostenere l’opera con offerte.