Il mattino dopo era guarito

L’uomo miracolato da un non-santo

L’uomo miracolato da un non-santo
05 Agosto 2017 ore 08:30

«Non sapevo chi fosse Alberico da Rosciate. A dire la verità sapevo che esisteva un signore con quel nome perché quando andavo all’Atalanta passavo per una strada che portava quel nome. Poi, quando è successo il fatto, mi sono ricordato che mio padre si chiamava Alberico; mio padre era morto a ventotto anni, a causa del bombardamento di Dalmine, io in pratica non l’ho conosciuto». Gian Paolo Zucchetti ha 77 anni e vive a Seriate, ha fatto il lavandaio per una vita. Adesso è in pensione, ma nel lavasecco di via IV Novembre a Bergamo continuano la moglie e i figli. Improvvisamente, nel 2001, il giureconsulto e letterato Alberico da Rosciate, vissuto nel XIV secolo, consigliere di Papi, è entrato nella sua vita e Gian Paolo ha cominciato a leggere il latino medievale manoscritto, come se fosse un paleografo, cioè un esperto di scritture antiche.

Signor Gian Paolo, che cosa è successo?

«È successo che avevo un mal di testa fortissimo e che mi avevano ricoverato al Bolognini, erano i giorni prima di Pasqua del 2001. Mi visitarono, ma non riscontrarono niente e allora mi rimandarono a casa. Ma il mal di testa non mi passava, diventava ancora più forte, insopportabile».

E allora?

«E allora i miei familiari mi accompagnarono di nuovo in ospedale, di nuovo tutte le analisi e gli esami e stavolta si accorsero di un grumo di sangue nel cervello, come se avessi avuto un’emorragia. Avevo perso buona parte della memoria e non ci vedevo più, non riconoscevo neppure i miei familiari, mia moglie. Stabilirono di operarmi. Nel frattempo finii in coma, i medici lo definirono “coma vigile”, non so. Durante questo stato di coma mi è apparso Alberico da Rosciate».

Alberico da Rosciate il giureconsulto del XIV secolo?

«Proprio lui».

Ma lei non lo conosceva.

«No, non lo conoscevo. Ma incontrai questo omone che entrò nella mia camera d’ospedale. Non fu un sogno, ma una visione. Voglio dire che lo incontrai davvero e che parlammo. I sogni sono un’altra cosa. Sarà stato alto due metri e aveva uno spadone grande che prese con la mano sinistra e me lo pose di traverso davanti agli occhi. La mano destra l’aveva appoggiata al fianco. Lo ricordo come fosse adesso. Indossava una camicia bianca con i volant al collo e i polsini ampi; portava un cinturone che poteva essere alto quindici centimetri e le scarpe avevano una lingua di pelle sul collo del piede e non si vedevano i lacci. Aveva un’aria forte e severa, eppure gli occhi erano buoni come quelli di un cerbiatto; portava un cappello con una bordura colorata e nella bordura c’erano tre piume. Poi ho scoperto che era davvero un grande uomo, un letterato, avvocato, diplomatico. Scrisse lui gli statuti di Bergamo che durarono per ben cinque secoli! E fu lui a far togliere la scomunica alla nostra città da parte di Papa Benedetto XII. Eravamo stati scomunicati perché avevamo appoggiato l’antipapa Niccolò V. Alberico era stato per anni presidente della Mia, Misericordia Maggiore di Bergamo».

 

Lei lo incontrò mentre era in coma.

«Sì, ero in coma e forse è per questo che mi è apparso! Il mio cervello percepiva una realtà differente rispetto alla nostra, non so».

E che cosa le disse?

«Mi disse precisamente così: “Io sono Alberico. Alberico da Rosciate”. Ripeté il nome due volte e una volta il cognome. Io non avevo idea di chi fosse, per me era solo una via sulla strada dello stadio. E poi mi disse impugnando lo spadone: “Tu domani non ti farai operare, hai capito?”. E io risposi: “Va bene, non mi faccio operare”. Al mattino ero uscito dal coma. Venne il medico e gli dissi che non mi facevo operare; lui protestò, ma io fui irremovibile. Rimasi in ospedale per diciotto giorni. Il grumo di sangue si dileguò. Ricordo che uscendo, sulla soglia dell’ospedale qualcuno mi toccò la spalla, mi voltai e vidi il primario che mi chiese quando avevo avuto la visione. Io ripetei che l’avevo avuta nella notte prima dell’operazione. Lui mi salutò, poi se ne andò scuotendo la testa, disorientato».

Perché Alberico ha deciso di comunicare con lei?

«Mi apparve altre volte in quei giorni, ma da quando uscii dall’ospedale non lo incontrai più, soltanto l’ho sognato diverse volte, ma è diverso, non hai la stessa sensazione di realtà, non riesci a dialogare».

Ma perché è apparso a lei?

«Mi ha aiutato, il grumo di sangue è sparito. E mi ha chiesto di andare a recuperare dei documenti, i suoi testamenti perché quando morì i suoi “jutores” falsificarono le carte. Alberico mi ha detto che metà delle sue proprietà – molto ingenti – dovevano andare agli otto figli e metà per aiutare i poveri e gli infermi».

E invece?

«E invece i suoi “jutores”, cioè i suoi collaboratori della Misericordia Maggiore, intascarono la metà che doveva andare ai poveri».

Ma da allora sono passati settecento anni. E perché si è rivolto proprio a lei?

«Non so perché lui voglia che si sappia la verità, oggi. Ho fatto delle ricerche genealogiche, ho scoperto che Alberico era un mio lontano antenato, io forse sono il suo ultimo discendente. Ho capito perché nella mia famiglia torna spesso il nome Alberico… mio padre, un mio prozio…».

Quindi lei che cosa ha fatto?

«Alberico mi disse di andare all’Archivio di Stato, e così feci. Non ci avevo mai messo piede. Chiesi i documenti relativi ad Alberico, mi portarono una montagna di roba. Rimasi sgomento, decisi che non avrei potuto fare assolutamente nulla, io ho frequentato la terza media… anzi la terza commerciale. Non sapevo una parola di latino. Stavo per rinunciare quando urtai un plico, caddero dei fogli, mi chinai a raccoglierli e mi fermai a guardare il testo. Mi accorsi che sapevo leggerlo. Era in latino, scritto alla maniera medievale».

Improvvisamente leggeva il latino manoscritto.

«Sì. Incredibile. Io capivo tutto. Andai dal direttore della biblioteca Angelo Mai, Orazio Bravi, un esperto di queste cose, perché io stesso non ci credevo. Ma anche lui mi disse che leggevo e traducevo correttamente».

Un altro miracolo.

«Sì».

E i testamenti?

«Li sto studiando, non è semplice. Ma Alberico aveva ragione, gli “jutores” lo fregarono e fregarono i poveri della città. Ho saputo altre cose. Che in una cassaforte della Misericordia c’è la traduzione della Divina Commedia in latino, scritta da Alberico da Rosciate. Che l’epitaffio sulla tomba di Dante a Ravenna è di Alberico. E che il famoso Calepino, il dizionario, altro non era che un aggiornamento di un’altra opera di Alberico da Rosciate, l’Alphabetum de verborum significatione. Vede, Ambrogio da Calepio non era in grado di realizzare un’opera così ampia e profonda».

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