Esiste una ricetta?

L’uomo più felice del mondo (e un altro forse ancora più felice)

L’uomo più felice del mondo (e un altro forse ancora più felice)
Pensare positivo 30 Gennaio 2016 ore 08:00

Esiste una ricetta per essere felici? È una domanda che l’uomo si pone da sempre, attorno alla quale hanno meditato santi e filosofi. Nessuno ha mai trovato la formula della felicità ma qualcuno si è avvicinato. È il caso di Mathieu Richard, 69 anni, laureato in genetica all’Istituto Pasteur di Parigi. Per 12 anni ha accettato di essere uno degli oggetti di studio da parte degli neuro scienziati dell’università del Wisconsin, che monitorando la sua mente hanno riscontrato una permanenza assolutamente fuori media di “emozioni positive”. Secondo le misurazioni, Pasteur ha una quota di leggerezza mentale calcolata in -0,45, quando il livello massimo dei volontari che si sono sottoposti allo stesso monitoraggio non aveva mai superato il livello -0,30 di beatitudine. Insomma Richard è un uomo a tutti gli effetti felice.

 

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La domanda a questo punto è d’obbligo: come fa ad essere costantemente felice? Il suo profilo aiuta in parte a rispondere. Lui è buddista, dedica 10- 15 minuti di meditazione al giorno. Ma meditazione vera, senza distrazioni. Una meditazione che evidentemente riempie la vita. Il vero segreto di Richard è però un altro: alla felicità si arriva attraverso l’altruismo. Solo chi sa mettere un freno al proprio ego riesce a crescere in beatitudine. «Dire sempre “io”, “io”, “io” tutto il giorno è deprimente. Ed è una condizione infelice, perché riduce tutte le cose belle presenti a semplici strumenti».

La mente che si libera dalle ossessioni dell’io è una mente più leggera, che si dispone all’ascolto degli altri, che dispone le persone a dare ciascuna il meglio, a tirar fuori il bene che ciascuno ha dentro. Il discorso di Richard non è solo un’indicazione per così dire spirituale. Mettendo le briglie all’io si liberano tante energie per fare cose che poi alla fine rendono contenti, sia chi le fa sia chi ne è il destinatario. Richard, ad esempio, è sempre stato in prima linea nell’organizzare la solidarietà per il Tibet, e dalla sua dedizione altruistica sono scaturite opere solidali e umanitarie in quantità: ponti, scuole, dispensari, ospedali.

 

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Certo la sua è una storia bella che quasi suscita invidia, tanto a lui tutto risulta così lineare e semplice. Ma c’è un’altra persona che in questo momento sta dicendo cose molto simili a quelle di Richard, in una formula forse più praticabile rispetto al monaco scienziato francese. È Papa Francesco. Nell’analisi fatta dei suoi discorsi, si è scoperto che il pronome “io” ha sempre pochissime occorrenze, mentre tantissime sono quelle del “tu” e del “noi”. Bergoglio ha questa predisposizione naturale a vedere nell’altro una risorsa e mai un problema, anche quando l’altro è portatore di problemi, psicologici o sociali.

Le conseguenze sono semplici e molto pratiche e ben riscontrabili in altre occorrenze molto frequenti nel parlare del papa: quante volte ricorre a verbi di moto a luogo, quante volte ricorre all’invito ad aprire, ad abbattere i recinti, a tener le porte spalancate. Anche Papa Francesco ha i suoi momenti di meditazione (lui li chiama preghiera…) personale. E anche Papa Francesco pensa che la felicità non è una “darsi da fare” che alla fine produce affanno. Non a caso sul tavolino della stanza nel residence di Santa Marta dove ha scelto di vivere ha messo una piccola statuetta molto emblematica con San Giuseppe addormentato. Come dire, inutile affannarsi, meglio lasciar l’iniziativa a chi fa le cose meglio… È Lui che poi suggerisce cosa fare.

Probabilmente se gli scienziati del Wisconsin avessero potuto monitorare la mente di Francesco come hanno fatto con quella di Richard, avrebbero avuto delle sorprese.

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